Dopo Quaderno Greta Garbo, la redazione fiorentina è tornata al Teatro di Buti per la chiusura della stagione primaverile con EDIPO RE di Archivio Zeta: un intenso viaggio tra buio e luce, in cui il punto di partenza e quello di arrivo sembrano coincidere. Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti, soli sul palcoscenico, interpretano il procedimento ineluttabile che porta alla conoscenza e quindi al dolore.
Articolo a cura di Susanna Pietrosanti e Serena Chiaramonte
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EDIPO RE libero dalla psicanalisi

In tempi contemporanei, molti artisti hanno insistito sulla messa in scena della tragedia greca sub specie psicologica, con gli eroi sulla poltrona dell’analista, decisi a srotolare il groviglio dei loro turbamenti e delle trappole del loro destino. EDIPO RE di Archivio Zeta, invece, riesce a farci fare un tuffo nel porto sepolto della psiche stessa.
Tra noi e la scena, dunque, non una lente di ingrandimento ma uno specchio. All’intimità che ne deriva contribuisce innanzitutto la presenza in scena di Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti. La prima – magicamente sempre uguale e diversa – interpreta la quasi totalità delle altre figure che gravitano intorno a Edipo.
Gli interpreti di EDIPO RE
L’attore si confronta con i cambiamenti che il sovrano protagonista, pur mantenendo sempre la propria lucidità, necessariamente attraversa, mentre tenacemente rimette insieme i pezzi di quella che in principio non sa essere la propria storia. Lo vediamo dunque calmo, estremamente controllato e insieme solennemente partecipe del dolore dei concittadini all’inizio del dramma, e poi farsi più autoritario, persino minaccioso di fronte all’ostinato silenzio di Tiresia, magistralmente interpretato da Sangiovanni, che si muove nel centro della platea – fra i due semicori, diremmo – e illumina con la lampada i volti dell’uno, dell’altro di noi, alla ricerca di una logica, di un logos: una debole luce e il buio del mistero. Edipo-Guidotti perde poi compostezza di fronte alle incomprensibili rivelazioni dell’indovino e poi alle risposte insoddisfacenti, astruse di Giocasta, a cui l’attrice regala quell’alienazione di chi già ha presente la rovina e cerca inconsciamente di tenerla lontana.
Il destino tutto umano DEL RE

La dimensione intima dell’allestimento di Archivio Zeta nasce inoltre dalla decisione di lasciare al di fuori la componente più politica della tragedia, o meglio quella che riguarda prettamente il dialogo che Sofocle, come ogni tragediografo, intrattiene con la propria città e la riflessione sul potere. Non è presente infatti Creonte, che più di ogni altro fa emergere per contrapposizione il ruolo di sovrano della città rivestito da Edipo e il modo in cui egli decide di esercitarlo.
La compagnia, guidata dall’attenta traduzione di Federico Condello, opera la scelta precisa e accurata di mettere al centro della propria rappresentazione la componente più visceralmente umana e dunque universale della storia che Sofocle ha reso immortale. Il grande occhio del pubblico è invitato a osservare e riconoscersi nella vicenda di un uomo che, arrivato in una posizione di massima felicità e prestigio, scopre, nell’arco di un solo giorno, una verità indicibile su se stesso, che lo rende l’essere più infelice della terra. Conoscere il male, il lago nero del problema che dunque siamo e che sempre, inevitabilmente, ci portiamo dentro è tuttavia un processo necessario, di morte e rinascita. Questo decretano le parole lapidarie, crudelmente enigmatiche, pronunciate dall’indovino Tiresia: “È questo giorno che ti farà nascere; e ti farà morire“.
Proprio nella condivisione di tale umano destino, il rapporto reciprocamente viscerale che lega il re ai propri concittadini non rimane nascosto, ma piuttosto riemerge sotto forma di patto e dialogo continuo tra interpreti e spettatori, amplificato dalla condizione privilegiata di vicinanza spaziale in cui le parole del coro ci raggiungono.
EDIPO RE tra buio, luce e simboli

Lo spettacolo si apre nel buio: non sappiamo naturalmente se si tratti del buio prima della nascita o di quello conseguente alla privazione della vista. E in questa oscurità un lacerante pianto di neonato, del bambino esposto: eccolo, lo vediamo, con le caviglie trapassate, infilzato nel bastone del pastore. Gemiti strazianti ci circondano, perché il pastore, nel buio totale, compie un ampio giro intorno al pubblico, ci ingloba nell’ombra e nella performance. Siamo spettatori e coro e lo rimaniamo nel corso di tutto lo spettacolo, che si articola in questa dicotomia. Il buio sta sopra di noi costantemente come una vela, alita lateralmente come un banco di nuvole. La luce, carnosa e caravaggesca, lo fa sbiadire e arretrare per mettere in risalto i pochi, potenti simboli: il trono che dondola appeso al gancio sul quale poi Giocasta si impiccherà, una sorta di trono altalena, e sull’altalena, appunto, le giovani donne greche commettevano periodicamente suicidio: e poi le grandi cappe rosse di Edipo e Giocasta, segno di potere e sangue, il bastone di Edipo, gigantesco chiodo di tormento e tortura, e quello di Tiresia, simbolo di una sapienza altra che poi, noi come Edipo, scopriremo essere la sola ad avere valore. L’oscurità è nella messa in scena di Archivio Zeta quasi un ulteriore personaggio, una presenza e una condizione a cui inevitabilmente i nostri occhi si abituano e in cui si cominciano a scorgere presto sagome: e così le travi di legno del tetto della sala del Teatro della Vittoria, private nell’ombra della propria tridimensionalità, sembrano delineare l’apice della facciata della reggia di Tebe, richiamata altrimenti sulla scena solo dai contorni bianchi di una soglia. A completare questo paesaggio, quasi come un’onda che lo attraversa e unifica, il suggestivo disegno sonoro di Patrizio Barontini, che sottolinea, espande parole, significati ed emozioni, li anticipa e li accompagna.
EDIPO: eroe zoppicante, che conosce, cade e si rialza

Edipo si dibatte, desidera, vuole, ha bisogno di sapere, di capire, di emergere alla luce, ma il logos è nefasto, si porta dietro un rischio ineluttabile di hybris. Colui che ha lanciato la sua freccia più lontano di chiunque altro, che ha risolto gli ambagi mortiferi della cagna cantatrice, la Sfinge, colui he ritiene di capire tutto, vedere tutto, comprendere tutto è completamente cieco alla verità e la raggiungerà solo dopo essere stato lavato con spirito più forte. A piedi nudi sul palco simbolicamente – perché è appunto Oidos-pous “colui che sa l’enigma del piede”, ma anche “piede gonfio”, per aver avuto le caviglie trapassate – Edipo avanza zoppicando, lambda vivente come tutta la sua stirpe, da Laio, il padre, il ‘sinistro’, a Labdaco, colui che zoppicava proprio come la lettera dell’alfabeto greco col suo ductus in avanti. E chi zoppica ha un altro ritmo nel percepire il mondo: non a caso Giasone spaventa il suo nemico quando viene visto arrivare con un solo sandalo e il Dioniso della Villa dei Misteri esibisce il suo divino piede nudo. E quando, strisciando nel cerchio del suo tormento da un dolore all’altro, finalmente tutto gli sarà chiaro ed egli vedrà ciò che non aveva saputo vedere, tornerà al principio, nel buio prenatale che ora è il buio della presa di coscienza. Diversamente da molti altri eroi tragici, Edipo non si uccide: cambia status. Si tuffa nell’unico buio che gli può garantire la consapevolezza, quello che Tiresia abitava dall’inizio, del quale si era fatto portatore, dal quale aveva annunciato, da subito, la terribile verità che nessuno di noi, tutti Edipo, aveva creduto e che ora Edipo è abbastanza consapevole per accettare.
EDIPO ouroboros e il tempo circolare

EDIPO RE di Archivio Zeta si annoda su se stesso come un ouroboros, mordendosi la coda, è un terribile apologo sul tempo: la fine è l’inizio, il buio ingoia la luce. Edipo non sa chi è, né da quale famiglia proviene, crede di fuggire reagendo all’impulso dell’oracolo che gli ha profetizzato che avrebbe finito per uccidere il padre e invece precipita nella tana di coniglio del suo sconosciuto passato: crede di indagare all’indietro e di far luce su un vecchio delitto e si trova proiettato a testa bassa a scavare nelle viscere di sé e a stringere fra le dita se stesso, il colpevole. Il tempo è bustrofedico, ritorna indietro, proprio come il pastore che ci accerchia nel buio, come le voci e le musiche che si dilatano e riecheggiano e si ripetono. Ci illudiamo di procedere e siamo fermi, e star fermi vuol dire progredire nella conoscenza come non avevamo mai previsto che sarebbe stato possibile.
EDIPO RE: un viaggio nella lingua del duale

Simile all’eschileo pathei mathos, ovvero “imparare soffrendo”, EDIPO RE di Archivio Zeta non ci dà un insegnamento ma ci offre un’esperienza: sentirsi addosso il dolore come un peso dall’alto, sprofondare senza morire nel buio. E la formula secondo la quale Edipo procede da un duello all’altro, in una serie infinita di sticomitie, affonda ancor più la lama nella verità che abbiamo dentro: il nostro unico mezzo di conoscenza è sempre l’altro e l’altro siamo noi stessi. Concetto infinitamente chiaro a una cultura che aveva previsto che fra singolare e plurale esistesse il duale: che fosse possibile una diade potente, in cui tu sei me e io sono io e contemporaneamente te. Sangiovanni e Guidotti scelgono di ascoltare con estrema attenzione la lingua greca e i versi di Sofocle, per farsene con voce e corpo traduzione vivente, che non ha paura di togliere e aggiungere, per amplificare senso e forza. Riescono a restituire con naturalezza i tanti enigmi e giochi di parole disseminati lungo il testo, gli indizi della circolarità del tempo di Edipo e dell’essere umano che sempre si porta dietro sé stesso e la propria oscurità, così come con l’ultima immagine lasciata emergere dal buio, quella di un passo a due magistrale, Archivio Zeta ci ricorda che Sofocle ha deciso di offrire a Edipo la possibilità di un prossimo viaggio. E noi lo seguiamo.
EDIPO RE di Archivio Zeta: CREDITI
di Sofocle
diretto e interpretato da Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti
traduzione Federico Condello
musica Patrizio Barontini
sartoria Made in Tina
tecnica Vincenzo Scorza
produzione Archiviozeta
Visto al Teatro di Buti (PI) il 17 aprile 2026


