ELETTRA @ Teatro Olimpico Vicenza: il male dentro

Nuovo appuntamento con i classici al Teatro Olimpico di Vicenza per ELETTRA di Hugo Von Hofmannsthal, regia di Serena Sinigaglia, nell’ambito di Coro, Ciclo di Spettacoli Classici diretto da Ermanna Montanari e Marco Martinelli dopo il debutto di EDIPO di Alessandro Serra, recensito da Gufetto. Un’edizione filologica e nuovissima, a dimostrare che la sistemazione contemporanea è sempre la più antica e la più fedele quando si tratta di tragedia, classica o no che sia.

ELETTRA: i mutamenti del tragico

ELETTRA, regia di Serena Sinigaglia (foto di Serena Serrani)
ELETTRA, regia di Serena Sinigaglia (foto di Serena Serrani)

La tragedia, sosteneva Aristotele nella Poetica, è un genere stabile. Le sue risorse drammatiche sono e restano costanti: si imitano i costumi degli spudaioi, delle “brave persone” con l’intento di restituirne addirittura un’immagine migliore di quella offerta dalla realtà. Il senso del tragico, però, all’interno di questo contenitore rigido, è destinato a mutare. Dallo scontro irrimediabile di due personalità, rappresentato ad esempio dal duello irrisolvibile tra Antigone e Creonte, o dalla rivalità granitica tra Prometeo e Zeus nel dramma che gli ultimi studi non attribuiscono neppure più a Eschilo, il senso del tragico slitta a una concezione filosofica, rappresentando, a partire dai drammaturghi tedeschi del Settecento fino alla contemporaneità, più che uno scontro irrevocabile, il senso di malessere e di disagio inguaribile del protagonista nella società – o con se stesso.

ELETTRA: la tragedia della psiche

ELETTRA, regia di Serena Sinigaglia (foto di Serena Serrani)
ELETTRA, regia di Serena Sinigaglia (foto di Serena Serrani)

L’Elettra di Serena Sinigaglia pronuncia una parola ambigua al crocevia di queste concezioni.  Certo, poiché si tratta di un testo di Hugo von Hofmannsthal, è giusto che ci muoviamo nell’atmosfera onirica, seducente e crudele dei lavori di questo intellettuale, riprodotta tramite un adattamento che, ha sostenuto la regista, garantisce una maggiore restituzione delle tensioni e del senso dell’operazione compiuta. La drammaturgia (gestita qui dalla stessa Sinigaglia e da Angela Dematté) ha bisogno di vivere dei respiri e dei movimenti dello spirito del momento storico in cui poi viene messa in scena, e sempre necessita di un passaggio di adattamento. La scena, bianca e nera, riproduce gli ondeggiamenti ottici di un fondale Dèco, ma anche le ambagi pulsanti e vischiose dei nostri pensieri, dei nostri incubi: forse i meandri del nostro cervello. Una scena espressionista, che cristallizza l’ossessione di Elettra, quella stanza da bagno che le ha tolto insieme il padre e la madre: “sei entrata in quel bagno, ti ho vista uscire e non eri più tu”, dice alla madre, una battuta vertiginosa che rivela la base pulsante del trauma, il momento terribile, l’incubo, in cui tutto ha avuto inizio, il delitto di Clitemnestra, il dolore senza guarigione di Elettra.

Il trauma del tragico in ELETTRA

In realtà, come ha sostenuto Marina Treu, tutta la tragedia greca è un’infinita variazione sul tema del trauma: anzi, tutta la storia culturale che deriva dalla guerra di Troia riferisce, varia, illustra, allude ad un trauma terribile, che informa di sé il mondo intero e i pensieri e il cuore dei singoli personaggi. Qui il trauma è alluso e rappresentato simbolicamente dalla vasca, specchio crudele di un momento senza ritorno, dal quale, però, non siamo in grado di liberarci: con un procedimento psicoanalitico perfetto, in scena non si agisce il delitto, ma le conseguenze. E le conseguenze sono tali da porre l’una contro l’altra due figure mitologiche di donna, Elettra e sua madre, Clitemnestra.

ELETTRA, regia di Serena Sinigaglia (foto di Serena Serrani)
ELETTRA, regia di Serena Sinigaglia (foto di Serena Serrani)

Il passo a due di Clitemnestra e Elettra

Marginale in Eschilo, ma già protagonista nei drammi eponimi di Sofocle e di Euripide, e poi della riscrittura di Marguerite Yourcenar, Elettra si incarna qui in una Federica Rosellini così magistrale da essere disturbante, animalesca nella postura, spezzata, con un volto irregolare e opaco alla Kokoschka, con una voce in alcuni momenti addirittura doppia, come se in quella voce un’altra si insinuasse, echeggiasse, e l’Agamennone ucciso nella vasca le vivesse ancora in gola, nelle viscere, sulle spalle coperte dalla giacca militare che sembra ancora calda dal contatto con la carne straziata. Occhi ciechi e labbra intorpidite, un corpo incapace di rialzarsi e sostenersi, doppio, abitato dal fantasma di un padre lacerante, la Elettra di Federica Rosellini fa ricordare e incide negli occhi degli spettatori che bellezza è terrore – troviamo bello quello che ci fa tremare. Voglio imparare a tremare, scrive Chandra Candiani: a questo scopo la visione di questa Elettra all’Olimpico di Vicenza si rivela intensamente funzionale. La fronteggia la Clitemnestra di Arianna Scommegna, infinitamente incisiva, fragile, talvolta appassita, un idolo regale dai piedi d’argilla, con tratti di assoluto incanto. Le parole di Clitemnestra sono un vortice: non parla il demone della stirpe, come in Eschilo, ma una donna che ha avuto mille motivazioni per il suo delitto: lo stupro, l’assassinio della figlia, l’abbandono, il tradimento. Ciononostante, l’ombra lunga di ciò che ha fatto la ferisce nel profondo: “l’ombra dell’ascia le tagliava sempre in due la guancia”, scrisse un altro grande cantore del mito degli Atridi, Ghiannis Ritsos. Nello scontro con Elettra conduce gli spettatori oltre la soglia dei suoi sogni terribili (“dovessi eliminare tutto ciò che striscia e vola, non voglio più sognare”), delle sue angosce, dei timori per il presentito arrivo del figlio vendicatore, della ricerca di un rimedio, che è impossibile ovviamente, e almeno e soprattutto della comprensione della figlia, che è ancora più impossibile e nemmeno immaginabile.

ELETTRA: da Eschilo a oggi

ELETTRA, regia di Serena Sinigaglia (foto di Serena Serrani)
ELETTRA, regia di Serena Sinigaglia (foto di Serena Serrani)

Se Elettra e Clitemnestra sono una stupenda, ferita bestia a due teste, il motore vivo dell’azione incubo, gli apporti forniti dagli altri personaggi sono comunque intensi. Il gruppo di serve del palazzo diventa un vero coro, un coro di servette bianco nere alla Genet, mosche, mosconi nelle imprecazioni di Elettra, a restituire allo spettacolo proprio il prestigio classico che ogni coro conferisce. Evidentemente il testo radice, l’Orestea eschilea, stinge ancora dopo secoli su tutte le riscritture, i recasting e i recalling. Non bastasse il coro, c’è il vecchio servo interpretato da Aldo Ottobrino, in elegante abito nero e sparato bianco. Non è un narratore. Tutto ciò che racconta lo ha vissuto: un testimone oculare delle tre dimensioni del tempo, ciò che è accaduto, che sta accadendo e che accadrà. Tutti i personaggi condividono questo status di essere portatori di memoria, e prigionieri di essa, in un nodo aggrovigliato di piani che s’intersecano. Sconcertanti cortocircuiti, come se il presente fosse già il futuro e il futuro si gettasse sul presente, azzerando la linea del tempo, nella quale, forse, dopo il trauma esplosivo, non siamo più neppure capaci di abitare: solo pensarlo è Nefas, forse.  La dimensione di preside dell’intreccio temporale ricollega senza esitazioni il vecchio servitore al Corifeo dell’Agamennone di Eschilo, che coi suoi compagni riportava appunto una dimensione aoristica del tempo, informando gli spettatori del luttuoso antefatto e del rovinoso futuro che avrebbe chiuso il cerchio del rientro del re, e della sua fine. E con Eschilo il personaggio condivide anche la tentazione al silenzio: anche lui avrebbe “un bue sulla lingua”, anche lui parlerebbe solo “con chi sa”, evitando di comunicare con chi non condivide i suoi sospetti e le sue paure. E come nelle Coefore eschilee, Oreste (ancora Aldo Ottobrino in doppio ruolo) rientra e compie la vendetta sulla madre assassina: dopo la quale, Hofmannsthal immagina non un ritorno all’ordine, ma una danza estatica, un abbandono sensuale all’esultanza, e poi – la morte. Elettra crolla esanime: il parossismo dell’esultanza porta questo, la fine. Abbandona la vita colei che non l’aveva mai vissuta: anche qui ritorna alla mente la terribile battuta della Clitemnestra di Eschilo, che afferma che Ifigenia, la figlia sacrificata da Agamennone, avrebbe accompagnato il padre assassino nel suo viaggio agli Inferi. Finalmente mano nella mano, così farà Elettra con Clitemnestra, e la scissione profonda, quella che indusse Sigmund Freud a prendere in prestito il nome dell’eroina per definire la tensione antagonistica tra figlia e madre, finalmente – forse – si colmerà.

Teaser ELETTRA di Hofmannsthal- adattamento Angela Demattè, Serena Sinigaglia

Vista il 25/10/24 al Teatro Olimpico di Vicenza

ELETTRA

Da Hugo von Hofmannsthal
Adattamento Angela Demattè, Serena Sinigaglia
Regia Serena Sinigaglia
Con Federica Rosellini, Arianna Scommegna, Aldo Ottobrino, Giulia Briata, Cosimo Grilli, Elena Antonello, Emilia Piz, Arianna Verzeletti
Scene Maria Spazzi
Costumi Anna Cavaliere
Luci Alessandro Verazzi
Produzione Fondazione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF