CASCANDO!, scritto e diretto da Pietro Dattola e interpretato da Flavia Germana de Lipsis, mette in scena un materiale che vorrebbe confrontarsi con un tema assoluto – la fine, la morte, l’angoscia del nulla – ma finisce per restare intrappolato in una nebulosa di intenzioni, immagini e accenni.
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CASCANDO! al teatro TRAM

Gufetto Napoli dopo un po’ di tempo torna finalmente al TRAM, piccolo ma prezioso spazio teatrale del centro storico. Ci siamo stati per vedere lo spettacolo di Pietro Dattola, la cui sinossi ci aveva molto incuriosito. Tuttavia, devo ammettere, non mi ha convinta del tutto.
Questo spettacolo – già recensito da Gufetto nel 2022 e nel 2020 – ha chiaramente un’ambizione, solo che questa ambizione non si traduce mai in una forma davvero leggibile, necessaria o travolgente, e alla fine non sono sicura nemmeno di aver capito qual era.
CASCANDO! gira intorno alla sua protagonista
Lo spettacolo procede per frammenti: tre voci interiori, monologhi poetici, scarti musicali, cadute, evocazioni, parole che sembrano alludere continuamente a qualcosa di importante senza però decidersi a dirlo davvero.
Si capisce che al centro c’è Anna, la protagonista: una donna che di notte si confronta con la paura del proprio (?) finire, mentre tre voci – o tre aspetti della sua personalità, o tre presenze, o tre funzioni interiori – cercano di accompagnarla, contenerla, disciplinarla, spingerla, forse semplicemente farle superare la notte o farla finalmente dormire.
Ma già qui si apre la prima frattura: la moltiplicazione dei piani potrebbe arricchire lo spettacolo, invece lo indebolisce.
CASCANDO! nella perenne indeterminatezza
Quasi tutto il resto rimane in uno stato di perenne indeterminatezza: le tre figure cosa rappresentano? Il cuore che “salta” un rintocco è un dato fisico, una metafora, un sintomo d’ansia? La caduta è la morte, il crollo mentale, la paura, il cambiamento? Nulla prende una direzione abbastanza precisa da diventare esperienza teatrale compiuta, e lo spettatore non è messo nella condizione fertile di interrogarsi, bensì viene lasciato in uno stato di indecisione continua su che cosa stia effettivamente guardando.
CASCANDO! con tre voci che appaiono e scompaiono

Per esempio, le tre voci – tutte bene interpretate e caratterizzate dalla de Lipsis – in teoria, potrebbero costituire una macchina drammaturgica molto efficace: tre modi diversi di reagire alla paura, tre posture psichiche davanti al vuoto, tre strategie per difendersi dalla notte. E in parte qualcosa si intravede: una voce più attiva e aggressiva, una più remissiva, un’altra ancora più fragile o infantile, forse prudente, forse ipocondriaca.
Ma si tratta di intuizioni, non di figure compiute. Restano come delle sagome. Non arrivano a costruire un conflitto interno capace di organizzare la scena. Il loro continuo apparire e scomparire, poi, più che produrre complessità, alimenta la sensazione che al testo manchi qualcosa, manchi un vero filo conduttore, mentre espone una fluidità artificiosa, dovuta solo all’ottima interpretazione.
CASCANDO! è una serie di segni che non si consolidano
Lo stesso vale per le immagini ricorrenti. Il battito del cuore e quel “rintocco” mancante, ad esempio, potrebbero essere un’intuizione fortissima: il corpo che tradisce, la paura del collasso, l’ossessione del sintomo, il terrore della morte che si fa suono e poi interruzione del suono. Ma nello spettacolo questa immagine non si chiarisce mai abbastanza da diventare davvero incisiva.
Non è necessario che il simbolo venga spiegato, naturalmente; anzi, spesso il teatro funziona meglio quando non spiega. Ma qui non siamo davanti a una fertile apertura di senso. Siamo davanti a una serie di segni che non si consolidano. E quando un’immagine resta troppo a lungo in bilico tra riferimento concreto, metafora e puro effetto atmosferico, smette di inquietare e comincia a sfilacciarsi.
CASCANDO! soprattutto nella confusione
Anche il tema della caduta, che il titolo promette come chiave centrale, resta sorprendentemente opaco. Cadere cosa significa, qui? Morire? Perdere il controllo? Impazzire? Cedere alla paura? Cambiare stato? Rinunciare a una difesa? Il testo sembra voler tenere insieme tutte queste possibilità, ma finisce per non approfondirne davvero nessuna.
La caduta diventa così una parola ad alta densità evocativa, continuamente rilanciata ma mai realmente incarnata. Lo spettatore coglie che lì c’è il cuore simbolico dello spettacolo, ma non riesce a vedere il senso del simbolo con sufficiente chiarezza: purtroppo, quando il simbolo portante resta sfuggente, tutto l’edificio drammaturgico perde precisione, e si crea un’ambiguità che non genera profondità, bensì confusione.
La confusione, però, quando si prolunga troppo, smette di essere una scelta poetica e diventa un limite di scrittura e di costruzione scenica. In più punti si ha la sensazione di intravedere un pensiero sotto la superficie, ma di non poterlo mai afferrare perché il testo continua a sfuggire, a slittare, a sovrapporre immagini senza dare loro peso o gerarchia.
CASCANDO! e il rapporto tra mente e fine

Allora di cosa si sta parlando? Su cosa ci siamo qui riuniti a riflettere? In più momenti affiora l’idea che CASCANDO! voglia raccontare il rapporto tra mente e fine: l’impossibilità di concepirsi assenti, il corto circuito tra coscienza e annientamento, il panico che nasce dal semplice ascolto del proprio corpo nel silenzio della notte. Questa, probabilmente, è la sua intuizione più interessante.
Ma anche qui il testo sembra girare intorno alla questione invece di affondarla. Allude alla morte, certo. Allude anche alla fine del mondo, a una qualche catastrofe più generale, o almeno così sembra in certi passaggi. Ma il continuo slittamento tra piano individuale e piano cosmico non produce una dilatazione del discorso: produce dispersione.
Lo spettacolo non sembra scegliere se parlare dell’angoscia di una persona concreta o di una condizione universale, e nel tentativo di fare entrambe le cose perde progressivamente presa su tutte e due.
CASCANDO! è un disegno che non appare
Anche il rapporto tra musica e silenzio, che dovrebbe probabilmente scandire stati interiori, scarti emotivi o punti di rottura, resta troppo vago per produrre un vero disegno.
Probabilmente la musica aveva l’intenzione di rappresentare un’accelerazione interna, una fuga, una dissociazione, una fase di paura più convulsa. In alcuni passaggi sembra quasi che l’arrestarsi della musica possa corrispondere a un arresto del cuore o a un improvviso precipitare nel vuoto. Ma neppure in questo caso percepiamo qualcosa di chiaro, come se si stesse lavorando molto sull’effetto e poco sulla comunicazione. Allora la colonna sonora e i suoi stacchi generano clima, ma non contribuiscono a costruire un vero sistema di senso, restando un supporto atmosferico intermittente, più decorativo che strutturante.
CASCANDO! è più disorientante che perturbante

Questo è forse il nodo principale dell’intero lavoro: CASCANDO! scambia troppo spesso la densità per opacità. È come se desse per scontato che basti evocare la grandezza del tema per ottenere profondità.
Ma la profondità teatrale non nasce dall’indefinitezza in sé. Nasce dalla precisione con cui anche l’ambiguo viene organizzato. Qui invece molte immagini sembrano restare allo stato di bozza poetica, di intuizione privata, di materiale che possiede sicuramente una sua urgenza interiore, ma non è ancora diventato forma condivisibile.
E quando uno spettacolo continua a chiedere allo spettatore di colmare vuoti che non sono aperture ma veri e propri difetti di messa a fuoco, il patto teatrale si incrina, e l’effetto è disorientante invece che perturbante.
I momenti davvero suggestivi di CASCANDO!
Ci sono, va detto, alcuni momenti in cui si intravede quello che lo spettacolo avrebbe potuto essere. La riflessione poetica su “come ti tratta la notte”, per esempio, ha una sua suggestione reale. Il “credo” recitato dalla protagonista appare come uno dei pochi passaggi in cui la scrittura acquista una nitidezza maggiore. Questi spunti rivelano che sotto questo lavoro esiste una tensione autentica, forse perfino una ricerca sincera sui grandi temi dell’esistenza. Peccato che siano solo dei lampi, non una linea.
CASCANDO! confonde la profondità con l’indefinitezza
Nel complesso, CASCANDO! sembra un testo che confonde la profondità con l’indefinitezza. Vuole parlare della fine, ma non trova una forma abbastanza salda per sostenerne il peso. Vuole essere poetico, ma troppo spesso confonde la poesia con la vaghezza. Vuole essere ironico-esistenziale, ma l’ironia non basta ad alleggerire la fatica di uno spettatore lasciato troppo a lungo senza coordinate. Vuole mettere in scena il crollo, la paura, la notte, il corpo, il pensiero della morte; eppure, alla fine, ciò che resta non è la sensazione di aver assistito a un viaggio nell’angoscia che ti catapulta in una domanda radicale, bensì quella di avere assistito a un lungo, insistito esercizio di disorientamento.
Se si dovesse trovare un’immagine per restituirne l’effetto complessivo, sarebbe quella di una discoteca con i fari strobo che si inceppano: lampi, arresti, ripartenze, sovraesposizioni improvvise, ma senza una traiettoria e senza ritmo. Qualcosa continua a brillare, ma non abbastanza da illuminare.
CASCANDO! si regge su un’ottima interpretazione

A tenere in piedi la scena, quasi da sola, è Flavia Germana de Lipsis, bravissima. È lei a impedire che lo spettacolo collassi del tutto.
La sua interpretazione è intensa, disciplinata, generosa, credibile anche quando il testo la costringe a muoversi in una materia drammaturgica poco governata. Nella voce, nella postura, nei cambi di energia, nelle espressioni del volto, nel modo in cui attraversa la tensione, la concitazione e il cedimento, l’attrice dà forma a una paura che la scrittura spesso non riesce a organizzare.
È lei il vero appiglio per chi guarda. È lei a rendere tangibile quel che altrimenti resta troppo spesso astratto o confuso. È lei il vero centro dello spettacolo, e di fatto il suo elemento migliore.
CASCANDO!: consigliato, ma non calorosamente.
In definitiva, per me CASCANDO!, nonostante il premio Words Beyond 2024, resta un oggetto irrisolto, con grandi e interessanti intenzioni ma poco convincente e ancor meno coinvolgente. Vale il biglietto comunque l’interpretazione di Flavia Germana de Lipsis, e allora magari provateci, chissà che non vi arrivi qualcosa più che a me.
Visto il 21 marzo 2026
Dal 21 al 22 marzo 2026
Tram
CASCANDO!
scritto e diretto da Pietro Dattola
con Flavia Germana de Lipsis
produzione DoveComeQuando / Festival Inventaria
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