Con DRAGO. OPERA FINALE si è concluso l’anno per Avamposti teatro Festival del Teatro delle Donne (recensito recentemente in occasione del 25 novembre) che riprenderà nel 2026 al Goldoni di Firenze fino a febbraio. Su progetto drammaturgico di Elena Miranda, Gabriele Giaffreda, regista e unico protagonista attivo sul palco – accompagnato da 3 silenziose figure femminili – ha incarnato le vesti di DRAGO, un artista che con la sua intima perversione ha saputo regalare creatività alle orde di follower che lo seguono sugli ormai irrinunciabili canali social. A fare le spese di questa patologica arte è Margherita, colpevole di essersi innamorata dell’uomo che la irretisce in un legame di sangue: quello che Drago usa per dipingere le sue tele.
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La scenografia per l’opera finale di DRAGO

(foto dal profilo Facebook del Teatro delle Donne)
Lo studio è pronto: DRAGO, soprannome dell’artista osannato dalle folle, traduzione letterale di Dracula, conterraneo transilvanico dell’uomo, sta per condividere col suo pubblico virtuale la realizzazione della sua OPERA FINALE, quella che saprà regalargli successo ma soprattutto tanti like. Le altre tele sono già appese nello spazio, sospese nel vuoto a testimoniare la produzione concentrata sulle mille tonalità di un rosso che disegna forme solo vagamente riconoscibili su fondi bianchi. Su un lato un PC portatile con una webcam che acquisisce e ripropone in tempo reale i fotogrammi in sequenza sullo sfondo del palco mentre al centro una pedana ed uno scranno, inevitabilmente rossi, già odorano di egocentrismo e narcisismo. Pronti, attenti, REC: che la performance abbia inizio!
La storia di DRAGO al centro dello spettacolo
Drago decide che questa sua ultima esibizione deve essere la tappa finale di un percorso non solo artistico ma anche di vita che vuole condividere coi suoi seguaci. Pertanto dalla sua infanzia, vissuta in un campo Rom con una madre che viene uccisa mentre compie una rapina e quindi con dei genitori adottivi che non diventeranno mai davvero tali ma sapranno regalargli una speranza di realizzazione, l’artista si racconta fino all’incontro con la sua Margherita, amore a prima vista che saprà inseguire anche quando lei deciderà di sfuggirgli per riconquistarla. Una donna che diventa sua musa ispiratrice col suo sangue, quello di un difetto fisiologico che sarà chiave di conquista per Drago, ancora memore del sangue della madre che si era offerto al pubblico televisivo al momento della sua morte violenta, da molti peraltro applaudita. Da qui l’innescarsi di una spirale fatta di debolezza, di psicosi, di possesso e di simbiosi malata capace di condurre inevitabilmente ad una fine. Definitiva.
Giaffreda da solo alla prova sul palco
Gabriele Giaffreda, solo in scena a rivolgersi con voce e parole al pubblico – quello presente e quello presumibilmente collegato ai suoi canali social – regala alla platea un racconto che diventa una confessione via via sempre più filtrata dalla sensibilità perversa di Drago: dalla consapevolezza iniziale che alcuni follower potrebbero abbandonare scoprendolo figlio di una ladra Rom, l’uomo perde sempre più il contatto con la realtà quando inizia a parlare del suo amore per Margherita. La capacità di quest’ultima di risvegliare un istinto primordialmente creativo con il suo sangue – quello delle sue fisiologiche emorragie financo quello derivante dal suo aborto spontaneo – impedisce all’artista di accogliere la donna nella sua totalità e umana complessità. Per lui, lei è capace di esprimergli amore solo col sangue e non ci sono gesti o parole che possano alimentare il sentimento (“basta nutrire gli occhi per alimentare un sentimento?”).
Margherita: agnello sacrificale sull’altare di un amore malato

(foto dal profilo Facebook del Teatro delle Donne)
Con un consapevole gioco di luci, la performance attoriale di Giaffreda, impegnativa e priva di sostanziali pause, ha saputo trascinare gli spettatori – ahimè troppo pochi ma auspicabilmente più numerosi nelle repliche – in un gorgo psicodrammatico dove si dimentica presto la webcam, muta ed inerte spettatrice sul palco, e si offre l’altra faccia di una medaglia della quale siamo portati – per umana solidarietà e per personale senso di giustizia – a guardare sempre il lato più debole. Nel flusso narrativo pressoché ininterrotto che ci offre, il protagonista, a nostro avviso, non cerca comprensione o alibi perché dal suo punto di vista non ne servono: Margherita col suo suicidio gli ha dimostrato Amore assoluto e lui non avrebbe potuto chiedere dimostrazione d’affetto più grande dalla donna della sua vita. E in un atto di “amore” altrettanto grande, ecco che Drago offre e si offre al pubblico: una tela realizzata col lenzuolo usato per avvolgere in un ultimo abbraccio il corpo di lei, spremendone fino all’ultima goccia di sangue prima che sia troppo tardi. Una Sacra Sindone con ali di farfalla, pronte finalmente a far librare Margherita in un cielo di libertà, in un Empireo insieme alle altre Margherita rese famose dall’arte e dalla letteratura.
DRAGO: sgomento senza giudizio
Nel testo di Elena Miranda c’è il merito di aver raccontato una storia senza la presunzione di voler sorprendere o sensazionalizzare per risvegliare sentimenti inconsulti di fronte ad un fenomeno sociale di estrema complessità che merita più capacità di analisi che slogan. Alla fine della rappresentazione – pur sempre con la propria sensibilità, che è intimamente personale – non prevalgono rabbia o odio ma siamo pervasi da un profondo sgomento, mentre il sentimento del protagonista adesso è ancora più forte, nella convinzione che Margherita abbia dimostrato col suo gesto l’Amore massimo, assoluto, in un gesto di sacrificio estremo per la creatività di Drago. Nessun alibi, nessuna giustificazione, nessuna possibile strada alternativa se non quella della giustizia, però.
Sulla scia di molti spettacoli che hanno trattato il tema dei femminicidi e della violenza anche psicologica che ci sta dietro – tra questi ci rammentiamo lo strepitoso Polvere di Saverio La Ruina (recensito da Gufetto nel 2018) – il connubio Miranda-Giaffreda ci ha offerto un’opera che non può dirsi finale ma sa aiutarci a guardare con occhi più attenti e meno ideologici in un mondo di tifoserie capaci di ridurre tutto a bianco o nero.
DRAGO. OPERA FINALE
progetto e drammaturgia Elena Miranda
regia Gabriele Giaffreda
assistente alla regia Anna Serena
scene Ales
con Gabriele Giaffreda
comparse Evelina Gerlini, Samia Pelagatti, Valentina Zingoni
PRIMA ASSOLUTA
Visto al Teatro Goldoni (Firenze) il 14 dicembre 2025


