volevo chiederti di parlarci del tuo percorso artistico, per chi non ti conoscesse
Ho studiato alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano, e nel 2005 mi sono diplomata con un saggio con Luca Ronconi. Dopo un periodo in Scozia ho lavorato al Piccolo per alcuni anni, ma c’era qualcosa che non mi rendeva felice in quel tipo di carriera, la carriera da attrice scritturata.
Già durante la scuola mi appassionava un lavoro più di coordinamento, di regia, di studio del testo, più che la pratica dell’ attore in scena. Dal secondo anno di scuola ci siamo messi insieme a un gruppetto di compagni e amici e abbiamo iniziato a fare le nostre prime esperienze come piccola compagnia, col tempo qualcuno è rimasto e qualcuno ha preso altre strade.
La compagnia ha avuto una storia molto tormentata, abbiamo fatto questa Iniziativa Futuribile, un progetto europeo che doveva dar vita a un’associazione in uno spazio vicino a Brescia ma, svanito quel progetto, siamo tornati in Versilia e abbiamo fondato questo nuovo gruppo che si chiama IF Prana, perché la prima sede della compagnia era sul Monte Prana (una vetta sulle Alpi Apuane n.d.a)
Siamo di base una compagnia di produzione, abbiamo prodotto diversi spettacoli, ma fin da subito ci siamo adoperate in una serie di progetti collaterali: formazione nelle scuole del territorio oltre a rassegne di teatro, che prima erano di pochi giorni ma che si sono evolute fino a diventare Informe Festival.
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Come mai Re Lear? Qual è stata la genesi dello spettacolo?
Per me è un spettacolo un po’ complesso, mi tocca più da vicino che altri. L’ho scritto tanto tempo fa, quando è venuto meno mio zio.
Mi chiamarono a fare Re Lear al Teatro Stabile della Toscana, con la regia di Roberto Bacci e con Lear interpretato da Silvia Pasello. Era uno spettacolo bellissimo, io facevo Goneril e durante tutte le prove e repliche ho avuto una specie di cortocircuito, ho cominciato a fare un parallelismo fra il mio testo e la mia vicenda personale. Avevo passato questo lutto da un anno e qualcosa, e dentro di me stavo cercando un modo per sistemare questo dolore.
Ho scritto il testo in quattro giorni. Dall’inizio alla fine. Sapevo già che cosa volevo tenere del testo originale, dove volevo metterlo, e che cosa volevo aggiungere di mio della mia vicenda. E’ stata una specie di vomitata, non una scrittura ponderata. Dopo questi primi quattro giorni non ho più toccato il testo per mesi. Ma a un certo punto una signora, una regista veneta che amava il mio modo di lavorare, mi chiese se avevo qualcosa di mio. Gli feci leggere quello che avevo scritto e rimase folgorata.
Da lì ho iniziato un lungo lavoro di riscrittura, limatura, tagli. Sulla messa in scena ho lavorato dapprima sola: in una prima versione lo facevo tutto correndo, in un’ altra avevo appeso dei costumi al soffitto del teatro. Mi stavo incartando e ho chiesto aiuto a Marta Richeldi per la regia. Marta all’epoca era solo un’attrice, non una regista. Con lei abbiamo fatto la versione finale, dove i personaggi del testo a cui mi rivolgo sono nomi scritti su dei fogli, come per dare importanza alla parola.
Ha debuttato nel 2015 e l’ ho portato in giro fino al 2020. E’ stato super apprezzato, ha avuto i suoi riconoscimenti, ad esempio il premio Roma Fringe come migliore attrice, e adesso ho deciso di riportarlo in scena. Per me è molto faticoso. Però penso che faccia bene, perché ha il potere di curare, no? Mettere in scena certi dolori aiuta a fare una catarsi, ad affrontare i piccoli drammi che ci tocca affrontare nella vita.
Cosa cambia tra il recitare parole che parlano di te, della tua vita personale rispetto a usare le parole di Shakespere?
Cambiano tantissime cose.
L’ intimità che ti porti in scena con un personaggio che non ti riguarda è diversa da quella che metti in campo per le cose che ti riguardano, no? Stanno parlando di te, di quello che sei te. Questa è stata la cosa in assoluto più difficile rispetto alla messa in scena. Se lavori attorialmente con una regista su un personaggio, ad esempio Amleto , c’è sempre un margine di arbitrarietà. Ma se lavori sul tuo vissuto questo margine di arbitrarietà non c’è, perché… perché sei tu. Non è un personaggio astratto.
In più, questo testo l’avevo scritto io. Quando uno scrive una cosa, si immagina un ritmo della parola, e per te è solo in quel modo lì. Ma un occhio esterno ti aiuta a capire che c’ è anche un altro modo per renderlo. Tutte le volte che, grazie al lavoro di regia di Marta, sono riuscita a farmi portare via da quello che era il mio conosciuto ho scoperto delle cose che dico, ma cazzo, vedi?
E capisci che una stessa cosa ha più significati, una specie di polivalenza. Questo è un aspetto molto interessante nella parola scritta. Non c’è solo un significato. Per cui tutti quelli che guardano vedono un loro spettacolo, assistono a una loro rappresentazione che è elaborata a partire dalle loro strutture mentali.
La maggior parte del teatro che vediamo è un po’ bidimensionale e lo è perché il regista ti dice dove devi guardare, quando ti devi emozionare, che cosa devi pensare e i personaggi che hai davanti sono infarciti di stereotipi che ormai sono talmente… hanno fatto il giro questi stereotipi, no? Per cui sono ormai più veri della verità, che è più semplice alla fine, la verità. Invece io apprezzo gli spettacoli dove ognuno può dare una propria interpretazione.
E’ diverso portare lo spettacolo dove hanno vissuto le persone a cui fa riferimento? Ho sentito un forte legame con la nostra terra, la Versilia
Non sei la prima persona che attribuisce questo testo a un luogo.
Perché quando l’ho fatta a Roma venne una ragazza a dirmi che le ricordava la sua famiglia, l’ho fatto anche a Milano, a Venezia, a Treviso, in Puglia, e tutti dicevano sì, sì, proprio come la mia famiglia. Tu hai riconosciuto delle cose che sono tue, essendo te di questa zona.
Si crea quello spazio di cui parlavamo prima, in cui chi guarda può comporre la sua storia. Tutti abbiamo una storia di famiglia dove ci sono state liti fra fratelli, fra padre e figli, cose che sembrano incancellabili. E tutti pensiamo di essere unici, il mio dolore è, come lo provo io, il dolore più doloroso del mondo, ecco.
Invece probabilmente non è così, no.
Vuoi parlarmi un po’ del festival, di cosa significa per te?
Il festival per me ha avuto tanti significati. Dopo il Covid abbiamo deciso di investire i ristori per la compagnia in questo progetto, un festival diffuso. E lo abbiamo fatto con grande sforzo, anche economico. Lo abbiamo fatto grazie anche alle amministrazioni che da subito hanno creduto e sostenuto questo progetto, prima fra tutte è Fondazione Terre Medici.
Ci ha unito tanto come gruppo, forse anche di fronte alla difficoltà. E’ nelle difficoltà che le famiglie o si fortificano o si rompono, e noi ci siamo fortificate. E ci ha aiutato a me e Silvia (Bennet nda), che siamo più la parte artistica del gruppo, a capire lo sforzo e la fatica che fa Mariacristina (Bertacca), che si è sempre occupata di tutta la parte organizzativa e amministrativa.
Quest’anno mi sembra che il pubblico stia partecipando molto a tutte le serate e il progetto, che è nato cinque anni fa, comincia a radicarsi sul territorio, e lo anche in quelle comunità che dopo il Covid erano rimaste un po’ stanche, disilluse. Il poter ospitare un evento le ha risvegliate.
In questo luoghi poco frequentati, come le Mulinette sopra Stazzema o la cappella di Azzano, luoghi che anch’io, pur essendo della zona, non conoscevo prima di fare il festival, abbiamo sempre chiamato compagnie molto blasonate e artisti straordinari, anche premi Ubu, ma sempre chiedendo di adattarsi, quasi fossero eventi site-specific.
E le compagnie che hanno partecipato a Informe sono state d’accordo sul fare questo tipo di adattamento, l’hanno fatto con consapevolezza, con un processo di rielaborazione. Accorgendosi di ciò che è fondante e quello che no, rispetto allo spettacolo. Questo perché dovendo adattare gli spettacoli a spazi non teatrali, spesso anche difficilmente raggiungibili, erano costratti ad andare all’essenza dello spettacolo e confrontarsi con una nuova dimensione.
Dati Artistici
REALEAR
Ispirato a Re Lear di William Shakespeare
Drammaturgia Caterina Simonelli
Regia Marta Richeldi
con Caterina Simonelli
Produzione If prana


