TEATRO ERA @ COME GLI UCCELLI: Sofocle a Gerusalemme, oggi

Al Teatro Era Teatro della Toscana la compagnia torinese Il Mulino di Amleto porta in scena uno spettacolo epico e colossale: COME GLI UCCELLI dal testo originale Tous des oiseaux del drammaturgo libanese Wajdi Mouawad, premiato come miglior testo straniero UBU 2024 e miglior regia di Marco Lorenzi Tragos 2025. Imponente nella durata che supera le tre ore, lo spettacolo incatena e emoziona e viene salutato da una standing ovation meritatissima.

COME GLI UCCELLI: il muro e come superarlo

COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)
COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)

Fra i numerosi simboli che splendidamente sostengono la regia del dramma, il più incisivo, il più polisemico è sicuramente il muro: troneggia sulla scena, viene spostato a vista dagli attori stessi, disegnando un confine, quello terribile che separa arabi e israeliani da sempre e per sempre. E fin qui, sarebbe un potente segno visivo: alluderebbe a molti muri, quello di Berlino, ovvio, quello del Pianto a Gerusalemme, tutti i muri che vengono eretti per dividere, per separare: un correlativo oggettivo evidente: però leggibilissimo.
Ma poiché il muro stesso funziona anche da schermo per le battute da sovrascrivere e tradurre, e poiché le battute vengono tradotte, sì, ma anche scritte nei vari alfabeti in cui vengono pronunciate, diventa un palinsesto, una lavagna sporca, un codice su cui diversi discorsi si sovrascrivono, senza che nessuno annulli e cancelli del tutto i precedenti. Perché fra i molteplici temi di cui COME GLI UCCELLI parla, la connessione, il contatto, il contagio occupano una buona parte.

Tra destino e conflitto

COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)
COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)

Nella prima scena assistiamo al coup de foudre che Eitan, giovane israeliano (Federico Palumeri), subisce per Wahida (Barbara Mazzi), studentessa di origine araba: si incontrano nella sala di lettura di una biblioteca universitaria di New York e subito la loro attrazione è irrevocabile, e per nulla casuale se, come spiega Eitan, era stata mille volte annunciata dalla presenza sul suo tavolo – dovunque egli decidesse di sedersi, a qualunque ora, in qualunque giorno – di un antico vocabolario di arabo, che ecco, è proprio quello che la ragazza ha tra le mani. Dunque, continua Eitan, febbrile e splendente come un nuovo Romeo, l’incontro fra i due ragazzi non è un caso: è determinato già dal Big Bang, perché le loro molecole, e quelle del libro, erano sicuramente congiunte, e non è un caso che la loro ‘attrazione fatale’ si sia finalmente verificata.

COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)
COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)

C’è una connessione, un filo, un destino che ci gioca nel mondo, come fossimo palline nel flipper tanto amato da Umberto Eco: non la vediamo, non riusciamo a darcene ragione, ma le obbediamo, senza sapere perché. Le obbedisce il nonno di Eitan, Etgar (Aleksandar Cvjetkovic), che da soldato – lo vediamo in scena nelle sue età diverse, perché la drammaturgia adopera un meraviglioso tempo misto, e ci fa saltare da una città all’altra, New York, Berlino, Gerusalemme, e da un anno all’altro, 1967, 2013 – trova un neonato in una scatola da scarpe in un paese arabo devastato, e contro ogni logica lo salva, lo porta con sé, lo cresce, lo rende suo.
A chi appartiene realmente il neonato, che poi diventerà il figlio David, odiatore degli arabi e padre imperioso di Eitan? È giusto salvarlo, appropriarsene, e per farlo infrangere la legge, o meglio le leggi, quella dell’esercito (il superiore aveva imposto di portare il neonato in ospedale e lasciarlo lì) e quella della prassi religiosa? Ci sono altre leggi, avrebbe sostenuto Sofocle nell’Antigone, ben altre leggi superiori al ‘paradigma di Creonte’ (lo definisce così Sotera Fornaro), leggi profonde a cui dobbiamo ascolto: anche se non ci porteranno – non lo fanno mai –  a finali positivi.

Un Edipo senza nome: Sofocle in COME GLI UCCELLI

COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)
COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)

Sofocle, peraltro, è un intratesto potente del dramma: non sarebbe sbagliato considerare Come gli uccelli un ennesimo recalling della saga dei Labdacidi. Una città in guerra, una guerra irrimediabile di cui non è prevista la fine: antica almeno come Tebe dalle Sette Porte. Un groviglio misterioso, un gomitolo di non detto e non compreso e di legami familiari pieni di spine che dobbiamo risolvere – ed esattamente come Edipo Re, la tragedia va all’indietro, tutto è già successo, solo che non sappiamo cosa: lo sa, in primo luogo, la madre, Leah, la vecchia strega, che come Giocasta è consapevole esattamente di cosa è avvenuto, e manca poco pronunci la battuta immortale “sventurato, possa tu non sapere mai chi sei!”. L’allusione è anche diretta nello schiocco di dita con cui Norah, la madre di Eitan, scongiurando che non si dica la verità sulla sua origine al marito David, commenta che non fu la verità ad acciecare Edipo, ma la fretta con cui gli venne comunicata: “cosa temi di più della giustizia?” “la fretta”, scrive di nuovo Umberto Eco ne Il nome della rosa. E se non bastasse, la scena in cui Etgar comunica a David le sue origini e gli racconta, appunto, chi è, è riflesso e specchio della sticomitia terribile nella quale Tiresia e Edipo si affrontano e l’indovino svela al sovrano tutto ciò che di se stesso non sapeva. Sofocle a Gerusalemme, potremmo dire, Sofocle oggi: se la connessione fosse più diretta qualcosa, in questo lavoro, potrebbe farsi chiamare con forza col nome di Milo Rau.

Storie grandi e storie piccole

COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)
COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)

Connessione. Identità. Amore. Ma, come ci aspettavamo leggendo che la consulente storica è addirittura una gigante della ricerca come Nathalie Zemon Davis, uno degli aspetti più incisivi del testo sembra essere l’intreccio tra la Storia, quella evenemenziale, e la storia di chiunque di noi. Ci illudiamo di poter essere indifferenti a quello che accade nel mondo, ma non è possibile. Le vicende private vengono modellate e formate dalla grande storia – che a sua volta si compone di milioni di piccole storie, ‘microstorie’ di cui la Zemon Davis è maestra, proprio come il velo di pioggia che ad un certo punto ricopre lo schermo e sembra un velo ma in realtà è fatto di miliardi, milioni di gocce che insieme sono pioggia. Insieme siamo storia, anche se non riusciremo mai a capirne il senso: come dice Etgar, chi dice addio ritorna, chi dice arrivederci non si muove: non è la volontà, ma l’imponderabile che ci muove nel flipper della storia e fra i muri dei diversi confini: oppure le passioni, che ci ricoprono come le onde del mare che si susseguono sopra il muro dello schermo proprio nel momento in cui Wahida ed Eitan si amano.

COME GLI UCCELLI: realismo, straniamento, magia

COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)
COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto (ph. Giuseppe Di Stefano)

Una potente opera, tre ore di rappresentazione, neppure un atomo di noia. Attori di alto stile e inattesa efficacia, una regia a spron battuto, che non cade mai nel già visto, nel banale, nel ridondante; una regia che sta in equilibrio tra realismo fin troppo credibile (la verità delle battute, dei lunghi monologhi), tra un pulitissimo straniamento brechtiano (i personaggi sono in scena, a parte, come burattini che non si muovono, mentre i fili muovono altre marionette: e poi riprenderanno a recitare) e magia. Gli spettri si aggirano in scena. Parlano addirittura.
Lo scienziato musulmano su cui Wahida fa la tesi ci parla, convince David a trovare pace nella morte riferendo un apologo incredibile su come un uccello, una volta, attratto dai pesci che intravedeva sott’acqua, infrangendo i divieti degli anziani uccelli, decise di lanciarsi a costo di morire, e gli nacquero le branchie, rendendolo anfibio come dovremmo, aprendoci alla diversità, diventare tutti noi. Certo, dovremmo fare come gli uccelli: ma un personaggio secondario, Eden, una soldatessa israeliana, ci avvisa che non avverrà: “Non c’è riconciliazione possibile. Troppe terre rubate, bambini uccisi, autobus fatti esplodere, troppi stupri, troppi omicidi. Come dimenticare quello che fanno loro a noi e come dimenticare quello che facciamo noi a loro?! Allora li ignoriamo! E quando bisogna attaccarli li attacchiamo, e quando ci dobbiamo difendere ci difendiamo. Contiamo i nostri morti senza contare i loro, e quando i loro morti sono più numerosi dei nostri cantiamo vittoria ed esultiamo e torniamo in riva al nostro mare e loro in riva al loro! E allora è guerra! Una guerra che durerà ancora mille anni! È una fossa comune, e dobbiamo saltarci dentro perché siamo tutti in lutto per lo stesso sogno perduto, un sogno che non è mai stato pianto”. Mai, mai abbastanza: “non sarò consolato” scandisce il giovane attore che interpreta Eitan nell’ultima scena, mentre autentiche lacrime gli scorrono sulle guance. Un alto momento di teatro, se teatro è, come speriamo, una riflessione artistica e etica, un’operazione anche crudele ma potente di chiarezza, di non innocentizzazione, di obiettività e di riflessione.

COME GLI UCCELLI, Il Mulino di Amleto, teaser

Visto il 12 aprile 2026, al Teatro Era, Pontedera (Pisa)

COME GLI UCCELLI: crediti e cast

Di Wajdi Mouawad
Consulente storico Natalie Zemon Davis
Traduzione Monica Capuani dal testo originale Tous des oiseaux
Adattamento Lorenzo de Iacovo, Marco Lorenzi
Regia Marco Lorenzi
Con Federico Palumeri, Barbara Mazzi, Francesca Osso, Irene Ivaldi, Rebecca Rossetti, Aleksandar Cvjetkovic, Elio d’Alessandro, Said Esserairi, Raffaele Musella
Scenografia e costumi Gregorio Zurla
Disegno luci Umberto Camponeschi
Progetto de Il Mulino di Amleto
Produzione A.M.A. Factory, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro, ERT/Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, TPE Teatro Piemonte Europa

Ultimi spettacoli recensiti dal Teatro Era, Teatro della Toscana, Pontedera (Pisa):
IL MOSTRO DI BELINDA @ Teatro Era: la selva delle mille voci
RICCARDO III @ Teatro Era. Il veleno e la rosa
FEDRA @ Teatro Era: dell’amore, dell’incesto e di altri mostri
DE BERGERAC @ Teatro Era: Santeramo è rimasto senza Cirano

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF