La redazione di Gufetto Cinema ha avuto l’occasione di vedere il documentario CESÁRIA ÉVORA, LA DIVA DAI PIEDI SCALZI sceneggiato e diretto da Ana Sofia Fonseca in uscita nelle sale il 28 ottobre 2024. L’audiovisivo è stato prodotto da Carrossel Produções a Até ao Fim do Mundo e distribuito da Risi Film.
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CESÁRIA ÉVORA: una figura singolare nel panorama musicale

Il documentario di Ana Sofia Fonseca si presenta come un’interessante sequenza di filmati d’archivio, con qualche inedito, testimonianze di parenti, conoscenti e immagini di momenti privati che rendono omaggio alla “cantora” Cesária Évora con lo scopo di ripercorrere ancora una volta le vicende della cantante capoverdiana di umili origini che è riuscita ad affermarsi sulle scene internazionale solo intorno ai Cinquanta anni di età. Il tentativo di Fonseca, a vedere il docufilm, sembra essere riuscito, soprattutto nell’operazione di delineare con sensibilità un quadro oggettivo della personalità dell’artista, risultante oltre che dalle vicende personali anche dalle condizioni politiche di Capo Verde.
Capo Verde: i segni di un passato coloniale
Le umili origini di Cesária Évora si intrecciano con il passato coloniale dell’isola, terra posta sulle rotte degli schiavi, vittima anch’essa del fenomeno del lavoro forzato che Cesária Évora rievoca nel suo brano forse più celebre, Sodade, scritta negli anni ’50 da Armando Zeferino Soares e incisa da Evora nell’album Miss Perfumado nel 1992, che descrive la deportazione dei capoverdiani come lavoratori sottopagati verso i campi di cacao dell’isola di São Tomé. Tuttavia, i segni di un passato difficile si rinvengono nel DNA della morna, il genere musicale tradizionale di Capo Verde, una sorta di blues africano nel quale i testi malinconici accompagnati da melodie struggenti, portano alla mente il desiderio di superamento delle distanze geografiche, del riavvicinamento dei corpi, forse una suggestione dell’irrealizzabile che spesso consiste anche nella difficoltà di intravedere la possibilità di una vita migliore.
Il lungo cammino di Cesária Évora

Ana Sofia Fonseca decide di montare le immagini documentarie e le testimonianze cronologicamente secondo un flusso di emozioni che ripercorre l’esistenza dell’artista capoverdiana. Le immagini, sonorizzate con i ritmi di morna e coladeira, quest’ultimo un genere più fresco e movimentato, iniziano con la sua nascita nel 1941 a Mindelo, un centro nell’isola di São Vicente, passando da un’infanzia che condivide con altri sei fratelli e sorelle, la perdita all’età di sette anni del padre, chitarrista e violinista, fino a giungere, a causa di difficoltà economiche della madre a gestire una famiglia così numerosa, ad essere ospitata in un orfanotrofio gestito da suore. Abbandonato l’istituto, Cesária inizierà ad esibirsi dall’età di sedici anni in vari locali dimostrando il suo valore ma senza riuscire a guadagnare granchè. “Regina della musica ma senza un soldo” si dice di lei in un ambiente dove essere donna è il vero mestiere difficile. La vita notturna le lascia in eredità l’alcolismo, messo in atto forse per farsi coraggio nell’affrontare il palco, e il tabagismo, fino a giungere negli anni ’70 ad un affaticamento fisico e psicologico che la condurrà a vivere dieci anni di depressione e tagliare tutti i rapporti, chiudendosi in casa ad assistere la madre malandata.
La rinascita degli anni ‘80
Nel 1985 torna sulle scene, prima Lisbona, poi Parigi dove farà l’incontro più importante della sua vita. Nella capitale francese la sua voce colpirà l’attenzione di José Da Silva, produttore capoverdiano fondatore dell’etichetta indipendente Lusafrica, che proprio in quegli anni stava cavalcando l’onda del riscoperto interesse per la musica africana. Da Silva decide di investire su Cesária, esportando così la morna in tutto il mondo: il successo partirà dalla Francia, per allargarsi a macchia d’olio in tutta Europa fino a giungere negli Stati Uniti e in Russia consacrandola come “la regina della morna”. Anche il cinema contribuirà alla diffusione della sua musica: nel 1995 interpreterà Ausencia, un tango presente nella colonna sonora del film Underground di Emir Kusturica.
Cesária Évora: un’antidiva fuori dal tempo

La parabola artistica di Cesária Evora disegna un percorso inusuale nel quale, una volta tanto, i contenuti si impongono sulla forma. Così, una donna di umili origini, proveniente da un paese sconquassato da un drammatico passato coloniale, lontana, essa stessa, da ogni canone di bellezza e avvenenza imposta dallo star system, giunta ai cinquanta anni di età entra a gamba tesa nel mondo dello show business soltanto affidandosi ad una voce che fa della sofferenza del suo popolo il suo nucleo fondante. I filmati d’archivio ci mostrano una donna dalla pelle scura, grassottella, non tanto alta che deambula malamente a causa di verruche che le torturano i piedi, e per questo motivo calcherà i palchi di mezzo mondo scalza, ma non solo. Il fatto di cantare senza scarpe è anche un omaggio alla gente povera del suo paese. Diva osannata da pubblico e critica sui palchi di tutto il mondo, conforto finanziario a Capo Verde, dove la sua casa (finalmente riesce a costruirsene una) è sempre affollata di persone che chiedono un favore, un aiuto economico o anche solo un piatto di zuppa.
Ambasciatrice capoverdiana nel mondo

I brani di Cesária Évora permettono al mondo intero di conoscere i generi musicali capoverdiani, come anche le tematiche care ad una tradizione culturale subordinata. La nostalgia, legata spesso ad episodi di deportazioni o di ingiustizie sociali, diviene trait d’union per parlare anche di altre nazioni che hanno avuto, nel passato, la stessa sorte di Capo Verde. Ecco, allora, che lo spirito di solidarietà di Cesária si manifesta a supporto dell’indipendenza dell’Angola e per estensione nei confronti di tutti i popoli che ancora negli anni ’70 lottavano per la propria indipendenza. Proprio su questo punto, il documentario di Ana Sofia Fonseca riesce a dare il meglio di sé, ossia, nell’operazione culturale di proporre una necessaria lezione di una storia colpevolmente dimenticata, rinverdendo il ricordo, al contempo, di una figura simbolica della World Music, la quale, come canta nella coladeira dal titolo Angola durante il suo percorso ha affrontato la vita con “Pazienza di una conseguenza” e con la “Resistenza con stravaganza”.


