Conclude la tredicesima edizione di Materia Prima Festival e la due giorni di incontro con Eugenio Barba (su Gufetto anche il racconto del talk con Sotterraneo e della presentazione del libro all’Ornitorinco) un intenso spettacolo messo in scena sul palco del Teatro Cantiere Florida. Julia Varley, storica attrice e collaboratrice dell’Odin teatret, interpreta uno spettacolo in forma di solo, tra i più recenti della produzione di una delle compagnie più longeve e significative del teatro del Novecento. Sulla scena si susseguono tre quadri dedicati al tema della COMPASSIONE, in una progressione che comprende tutti gli aspetti della vita umana.
Articolo a cura di Sofia D’Andrea, Francesca Valente, Sandra Balsimelli
Contenuti
Mettere in scena la COMPASSIONE

(dal profilo social di Materia Prima Festival)
Il palcoscenico è spoglio, interamente illuminato: una sorta di altare coperto da un drappo nero, alcuni teli insanguinati a terra, una pedana, una lunga asta che diventerà albero. Basta questo a costruire la scena, insieme ad alcuni capi di abbigliamento capaci di connotare il cambiamento di ruolo e interpretazione dell’attrice: dei copricapi, un mantello, uno scialle, una piccola borsa, una giacca. L’uso essenziale degli oggetti di scena li rende emblemi di una condizione esistenziale. La vicenda è costruita attraverso tre momenti che si susseguono, lontani nello spazio e nel tempo, e si richiamano attraverso una fitta serie di echi tematici.
Apre lo spettacolo un monaco Yazida che piange la scomparsa degli uccelli in territorio di guerra, li richiama attraverso il canto e pianta un albero nel deserto che ne ospiti il ritorno. Un albero che resta spoglio, senza vita, perché le sue radici non attecchiscono in quel terreno arido, bagnato di sangue. Il monaco ricorda il tempo in cui gli uccelli allietavano il cielo e non si arrende – torneranno gli uccelli – perché la memoria è ciò che resta quando i ricordi se ne sono andati. La sua speranza rimane viva e appare un atto di ribellione rispetto al deserto di dolore e sangue in cui si muove.
La necessità della memoria

(dal profilo social di Materia Prima Festival)
In uno scenario lontano migliaia di chilometri, in Cecenia, una vedova rievoca la sua storia di perdita e dolore: il marito Yussuf e le persone a lei care sono morte per mano nemica e lei è diventata la custode della memoria dei loro nomi e delle loro immagini. L’albero macchiato di sangue piantato dal monaco diventa un memoriale a cui appendere le carte di un mazzo da poker, che rappresentano in realtà i lutti che lei piange: proprio come le carte di un mazzo che vengono gettate dalla donna sul palcoscenico come coriandoli, le vite umane sembrano essere coinvolte in un gioco fortuito e insensato in cui l’identità è spazzata via dalla follia della guerra. Il corpo del marito è un fantoccio di stoffa bianca che la donna abbraccia e culla rievocando agli occhi degli spettatori contemporanei le dolorosissime immagini delle donne palestinesi che compongono i corpi dei loro bambini deceduti.
In questo conservare la memoria e onorare la morte, resta però vivo il ricordo del tempo felice, quello dell’amore con Yussuf, come atto di resistenza contro il male del mondo. Un amore espresso con la semplicità delle culture arcaiche e contadine, evidente nelle parole del marito: ti tratterò meglio del mio unico cavallo. Le frasi d’amore dell’uomo, pronto a partire per la guerra, risuonano come una dichiarazione di disobbedienza: sei tu l’unico paese a cui appartengo, sei tu l’unico paese che voglio difendere.
La pietas nel mito di Antigone

(dal profilo social di Materia Prima Festival)
Fuori dal tempo e dallo spazio della storia, il mito erompe nell’ultimo quadro: nella Tebe straziata dalla guerra dei Sette, Tiresia si veste a lutto per celebrare il sacrificio di Antigone. Lo stesso fantoccio che prima rappresentava il cadavere del marito della donna cecena, diviene ora tomba della giovane tebana che Tiresia ricopre di foglie: un ritorno circolare alla Terra e all’albero insanguinato che ha aperto lo spettacolo. Il ricordo delle violenze, nelle parole di Tiresia, diviene una ricostruzione della catena ininterrotta di dolore che dai padri ricade sui figli, come una condanna della natura umana, rievocata dal celebre enigma della Sfinge. La famiglia dei Labdacidi è dunque simbolo dell’ineluttabilità del destino, di fronte alla quale solo la pietas di Antigone può rappresentare un atto di ribellione capace di contrapporre l’amore alla logica dell’odio e della vendetta. Il nome di Creonte ritorna come espressione di quella Legge degli uomini che giustifica la violenza come strumento della Storia. In questo scenario risuona lapidaria a frase finale, rivolta agli spettatori sui cui le luci di sala si accendono, impedendoci di non sentirci coinvolti: chi avrà compassione di voi?
Julia Varley: la ricerca teatrale al femminile in COMPASSIONE

Nel suo libro Pietre d’acqua. Taccuino di un’attrice dell’Odin Teatret (Edizioni di pagina, 2016), Julia Varley parla di un suo sogno paradossale: una storia nella quale persone anonime abbiano un viso e una voce. E in questo spettacolo lo realizza, prestando il proprio corpo a chi della Storia é vittima.
Sola sul palcoscenico, l’attrice lo abita con una grazia e una padronanza straordinarie. La sua voce si modula a imitare il canto degli uccelli, la disperazione della vedova cecena, la ieratica presenza di Tiresia. La sua recitazione brechtiana inscena il dolore ma non se ne lascia travolgere, mantenendo una distanza tra sé e il dramma che rende i quadri privi di retorica consolatoria. Il risultato è potentissimo e di una lacerante bellezza, acuita dalla ritualità e dalla precisione dei movimenti, che sembrano una partitura esatta rispetto alle parole. La sua presenza in scena la rende viva agli occhi dello spettatore e mostra un forte radicamento a terra che si lega a una delle frasi che Julia Varley ripete durante i suoi seminari: pensare con i piedi. É il corpo a muovere il pensiero e a dargli sostanza, a manifestare sul palcoscenico l’azione astratta rendendola viva.
Eugenio Barba: la regia di COMPASSIONE
La regia di Barba incarna l’ideale di politicità che il maestro pone alla base del suo teatro, il cui obiettivo è indurre un processo di consapevolezza e trasformazione del reale: per il regista infatti la politica è nostalgia di cambiamento. In questo spettacolo, esso avviene non tanto nella modifica del dato esterno ma in una presa di coscienza interiore che coinvolge la collettività. Nella scelta di porre in progressione le tematiche dei quadri – Natura, Relazioni, Stato – osserviamo un tentativo di rappresentare la realtà umana e di porre in discussione i presupposti che la narrazione della nostra civiltà ha messo alla base di tutto.
Anche il passaggio dalla storia al mito sembra suggerire una ricerca delle radici profonde della violenza umana, come archetipo cristallizzato nell’inconscio collettivo. E le figure protagoniste, quelle sacerdotali e la donna violata, rappresentano in questo scenario l’unica voce che rimane a difendere l’umanità attraverso la compassione, l’antica pietas, che onora i morti, ricorda le vittime innocenti, tenta di preservare la natura violata.
Visto il 14 aprile 2026, al Teatro Cantiere Florida, Firenze
COMPASSIONE: crediti
produzione Odin Teatret
regia Eugenio Barba
interprete Julia Varley
oggetti e costumi Julia Varley
assistenti alla regia Antonia Cezara Cioază, Jakob Nielsen


