DEDICATO, spettacolo di Francesco Alberici ed Ermelinda Nasuto, è andato in scena al Teatro Cantiere Florida come un racconto teatrale essenziale e privo di retorica sulla malattia oncologica e sul tempo della cura. Con la drammaturgia dei Kepler 452 (premiati Ubu), Ermelinda Nasuto — in scena con Olga Durano — interroga la fragilità come spazio di consapevolezza e di libertà, cercando, senza proclami, il punto in cui la vita continua a farsi possibile. Prosegue la tournée col debutto romano al Teatro Biblioteca Quarticciolo.
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DEDICATO prima del buio: la scena come soglia

DEDICATO rifiuta fin dall’inizio l’idea di rappresentazione protetta: il palco è nero, spoglio, con sei fari a piantana visibili, esposti, dichiaratamente privi della finzione teatrale. Non c’è scenografia che possa offrire rifugio, né una quarta parete dietro cui nascondersi. Lo spettacolo comincia prima del buio in sala, in quello spazio liminare in cui il pubblico non è ancora del tutto spettatore e l’attrice non è ancora del tutto personaggio. La scelta registica di Francesco Alberici è precisa e coerente col racconto: DEDICATO non costruisce finzione, ma espone un tempo reale, vulnerabile, ancora aperto. Mette in scena una soglia: quella tra vita e scena, tra salute e malattia, tra ciò che è stato e ciò che non si sa ancora come andrà a finire.
Ermelinda Nasuto racconta senza armature
Il testo prende avvio da poche parole, pronunciate con una semplicità disarmante: la diagnosi di un carcinoma mammario di secondo stadio, arrivata dieci giorni prima dei quarant’anni. Nessuna retorica della battaglia, nessuna mitologia della guarigione. DEDICATO elimina l’immaginario bellico che spesso accompagna la narrazione della malattia e posa definitivamente l’armatura e la spada del coraggio. La malattia è raccontata per quello che è: una frattura improvvisa del quotidiano, un cambiamento di prospettiva che invade ogni pensiero, ogni attesa, ogni silenzio. I protocolli, le cure, i follow-up, le sale d’attesa diventano materia drammaturgica.
DEDICATO: una storia condivisa

È un racconto che non può essere ascoltato senza che lo spettatore venga chiamato in causa con la propria storia personale, con le proprie paure, con le proprie memorie corporee. Il tumore al seno è la neoplasia più frequente: circa 150 donne ricevono una diagnosi ogni giorno. Una storia comune e riconoscibile. Le parole di Nasuto riattivano sensazioni precise: l’ansia dei controlli, la speranza che convive con i pensieri intrusivi, il corpo che si scopre improvvisamente diviso in un prima e in un dopo. Il ricordo esatto dell’ultima volta in cui ti sei sentita sana: Ermelinda balla e si ubriaca sulle note di Instant Crush dei Daft Punk, io dimentico di chiamare la dottoressa.
Nella società dell’efficienza la malattia rischia di essere pensata come una parentesi da chiudere in fretta, per tornare alla cosiddetta “vita di prima”. Ma la vita non torna indietro. Quando su un foglio bianco tracci un segno, quel foglio diventa altro: dopo il primo, il secondo, il millesimo tratto, non può — e forse non vuole — tornare com’era. È nuovo, diverso, attraversato dall’esperienza che lo ha trasformato. Anche il dolore è così: una macchia d’inchiostro nero che si rovescia sul foglio. Resta, ma può diventare disegno. Da allora non ho mai più dimenticato che sono, anche, una paziente oncologica. Si vive, si sta bene, si è felici, ma qualcosa di indelebile resta. DEDICATO intercetta esattamente questo resto.
La scena: spazio di esposizione radicale
Dal punto di vista teatrale, la costruzione dello spettacolo è ridotta all’osso: una parrucca, una sedia a rotelle e il carrello della flebo: i segni della malattia. È una sottrazione che diventa gesto etico. La scena è uno spazio di esposizione, non di rappresentazione. Ermelinda Nasuto si consegna al pubblico senza protezioni, maneggiando una fragilità scoperta, non addomesticata. Intimo, vicino, quasi invasivo. È un disagio reale, che può infastidire. Ma forse è proprio lì che lo spettacolo funziona, perché costringe lo spettatore a non ritrarsi. DEDICATO diventa così microscopio e cannocchiale insieme: guarda dentro e guarda lontano.
Olga Durano e la catena del femminile

Accanto a Nasuto, Olga Durano non è una semplice comprimaria, ma una presenza drammaturgica decisiva. È l’altra età possibile, il futuro e la memoria, la madre, l’angelo. È colei che cura, che trucca, che accompagna, che osserva e veglia. In questo spazio tutto femminile si apre una riflessione profonda sul corpo, sul desiderio, sul bisogno di piacersi e di riconoscersi anche quando il corpo cambia. Il tumore al seno diventa ferita del femminile e del materno: la proposta di congelare gli ovuli, la menopausa oncologica, la rinuncia alla maternità. E poi la madre reale, morta di tumore, che ritorna come figura simbolica e affettiva. Le paillettes nere di Nasuto e quelle rosse di Durano brillano come segni di una genealogia emotiva, di una sorellanza che attraversa le generazioni.
La cura e il processo creativo
Uno degli spostamenti più interessanti operati da DEDICATO è quello dal concetto di malattia a quello di cura, di tempo e spazio dedicato. Non solo cura medica, ma cura dell’anima. La ferita può diventare feritoia: uno spazio attraverso cui vedersi e farsi vedere. La creatività — teatro, musica, scrittura — è pratica di conoscenza e percezione. Raccontare diventa un atto condiviso, un modo per restituire senso all’esperienza e trasformare la precarietà in risorsa. La malattia porta con sé la consapevolezza della fragilità e della morte, ma anche la possibilità di abitare la vita con maggiore intensità e verità: “quando morirò non dite che sono volata via: dite che sono morta”.
DEDICATO: una professione di libertà
La canzone Dedicato di Loredana Bertè attraversa lo spettacolo come un manifesto silenzioso: un inno all’autenticità, alla possibilità di vivere fuori dagli schemi. DEDICATO rifiuta definitivamente la retorica della guerra: non c’è un nemico da sconfiggere, non c’è una vittoria da celebrare. C’è un tempo di cura, una carezza profonda, una consapevolezza fragile della finitudine. Non si tratta di merito o demerito, ma di dignità. Come ammonisce Amleto a Polonio, non è secondo il merito che dovremmo trattarci. DEDICATO ci invita a guardare la nostra fragilità. E forse, finalmente, a trovare il punto. Sembra poco. È tutto.
Visto il 23 gennaio 2026, al Teatro Cantiere Florida
Credits: DEDICATO
testo di Francesco Alberici, Ermelinda Nasuto
con Olga Durano, Ermelinda Nasuto
regia Francesco Alberici
dramaturg Enrico Baraldi, Nicola Borghesi (Kepler 452)
luci e scene Enrico Baraldi
assistente alla regia Ivana Xhani
elementi scenici Officina Scenotecnica degli Scarti
produzione La Corte Ospitale, SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione, Cranpi
con il contributo del Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna
si ringraziano Ateliersi, Archiviozeta


