DE BERGERAC @ Teatro Era: Santeramo è rimasto senza Cirano

Chiude la stagione del Teatro Era – Teatro della Toscana l’atteso debutto in prima nazionale di DE BERGERAC di Michele Santeramo, ispirato al famoso testo di Edmond Rostand. Sul palco noti nomi del cinema – Anna Foglietta, Edoardo Leo, Marco Bonini – fanno il tutto esaurito (tanto che il teatro ha aggiunto una data extra domenica 11 maggio). Nel solco del pluriennale progetto “Fantasmi” Santeramo sgancia i personaggi dai ruoli originari che scompaiono e riappaiono rinnovati sulla scena, per lanciare una provocazione, un’invettiva, una sfida agli spettatori: “siate onesti, non recitate, almeno voi”.

DE BERGERAC ovvero della incompiutezza

DE BERGERAC di Michele Santeramo, foto di Michele Monasta
DE BERGERAC di Michele Santeramo, foto di Michele Monasta

Luce accesa in sala, pochi elementi scenici che sembrano lasciati sul palco uno accanto all’altro senza ordine, una balaustra di un balcone o di un tribunale, delle sedute circolari come sgabelli, dei cilindri sdraiati. Michele Santeramo, fogli del copione alla mano, entra col suo fare dimesso, si siede e legge, racconta, narra con parole sue, e alcune prese in prestito da Rostand, dell’immortale storia d’amore del noto trio – Cirano, Rossana, Cristiano – dei loro ardenti sentimenti intrecciati e indissolubili, del dolore e della morte. Riconosciamo lo stile già apprezzato di Santeramo, con le tipiche allitterazioni, la voce sussurrata, calma, eppure magnetica, le pause e gli accenti nel breve prologo che precede la storia, per confessare al pubblico l’incompiutezza dell’opera DE BERGERAC. Del resto in teatro mai un testo è definitivo, mai una replica è uguale all’altra, per definizione stessa della presenza nel qui e ora dell’azione scenica, qualunque copione sarà sempre incompiuto. Ma Santeramo inizia qui il suo gioco con gli spettatori, attende la loro reazione, la osserva al lato del palco. Chiede aiuto al pubblico per terminare l’opera, che da otto anni tormenta (e delizia) il drammaturgo, rielaborata più volte in versioni diverse al Teatro Era nel settembre 23 e nel maggio 24 e al Festival Collinarea di Lari. Stavolta con DE BERGERAC – dice Santeramo -vuole poter finalmente (ovvero mai) scrivere la parola fine, in eterno rimandata.

DE BERGERAC senza Cirano

DE BERGERAC di Michele Santeramo, foto di Michele Monasta
DE BERGERAC con Anna Foglietta, Edoardo Leo, Marco Bonini, foto di Michele Monasta

Cirano, interpretato da Edoardo Leo, è stanco dell’amore, di una stanchezza indicibile, non vuole ripetere il proprio dolore, rinnovarlo ogni sera senza possibilità di sfuggire dal proprio destino, improvvisamente dice basta: non va in scena. Interrompe e irrompe sul palco con il costume non finito – un corpetto seicentesco slacciato – col testo in mano, per annunciare che non dirà le sue famose battute, non amerà Rossana, non andrà all’appuntamento dal pasticciere-poeta Ragueneau, non declamerà le rime sotto il balcone al posto di Cristiano, non scriverà le parole eterne d’amore dal fronte nell’ultima lettera per Rossana. Basta. Non farà niente. E torna alla mente la saggia indolenza de IL NULLAFACENTE dello stesso Santeramo che attende la fine e la resta a guardare (nella potente messa in scena con la regia di Bacci). Il rifiuto di Cirano costringe Rosanna (Anna Foglietta) e Cristiano (Marco Bonini) a rinunciare al proprio amore potente e tragico, al proprio ruolo nella storia, lasciandoli vuoti, privi di significato e di vita scenica di pirandelliana memoria. I tre personaggi in cerca d’autore sono consapevoli che senza ruolo non sono niente, senza sofferenza d’amore, non esistono più. E inevitabilmente ci domandano direttamente dal palco: e le nostre vite esistono senza il nostro dolore? Possiamo rifiutare i nostri copioni già scritti? Quali battute stiamo replicando nella nostra esistenza? Santeramo affida ai personaggi del Cirano di Rostand un nuovo eroico compito: il rifiuto del proprio destino di finzione per aspirare ad una vita nuova, fuori dal palco, con persone vere, senza un copione, senza battute da recitare, senza un mortifero finale già noto. Questi nuovi eroi hanno estremo bisogno di verità perché sono portatori di un amore assoluto, pieno, forte, che reclama vita.

La comicità di DE BERGERAC

DE BERGERAC di Michele Santeramo, foto di Michele Monasta
DE BERGERAC di Michele Santeramo, foto di Michele Monasta

I tre attori prendono ripetuti applausi dalla sala, che più che ascoltarli li adula per la propria notorietà, forse cogliendo solo in parte il dramma che portano sulla scena. Complice della leggerezza, il gioco metateatrale spesso calcato in funzione comica (sta scritto così, siamo in teatro), con gli ammiccamenti al pubblico, con le smorfie e le pause a commento della scena. La platea si accende nelle gag che ogni personaggio spinge nella propria direzione: Foglietta melodrammatica e sempre sopra le righe che si getta a terra e si percuote il petto; Bonini che si inceppa o sbaglia parole costantemente preoccupato solo dal proprio aspetto; infine Edoardo Leo nel Cirano svogliato, indolente disilluso, cinico, tutto il contrario del romantico e sognante spadaccino guascone. Il gioco della commedia è accentuato dallo smaccato accento romanesco di tutto il cast, che non svanisce neanche nelle battute di Rostand. Michele Santeramo mescola senza soluzione di continuità le riflessioni dei personaggi sulla condanna a vivere e morire secondo copione e la poesia del testo originale: il monologo del bacio, la dichiarazione d’amore sotto al balcone, lo svelamento della finzione di Cristiano in battaglia, la scoperta della lettera nel doloroso finale d’amore e morte. Le movenze trascinanti del comico faticano a sprofondare davvero nella tragedia, anche grottesca e buffonesca, che vorrebbe coinvolgere il pubblico sulle proprie insicurezze e resistenze.

DE BERGERAC parla dello spettatore

DE BERGERAC di Michele Santeramo, con Anna Foglietta, Edoardo Leo, Marco Bonini, Teatro Era, foto di Michele Monasta
DE BERGERAC di Michele Santeramo, con Anna Foglietta, Edoardo Leo, Marco Bonini, Teatro Era, foto di Michele Monasta

Michele Santeramo resta a guardare il risultato in scena come primo spettatore, lo scrittore e regista è anche attore silente sul palco, resta lì. E come dimostra la fisica quantistica, l’osservatore influenza il risultato per il semplice fatto di essere presente all’esperimento. La macchina metateatrale è portata qui al livello più alto: non solo ammette la compresenza di attore e personaggio, con pari dignità e funzione narrativa, ma anche di drammaturgo con funzione di osservatore del pubblico, il quale guarda ed è guardato. Sul fondale del teatro una grande parete a specchio porta infatti gli spettatori stessi sul palco nell’immagine riflessa: il pubblico è a tutti gli effetti un quarto personaggio in scena a cui in ogni occasione gli attori si rivolgono per porre domande sulla trama inscenata, chiedendo perfino di agire, di abbandonare la sala, alzarsi e andarsene per non restare bloccato nel proprio compito di spettatore, seduto e fermo. L’esperimento drammaturgico si compie dunque nella capacità trasformativa del teatro e solo nella misura della onestà del pubblico rispetto alla propria vita. Una signora domanda dalla platea: ma è un invito serio? E si alza, come lei c’è qualche altro timido movimento, ma gli altri restano seduti (compresa me), incastrati nelle poltroncine delle nostre ‘vite disoneste’.

DE BERGERAC ovvero del cambiamento

Cirano vuole sottrarsi a quel che è, porta appeso al collo quel famoso naso che lo precede in un quarto d’ora, come un medaglione sul petto, simbolo della sua identità dismessa. In questo gesto estremo e definitivo sta la ricerca di Santeramo sull’onestà dell’esistenza di ciascuno di noi, la possibilità di sottrarsi a ciò che crediamo il nostro destino. L’unica costante della vita è il cambiamento (dice Buddha), ma la resistenza ad abbandonare la strada vecchia per quella nuova è un meccanismo di difesa per trattenerci al sicuro. Chi ha il coraggio di cambiare, di rivoluzionare se stesso, il proprio ruolo (lavoro, famiglia, città, casa)? Chi mette a rischio la propria sicurezza seppure ingannevole, che dà l’illusione di controllo e padronanza familiare, per scegliere l’ignoto, la strada da imparare? Chi sceglie di deviare dal copione? Cirano-Santeramo invita tutti ad andarsene se vogliono cambiare qualcosa della propria vita. Anche solo la strada per tornare a casa. E così (forse) nello spettatore si insinua l’idea che quella che sta vivendo è una non-vita carica di un’idea a cui non crede più. Cristiano non muore ma se ne va, lascia Rossana per rinnegare l’amore che affoga nell’abitudine. E salta agli occhi anche il ripetersi privo di senso della struggente morte di Cirano: quattordici anni… Ok, ora me ne vado. Infine è Rossana l’ultima a sottrarsi alla propria prigione perpetua di sofferenza tossica, da cui uscire è un dovere.

DE BERGERAC regia e drammaturgia di Michele Santeramo (trailer)

“Qui giace Ercole Savignano Cirano/ de Bergerac che fu tutto e lo fu invano” (Rostand)

DE BERGERAC

regia e drammaturgia Michele Santeramo
con Anna Foglietta, Edoardo Leo, Marco Bonini
spazio scenico Marco Ghidelli
elementi scenici realizzati da R3direct con materiali prodotti da Revet e commercializzati da Febo
costumi Elena Bianchini, Eleonora Sgherri
luci Valeria Foti
manifesto di Walter Sardonini
sartoria Laboratorio d’ Arte Teatro della Pergola
produzione Teatro Era – Teatro della Toscana

Altri adattamento contemporanei di Cirano, Teatro di Rifredi

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Alice Capozza

Redattrice per Gufetto Firenze e fondatrice del collettivo di redazione. Appassionata di teatro, attrice e regista, formatrice di critica teatrale. Scrive su Gufetto dal 2017