Come nei giorni più comuni, quasi anonimi, due ragazzi si innamorano e decidono di costruire una vita insieme. È un percorso che, però, non procede linearmente: è composto da interruzioni, contrasti, parole che cercano un senso altrove; per essere più precisi, negli altri chiamati inevitabilmente a restituirglielo. Di certo non dentro di sé, dove sembrerebbe tutto già definito. È la voce di una generazione irregolare, a tratti smarrita, che avverte l’urgenza di darsi una forma: non solo in un corpo, ma anche in un racconto che sappia contenerla.
È proprio questo conflitto che Leonardo Lidi porta in scena, costruendo uno spettacolo in cui tale urgenza trova finalmente respiro, accompagnando i personaggi fino alla soglia dell’età adulta. Un momento in cui non si è più abbastanza giovani da cercare risposte negli altri, ma nemmeno del tutto maturi per trovarle esclusivamente in sé stessi, e allora si prova a farlo nella persona che si sceglie di amare.
COME NEI GIORNI MIGLIORI, andata in scena fino al 19 aprile al Teatro India, è una commedia in cui le battute più brillanti si innestano in un linguaggio profondamente connesso alla dimensione emotiva dei protagonisti: malinconico quando necessario, sorprendentemente aderente alla realtà in linea generale. La consapevolezza dei suoi protagonisti si traduce in un eccesso di parole nel tentativo di nominare ogni emozione. Eppure, non risulta mai ridondante. Sembra piuttosto una ricerca ostinata di equilibrio tra ciò che si è e ciò che circonda, nello sforzo di essere qualcosa di più della somma delle proprie emozioni.
Contenuti
COME NEI GIORNI MIGLIORI: l’assenza/presenza della scenografia
Nel vuoto del palcoscenico si intravede una scelta precisa: creare uno spazio aperto, dove lo sguardo del pubblico possa muoversi senza ostacoli. L’apparente essenzialità della scenografia diventa così uno strumento di coinvolgimento, trasformando la platea in un terzo personaggio. Dalla prima conversazione tra i due innamorati fino all’incontro tra le rispettive famiglie, il pubblico abita quella scena “invisibile” che prende forma proprio grazie alla sua presenza.
Le luci di Nicolas Bovey accompagnano il suo allestimento con discrezione, senza mai appesantirlo. L’impressione poi è quella di trovarsi davanti a uno schermo continuamente attraversato da fratture della quarta parete. Eppure, non si genera mai nessuna ambiguità. La forza della messa in scena risiede proprio nella naturalezza con cui ogni elemento si integra nel suo flusso d’azione.

la drammaturgiA DI dIEGO pLEUTERI
L’incipit si rivela ben più che un espediente narrativo. I due protagonisti si incontrano perché condividono lo stesso analista, e, uno dei due ascolta sempre gli ultimi dieci minuti della seduta dell’altro. È questa la chiave d’accesso al linguaggio di Diego Pleuteri. In un testo che indaga la difficoltà a costruire relazioni senza perdere la propria individualità, il linguaggio è profondamente radicato nella realtà interiore dei personaggi. La connessione che cercano all’esterno sembra, paradossalmente, è già avvenuta dentro di loro. Parlare è necessario, ma non è sempre sufficiente: ci sono momenti in cui l’intellettualizzazione fallisce, e resta solo la possibilità di lasciarsi attraversare dalle esperienze.
La scrittura di Pleuteri — oggi anche direttore artistico junior del Teatro Stabile di Torino — dà l’impressione che quei “dieci minuti” non finiscano mai davvero. Eppure, è un’opera che fa anche ridere, e molto. In dialogo ideale con il lavoro di Niccolò Fettarappa Sandri, il disagio dei trentenni diventa materia universale. Ma qui la risata non nasce dalla denuncia, bensì dall’accesso diretto ai pensieri più intimi dei personaggi.
Il testo riflette una generazione capace di nominare le proprie emozioni, di riconoscerle e, quando necessario, rispettarle. È questa la sua cifra più autentica: una naturalezza che ammette l’errore, il conflitto, perfino l’allontanamento definitivo. Eppure, come in un gioco di nascondino, che vale anche per il pubblico in sala, nessuno scompare davvero: ci si può nascondere bene, ma sparire, quello no veramente.

lE interpretazioni DI Alessandro Bandini E Alfonso De Vreese
La regia di Lidi lascia ampio spazio alle personalità dei due interpreti, Alfonso de Vreese e Alessandro Bandini. La loro diversità si traduce in un contrasto scenico credibile e vivo. In particolare, Bandini offre un’interpretazione di grande intensità, confermandosi un interprete di notevole spessore.
Lidi orchestra la complessità del testo e il talento degli attori senza irrigidire la messa in scena. Nulla è fissato in modo definitivo, tutto resta in movimento, proprio come i suoi personaggi. In un contesto sempre più standardizzato, la sua regia sceglie invece la fluidità, il rischio, la possibilità di “scorrere”. Colpisce, infine, l’assenza quasi totale della tecnologia: evocata appena, mai tematizzata come colpa originaria o alienazione dal presente. Il senso di straniamento che comporta resta sullo sfondo, sempre implicito, evitando in questo modo ogni deriva didascalica o stereotipata che avrebbe solo danneggiato la freschezza della rappresentazione.
COME NEI GIORNI MIGLIORI: CAST E DATI ARTISTICI
di Diego Pleuteri
regia Leonardo Lidi
con Alessandro Bandini, Alfonso De Vreese
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
foto Luigi De Palma
produzione Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale
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