Dopo la recensione di Hamnet, Gufetto si cimenta con un altro film attualmente nelle sale: CIME TEMPESTOSE, dal romanzo di Emily Brontë, un classico incendiario trasformato in un esercizio di stile: ecco cosa succede quando l’estetica sovrasta l’abisso e la forma inghiotte la furia romantica.
CIME TEMPESTOSE è in sala dal 12 febbraio per la regia di Emerald Fennell, vincitrice di Oscar® e BAFTA: nel cast Margot Robbie candidata all’Oscar® e al BAFTA e Jacob Elordi, anch’egli candidato al BAFTA.
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CIME TEMPESTOSE, il film: perchè è una reinterpretazione con eccessiva formalizzazione

Confrontarsi con Cime tempestose di Emily Brontë significa entrare in un territorio narrativo dove l’amore si confonde con l’odio, la passione con la distruzione, l’identità con l’annientamento. È un testo che non concede appigli consolatori, che erode ogni psicologismo lineare e si struttura come un dispositivo tragico a più livelli, sorretto da un impianto polifonico e da una tensione gotica che sfiora il metafisico.
L’operazione di Emerald Fennell si colloca dichiaratamente nel solco della reinterpretazione autoriale: non una trasposizione filologica, ma una riscrittura per immagini.
Tuttavia, l’ambizione estetica che sorregge il progetto finisce per tradursi in un’eccessiva formalizzazione, in un compiacimento iconografico che sottrae respiro alla vertigine emotiva dell’originale.
Cime tempestose: la trama del film
Heathcliff, trovatello accolto nella dimora degli Earnshaw, cresce accanto a Catherine in un rapporto simbiotico e totalizzante. Le brughiere diventano il teatro di un amore assoluto, refrattario alle convenzioni. Ma l’ascesa sociale, il desiderio di riconoscimento e la pressione delle gerarchie di classe conducono Catherine verso un matrimonio più vantaggioso.
Da quel tradimento simbolico prende forma la lunga e implacabile vendetta di Heathcliff: un itinerario di rancore, dominio e distruzione che si riverbera sulle generazioni successive, in una spirale in cui eros e thanatos si intrecciano fino a diventare indistinguibili.
da cime tempestose di Emerald Fennell alLo stravolgimento del romanzo di emily brontë: l’estetica come sovrastruttura

Ogni adattamento implica un atto di violenza interpretativa. Il punto non è la fedeltà letterale, ma la fedeltà alla forza originaria del testo.
Qui, la scelta di rimodulare l’impianto narrativo, di semplificare l’architettura diegetica e di concentrare l’attenzione sull’asse passionale tra i due protagonisti produce un effetto di riduzione.
Il complesso sistema di focalizzazioni del romanzo – la distanza mediata, l’inaffidabilità dei narratori, l’ambiguità prospettica – viene sacrificato in nome di una linearità più accessibile. Ma in questa semplificazione si perde la natura labirintica dell’opera. Soprattutto, l’estetizzazione sistematica dell’immagine agisce come una sovrastruttura che soffoca il magma emotivo. La composizione dell’inquadratura è calibrata con minuziosa perizia; le cromie sono controllate; la luce scolpisce i volti come superfici marmoree. Eppure, questa raffinatezza iconica finisce per neutralizzare l’elemento perturbante.
Laddove Brontë scriveva con brutalità sensoriale, Fennell risponde con un formalismo che tende alla musealizzazione del conflitto. Il dramma non esplode: si dispone. Non lacera: si offre alla contemplazione.
cime tempestose: differenze fra libro e film
Le divergenze tra il film di Emerald Fennell e il testo di Emily Brontë non si esauriscono in una fisiologica operazione di sintesi narrativa, ma configurano una vera e propria rifondazione dell’impianto semantico dell’opera. Là dove Cime tempestose si costruisce come un congegno polifonico, attraversato da narrazioni incastonate e da una pluralità di punti di vista che generano ambiguità e distanza critica, il film opta per una linearizzazione del racconto, privilegiando l’immediatezza emotiva a scapito della complessità strutturale.
La soppressione – o comunque la drastica riduzione – del sistema di mediazioni narrative comporta la perdita di quella stratificazione prospettica che nel romanzo rende ogni evento instabile, filtrato, mai del tutto affidabile.
I personaggi di Cime tempestose

In Brontë, la verità dei personaggi è sempre un campo di tensione tra ciò che viene detto e ciò che resta opaco; nel film, invece, la trasparenza drammaturgica tende a prevalere, con una conseguente attenuazione dell’ambiguità.
Anche la figura di Heathcliff subisce una trasformazione significativa. Nel testo originario egli è un corpo estraneo, quasi un elemento tellurico che incrina l’ordine simbolico della comunità: irriducibile a categorie morali univoche, insieme vittima e carnefice, oggetto e soggetto di esclusione.
La rilettura cinematografica, pur mantenendone l’aura tragica, ne rende più leggibili le motivazioni, lo riconduce entro coordinate psicologiche contemporanee che ne mitigano l’enigma ontologico. L’alterità radicale si stempera in un dolore riconoscibile, forse più empatico, ma meno destabilizzante.
Analogo discorso vale per Catherine, che nel romanzo incarna una scissione lacerante tra impulso e norma, tra appartenenza naturale e aspirazione sociale.
Nel film tale conflitto appare più ordinato, inscritto in una traiettoria psicologica coerente, mentre nell’opera letteraria esso si manifesta come contraddizione irrisolta, come frattura interna che non trova composizione.
CIME TEMPESTOSE: l’elemento gotico come suggestione

Infine, la dimensione gotica e quasi metafisica dell’amore oltre la morte, che in Brontë assume una valenza cosmica, viene ricondotta nel film a un registro prevalentemente atmosferico. L’elemento gotico non è una presenza ontologica perturbante, ma un’eco visiva, una suggestione iconica. Così, ciò che nel romanzo si configurava come interrogazione radicale sull’identità e sulla persistenza del desiderio oltre il limite biologico, sullo schermo si traduce in una raffinata evocazione, meno inquietante e più controllata.
In questo scarto tra complessità originaria e ridefinizione filmica si gioca la distanza più evidente tra le due opere: non una semplice differenza di linguaggio, ma una diversa concezione del tragico. Senza parlare della imperfetta e artificiale connotazione erotica, onnipresente, invasiva ed eccessiva, che squilibra irreparabilmente l’autenticità della recitazione.
gli attori di cime tempestose, il film: jacob elordi e margot robbie

Il limite più evidente dell’operazione risiede nella direzione attoriale. Jacob Elordi, nel ruolo di Heathcliff, esibisce una presenza scenica indiscutibile: fisicità imponente, sguardo magnetico, controllo gestuale. Tuttavia, l’interpretazione resta spesso ancorata a una gamma espressiva monocorde. La furia interiore si traduce in intensità trattenuta; la disperazione in malinconia composta. Manca la combustione, la sensazione di un conflitto che divori dall’interno.
Anche Margot Robbie che interpreta Catherine soffre di una certa bidimensionalità emotiva, più adatta al suo ruolo precedente in Barbie di Greta Gerwig. Le sue contraddizioni, che nel testo di Brontë si manifestano come scarti improvvisi, come impulsi ferini, qui si ordinano in una traiettoria psicologica più lineare, quasi didascalica. La recitazione, nel complesso, appare subordinata al disegno visivo: gli attori sembrano chiamati a occupare lo spazio dell’inquadratura più che a destabilizzarlo.
I costumi: un discorso semiotico riuscito

Se l’estetica visiva diventa talvolta manierismo, il lavoro sui costumi si distingue invece per coerenza e intelligenza semiotica.
Gli abiti non fungono da mero ornamento, ma da dispositivo narrativo. Le variazioni tessili, le scelte cromatiche, la progressiva sofisticazione dell’abbigliamento di Heathcliff segnano con precisione la sua traiettoria sociale. Catherine, attraverso il guardaroba, manifesta la tensione tra appartenenza e aspirazione, tra natura e cultura.
Qui l’operazione di Fennell si fa convincente: la reinvenzione non tradisce l’epoca, ma la interpreta, attualizzandone i codici senza scivolare nell’anacronismo gratuito.
cime tempestose e Il ritorno ai classici e il parallelo con Frankenstein
La riproposizione cinematografica di un classico non è, di per sé, un atto ridondante. È un gesto critico: ogni epoca rilegge i propri archetipi per interrogarli nuovamente.
In questo contesto si inserisce anche il Frankenstein di Guillermo del Toro (leggi qui la recensione), anch’esso legato alla figura di Jacob Elordi e al romanzo di Mary Shelley.
Eppure, anche lì si è avvertito un rischio analogo: la tendenza a costruire un universo figurativo talmente riconoscibile da evocare l’estetica di Tim Burton, con echi evidenti de La sposa cadavere. L’immaginario gotico diventa cifra stilistica reiterata, marchio autoriale, talvolta più forte della necessità drammaturgica.
Nel caso di del Toro, la fascinazione per il barocco visivo, per il mostruoso poetico, rischia di trasformarsi in citazionismo estetizzante. Così come Fennell ha musealizzato Brontë, del Toro ha reiterato un gotico illustrativo, debitore di Burton più che radicalmente reinterpretato.
La questione, allora, non è rifare un classico, ma rifondarlo criticamente. Senza questo scarto, la rilettura diventa esercizio di stile.



Cime Tempestose: riflessioni. Tecnica, controllo, talento: un’opera irrisolta
Sarebbe ingiusto non riconoscere le qualità tecniche dell’opera di Fennell. La fotografia costruisce paesaggi di notevole potenza evocativa; la regia dimostra padronanza dello spazio, senso del ritmo, controllo dell’apparato scenico. La colonna sonora dialoga con le immagini in modo calibrato, evitando eccessi enfatici. Emerald Fennell conferma una competenza linguistica raffinata, una capacità di orchestrare il quadro filmico con consapevolezza quasi architettonica. Tuttavia, questa eccellenza formale non riesce a compensare la perdita di radicalità emotiva. Cime Tempestose resta così un film elegante, ambizioso, tecnicamente ineccepibile, ma privo di quella violenza sentimentale che rendeva il romanzo di Brontë un’esperienza quasi insostenibile.
Un’opera che si ammira per il suo rigore plastico e per la coerenza stilistica, ma che non riesce a farsi abisso. E senza abisso, Cime tempestose rischia di diventare soltanto un paesaggio splendidamente incorniciato.
CIME TEMPESTOSE – CAST E DATI ARTISTICI
Data di uscita: 12 Febbraio 2026
Regia
Emerald Fennell vincitrice di Oscar® e BAFTA
Cast
Margot Robbie, Jacob Elordi, Hong Chau, Shazad Latif, Alison Oliver, Martin Clunes, Ewan Mitchell


