Con BROS, in scena al Teatro della Pergola, Romeo Castellucci evoca una potente e cupa visione distopica e ambigua sull’origine del potere e della forza: BROS è un sogno lucido ed immersivo dentro l’assurda e implacabile macchina della violenza come matrice della comunità umana, specie irragionevole, capace di coercizione e cieca obbedienza. Protagonista assoluto il visionario linguaggio espressivo di Castellucci, totale e totalizzante, capace di dare vita ad un’esperienza percettiva integrale. A disposizione di essa un folto gruppo di attori non professionisti eterodiretti da un auricolare che chiede loro di obbedire, senza frapporre un solo dubbio tra l’ordine e l’azione. Un pugno nello stomaco potente, densissimo delle urgenze del presente, che lascia tutte le domande aperte.
A cura di Sandra Balsimelli e Leonardo Favilli
Contenuti
BROS: uno scomodo gioco delle parti

In un affollato foyer brulicante e fremente per un evento raro nel principale teatro fiorentino, l’elegante brochure nera che riceviamo è opuscolo informativo delle regole del gioco ma anche guida per un percorso sensoriale e trasformativo al quale dobbiamo arrivare preparati. Senza però nessuna speranza di esserlo abbastanza. Mentre gli attori, per la maggior parte non professionisti, hanno sottoscritto un patto di obbedienza e segretezza per cui devono eseguire tutti gli ordini impartiti nei loro auricolari con una freddezza sacerdotale, pertanto con risvolti rituali, gli spettatori sono inconsapevolmente vestiti dei panni delle vittime, dei prigionieri. Davanti a noi un’orda di uomini, e soltanto uomini, in divisa e disposti ad essere ciecamente comandati per diventare poliziotti, per credere di esserlo fino all’identificazione estrema.
BROS: dalla profezia al potere violento
Nell’immobilismo di una statua classica, nell’inerzia di un composto chimico stabile, accompagnati da una disumanizzante abnegazione ci apprestiamo ad assistere ad un’esercitazione che si apre con una scenografia minacciosamente oscura, dove sono movimentati, con fragore crescente, macchinari ibridi, giganteschi congegni di distruzione e dispositivi di sorveglianza. “Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca”: si apre tutto con un vecchio (Valer Dellakeza) dalle vesti candide e l’alto bastone, che farfuglia parole in una lingua antica, forse l’ebraico, forse un idioma inventato, quasi certamente un uomo identificabile col profeta Geremia di cui leggiamo alcuni stralci nella guida in nostro possesso (“Vedi, oggi ti do autorità sopra le nazioni per sradicare e demolire”). In un crescendo di incomunicabilità verbale – fil rouge di molti lavori di Castellucci – si innesca così un rito orgiastico di esercizio del potere violento senza nessuna via di fuga.
I quadri drammaturgici in una scenografia disturbante

Il contesto è profondamente disturbante: luci basse, bianche e talvolta intermittenti, senza tregua per il cervello in continua elaborazione degli stimoli luminosi, e progetto sonoro (curato dall’immancabile Scott Gibbons) metallico e martellante. In esso la struttura drammaturgica alterna momenti corali distribuiti sul palco, suddivisi in molteplici scene simultanee, e passaggi catalizzanti, centrali, interminabilmente angoscianti. Gli agenti, annientati nella loro identità dall’effetto omologante della divisa, brandiscono armi e manganelli, creano coreografie geometriche della sopraffazione – con un disegno complessivo parzialmente coordinato dalla regia e non solo improvvisato a comando. Ai prevalenti toni neri si mescola il bianco, non-colore ambiguo che identifica le vittime sacrificali e i messia attesi, mentre il rosso del sangue macchia a poco a poco tutti indistintamente. Colori alchemici e ambivalenti che dipingono a tinte fosche la molteplicità di quadri che si susseguono, dai tableaux vivants – David e Caravaggio in testa – alle adunate militarmente evocative di un passato che si fa sempre più presente, fino alla violenza appagante ed annientante che non può non rievocare il caso Cucchi, esempio estremo di abuso di potere: effetto Lucifero o connaturata e gratuita pulsione di morte?
BROS: dal profeta al puer messianico

“De pullo et ovo”: è nato prima l’uomo o la violenza? Quanto è incondizionato l’apprendere a nuocere e nuocersi? Queste le cupe domande che sembrano incombere fino all’ultimo, quando il drappo “OVO” sulla scena finale sembra dare una risposta inappellabile e disperata – ammesso ce ne possa essere davvero una rassicurante. Le immagini evocate dai pannelli che compaiono a più riprese sul palco si infittiscono di rimandi: l’iconografia del nazismo magico, un’inattesa icona femminile, tratto di grazia e bellezza davanti alla quale tutti scappano, la scimmia nuda umana, ibrido incrocio di istinto animale e banale inclinazione al male, l’asettico predominio della tecnica sull’anima che rende l’individuo mero esecutore di ordini insensati, muto ingranaggio che si consegna al male, in attesa di un Godot beckettiano che, se arriva, assume forme inattese come lo strano Cristo alieno, biancastro e goffo, salvifico oratore pinteriano dal messaggio incomprensibile. Neanche la perturbante immagine finale di un bambino vestito di bianco, come il sacerdote d’apertura, apre alla speranza: la truppa di poliziotti gli rende omaggio e gli offre in segno di investitura un manganello. Puer salvifico o messia della violenza, il bambino lo brandisce come una bacchetta magica o una spada antica, innescando nuovamente e all’infinito la marcia inconsapevole dei suoi sudditi, su cui si chiude il sipario.
“L’esecuzione degli ordini sarà la mia oblazione, sarà il mio teatro”

“Non hanno idee? Allora trovano una materia/Non trovano una materia? Allora usano loro stessi”. In un complessivo impoverimento e disorientamento ideologico, la catalizzazione delle masse si costruisce sull’idolatria, sulla farsesca invenzione di una ritualità dai tratti iniziatici che nasconde, dietro alla solennità dei gesti, un vuoto abissale di valori. Chiunque tenti di sfuggire a tali meccanismi sociologici, facendo esercizio di umanità e di critica, è un fuoriuscito che merita la punizione secondo un processo che dalla nascita del mondo ha sempre riproposto uno stesso schema ricorrente: “non puoi dire al passato cosa fare”. Con un costrutto drammaturgico che non lascia al caso nessuna delle tante suggestioni egregiamente incarnate sul palco – talvolta meno allegoriche di altri lavori ma metaforicamente sempre potenti – Castellucci ci invita, come i poliziotti in scena, a non pensare ma scatena la nostra volontà di trovare delle risposte, mentre la sua è una risposta di morte che riluce oscura tra le domande del presente. In fondo, di fronte a tanta insensatezza, il senso – della drammaturgia, del presente, del mondo – quando usciamo dalla platea gremita, è straordinariamente cristallino.
Leggi anche la recensione della redazione di Napoli qui.
BROS
concezione e regia Romeo Castellucci
con Valer Dellakeza
con gli agenti Luca Nava, Sergio Scarlatella
e con (in o.a.) Gherardo Attori, Renè Baldoni, Gianni Becattini, Alessio Biblioteca, Eugenio Carlini, Matteo Ciccioli, Eugeniu Cornitel, Nicola Fania, Gabriele Frongia, Alberto Gerosa Volontè, Davide Giabbani, Pietro Lancello, Vincenzo Libone, Sandro Mabellini, Luca Maino, Edoardo Marcaccini, Giulio Martinelli, Luca Oldani, Francesco Pelosini, Gianni Rauseo, Nicolò Francesco Russo, Federico Sciuto, Daniele Tessaro, Simone Ticci, Stefano Valandro, Giorgio Vierda
musica Scott Gibbons
collaborazione alla drammaturgia Piersandra Di Matteo
sculture di scena e automazioni Plastikart Studio
costumi Atélier Grazia Bagnaresi
una coproduzione Societas, Kunsten Festival des Arts Brussels, Printemps des Comédiens Montpellier 2021, LAC Lugano Arte Cultura, Maillon Théâtre de Strasbourg – Scène Européenne; Temporada Alta 2021, Manège-Maubeuge Scène nationale, Le Phénix Scène nationale Pôle européen de création Valenciennes, MC93 Maison de la Culture de Seine-Saint-Denis, ERT Emilia Romagna Teatro Italy, Ruhrfestspiele Recklinghausen, Holland Festival Amsterdam, Triennale Milano Teatro, National Taichung Theater, Taiwan
Visto al Teatro della Pergola (Firenze) il 17 gennaio 2026


