Il corpo è il primo luogo in cui si esercita il potere, prima ancora delle parole: stabilisce chi può essere visto, ascoltato, rappresentato. A Kilowatt Festival 2026 tre spettacoli, LA FUTURA CLASSE DIRIGENTE di Caterina Marino, PER FAVORE, NON RICCARDO III di Giammarco Pignatiello, Benedetta Pigoni e Cristian Viscione e LEO – L’UNICA ARTE È UN PUGNO di Cubo Teatro con Alberto Boubakar Malanchino, interrogano il rapporto fra corpo e potere. Il corpo non è neutro: esistono corpi riconosciuti e corpi marginalizzati, corpi considerati rappresentativi e altri costretti a rivendicare il diritto ad essere visibili: chi non è conforme, quanto ha diritto ad occupare la scena nel mondo reale?
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Contenuti
LA FUTURA CLASSE DIRIGENTE: quando i bambini chiederanno conto agli adulti

ph. Elisa Nocentini
Con LA FUTURA CLASSE DIRIGENTE, Caterina Marino porta sulla scena i pensieri delle nuove generazioni delle scelte compiute da chi le ha precedute. Lo spettacolo nasce da oltre duecentocinquanta interviste a bambini e bambine, trasformate in materiale drammaturgico per costruire un’indagine sul presente attraverso lo sguardo di chi erediterà le conseguenze delle decisioni degli adulti.
Oltre alla stessa Caterina Marino, in scena Federico Brugnone, Sara Mafodda e Daniele Paoloni, vestono magliette colorate con disegni infantili e scritte significative (equality, protect the unicorn, time is up); stanno in piedi davanti ai microfoni, come in una TED impossibile in cui a prendere la parola non sono esperti o politici, ma bambini chiamati a rispondere su crisi climatica, guerre, diritti, discriminazioni, futuro. La struttura dello spettacolo ha il ritmo dell’inchiesta, con una sequenza rapida di domande, risposte, frammenti, immagini e cambi di registro. L’ironia non attenua la gravità dei temi, ma ne evidenzia il paradosso. Le risposte sono ingenue, poetiche e spesso spiazzanti. Proprio per questo rivelano il vuoto delle risposte degli adulti: “metto un ventilatore gigante davanti a Roma”, “vado in campagna dai miei nonni che hanno la piscina”, “vivo nei fiumi” ma anche “mi suicido” e “io vado nel passato e cambio le cose, poi mi estinguerò, perché è colpa nostra, degli umani”.
La regia di Caterina Marino

ph. Luca Del Pia
La regia richiama la precisione e il ritmo propri di Sotterraneo e, per la raccolta antropologica delle voci dei bambini, Sbucci de Gli Omini, con lo stesso risultato di comicità e stupore. Caterina Marino nella restituzione delle testimonianze sottende una domanda politica: «Cosa diremo quando ci chiederanno cosa abbiamo fatto?» La domanda trova un contrappunto nelle parole di Greta Thunberg, dando voce nello spettacolo alla richiesta di responsabilità rivolta agli adulti. Accanto a questa urgenza contemporanea risuona il monologo di Tuzenbach da Tre sorelle, che Marino sottrae alla nostalgia cechoviana per rimetterlo in circolo come riflessione sul futuro e sulla responsabilità collettiva.
Accanto alla fantasia emergono le paure dei bambini: la guerra, il razzismo, la violenza, la crisi ambientale. Il mondo degli adulti viene osservato con uno sguardo che non è ancora completamente addomesticato dalle giustificazioni del presente. «Perché quando parliamo non ci ascoltate?» Il “cerchio magico” praticato a scuola come esercizio di gentilezza e ascolto si scontra con una società adulta che invece richiede competizione e indifferenza. Sulle note di Quale allegria di Lucio Dalla, una linea luminosa che attraversa il palco è il segno scenico di una soglia politica ed etica ormai superata.
PER FAVORE, NON RICCARDO III: il corpo disabile riscrive il potere

in scena Benedetta Pigoni, in collegamento Cristian Viscione – ph. Luca Del Pia
PER FAVORE, NON RICCARDO III sposta lo sguardo sul singolo corpo e sulla possibilità di sottrarsi alle immagini imposte dalla società. Il progetto di Cristian Viscione, Giammarco Pignatiello e Benedetta Pigoni parte dal corpo deformato di Riccardo III, simbolo shakespeariano di ambizione e mostruosità, per affrontare il corpo disabile come luogo di esperienza, desiderio, ironia e autodeterminazione.
Nella piccola cappella dell’Oratorio di Santa Maria delle Grazie, il pubblico si trova immerso in un ambiente raccolto, dove alcuni spettatori seguono la performance da sdraiati: la stessa posizione del protagonista, Cristian Viscione, affetto da atrofia muscolare spinale (SMA). Atrofic King, come si è ironicamente autonominato, non è fisicamente presente in scena ma collegato a distanza attraverso una chat Telegram, ribaltando le aspettative dello spettacolo dal vivo. La tecnologia sostituisce la presenza fisica, consentendo la relazione mediata dagli schermi. Ma questa è la condizione della malattia: «io sono la tecnologia in persona, tutte le mie relazioni passano dalla tecnologia».
Il registro dominante è quello del black humor. La malattia, la cura, la dipendenza dagli altri e il rapporto con un corpo divergente vengono affrontati senza pietismo e senza negare la durezza della condizione. Per favore, non Riccardo III vuole togliere la disabilità dal racconto prodotto dagli altri e restituirla a chi la vive, trasformandola in soggetto creativo. Come in Be Unicorn di Chiara Bersani, dove il corpo non conforme diventa luogo di immaginazione, invece che di mancanza; ma anche La Merda di Ceresoli/Gallerano o Frankenstein di Motus, per citarne alcuni.
Il mio regno per un cavallo!

Nello spazio scenico si muove Benedetta Pigoni che interpreta le figure femminili e spettrali del testo shakespeariano, Lady Anna, la Duchessa di York, i fantasmi che perseguitano Riccardo, fino alla trasformazione in un cavallo e poi unicorno con un palloncino gonfiabile, sospesa fra fiaba e critica sociale. La traccia della vicenda di Riccardo III è un pretesto per affrontare questioni molto concrete: il ruolo della famiglia nella cura, il costo umano ed economico dell’assistenza, il rapporto fra autonomia e dipendenza, il diritto alla sessualità e all’affettività. Le parole del protagonista restituiscono una visione lontana dalla retorica della disabilità: «questa è la mia reggia. O anche la mia prigione». Il limite non è soltanto quello del corpo, ma quello imposto dallo sguardo sociale.
Cristian scherza, ironizza su tutto e reinventa le regole del gioco, per innescare una riflessione sulla relazione e sulla possibilità di partecipare. In sottofondo sentiamo la voce dell’allenatore juventino Allegri (dall’inconfondibile accento livornese) – perché il calcio è un territorio condiviso, come il gioco. Cristian ci sfida in chat a Forza 4, ma riempie tutto lo schema di palline rosse, trasformando la relazione con gli spettatori in uno scherzo. Nel finale, il riferimento al celebre monologo, «Richard loves Richard; that is, I am I», perde ogni connotazione di condanna e si trasforma in una dichiarazione di esistenza.
LEO – L’UNICA ARTE È UN PUGNO: la storia cancellata di un corpo

L’anteprima di LEO – L’UNICA ARTE È UN PUGNO di Cubo Teatro con Alberto Boubakar Malanchino – già recensito su Gufetto a Materia Prima con SID – sviluppa un’altra forma di esclusione, quella del corpo razzializzato, costretto a dimostrare continuamente la propria appartenenza, attraverso una figura quasi rimossa dalla memoria sportiva italiana: Leone Jacovacci, pugile italo-congolese campione italiano e europeo dei pesi medi nel 1928, una vittoria cancellata dalla narrazione ufficiale perché ottenuta da un atleta nero.
La scena parte proprio da questa rimozione. Il filmato dell’Istituto Luce dell’incontro si interrompe prima della conclusione, come se anche l’immagine avesse subìto la stessa censura della storia. Nello spazio scenico vuoto del Teatro della Misericordia, scende un microfono vintage al centro e altri quattro microfoni delimitano gli angoli di un ring immaginario. Sullo sfondo scorrono foto e video d’epoca che collocano la vicenda nel contesto storico del colonialismo italiano ed europeo e della costruzione delle identità nazionali nel Novecento.
Dalla storia al presente

ph. Elisa Nocentini
Malanchino intreccia continuamente la biografia del pugile con la propria, figlio di padre italiano e madre del Burkina, ci racconta il bambino che si sente diverso per il colore della pelle pur essendo italiano, la necessità di essere riconosciuto, la fatica di appartenere a un luogo che ti respinge. Jacovacci/Malanchino combatte sul ring per conquistare uno spazio sociale e identitario: «può un pugile nero rappresentare l’Italia?» la domanda centrale del testo, nata negli anni Venti, è ancora profondamente attuale, basta pensare a Paola Egonu o alle razziste proposte di remigrazione.
Il ritmo è serrato. Malanchino trasforma il gesto pugilistico in una coreografia accompagnata dalla batteria jazz. Con ogni round aumenta anche l’energia della performance. «Per chi combatto?» Jacovacci ricompone una geografia della diaspora nera dal Congo a Londra, da Parigi a Roma. Ogni città è un nuovo combattimento. Sul ring si conquista un titolo, fuori dal ring bisogna conquistare il diritto di appartenere. «Soltanto in guerra non c’è colore» La frase arriva come un diretto e scopre il paradosso: la società ti accetta quando servi, ma ti nega memoria e cittadinanza quando reclami il tuo posto. Ancora oggi.
Dalle riflessioni dei maestri del teatro ai fantasmi della memoria fino ai corpi che rivendicano il diritto di raccontarsi, i primi giorni di Kilowatt Festival 2026 compongono un unico percorso critico. Cambiano linguaggi e poetiche, ma il teatro continua a essere il luogo in cui la complessità del reale resiste alle semplificazioni.
Crediti e Info
LA FUTURA CLASSE DIRIGENTE
drammaturgia, regia e performance Caterina Marino
e con Federico Brugnone, Sara Mafodda, Daniele Paoloni
aiuto regia Marco Fasciana
costumi Accademia italiana
produzione Cranpi, 369gradi, La Corte Ospitale
residenze Carrozzerie | n.o.t, Humus artistə nel terriorio/IAC Centro Arti Integrate, Teatro Biblioteca Quarticciolo
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura
con il sostegno di Atcl – Circuito multidisciplinare della Regione Lazio
Visto il 19 luglio 2026, Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR)
PER FAVORE, NON RICCARDO III
regia e performance Giammarco Pignatiello
drammaturgia e performance Benedetta Pigoni
e con Alessandra Curìa, Cristian Viscione
costumi, scenografia Gaia Fossati
figura, animazione Valerio Aldrighi
produzione Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale
selezionato nell’ambito del progetto Creative Europe – Uad Universal Art Design
con il sostegno di the European Festivals Fund for Emerging Artists (EFFEA), un’iniziativa European Festivals Association (EFA), co-finanziata da European Union
in collaborazione con Divano Project
con il sostegno di Centro Teatrale MaMiMò, Accademia dei Filodrammatici, Spazio EffeBi19
Visto il 20 luglio 2026, Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR)
LEO – L’UNICA ARTE È UN PUGNO
testo e regia Girolamo Lucania
testo e interpretazione Alberto Boubakar Malanchino
musiche originali e composizione sonora Ivan Bert, Sandro Vendrame
direzione tecnica, luci e fonica Sandro Vendrame
visual arts Niccolò Borgia
assistenza Alessia Moretti
identità Visiva Simone Vona
residenza artistica Pim/Off (Mi), Cranpi – Teatro Biblioteca del Quarticciolo (Rm), Circuito Claps, Toscana Terra Accogliente (Teatri d’Imbarco, Teatro delle Donne, Catalyst, Giallomare)
progetto vincitore di Toscana Terra Accogliente, IntercettAzioni
coproduzione Centro di Produzione Dracma
si ringraziano Palestra Popolare Quarticciolo – Roma, Palestra popolare Pugilistica Domino – Milano, Palestra Popolare Neruda – Torino, Star Team Fighting Club – Torino
Anteprima – Visto il 20 luglio 2026, Kilowatt Festival, Sansepolcro (AR)


