BLUSH @ Teatro Biblioteca Quarticciolo: la rivolta oltre lo schermo

Al Teatro Biblioteca Quarticciolo è andato in scena Blush, celebre testo di Charlie Josephine, per la regia di Marcello Cotugno. Una messa in scena scarna, con momenti di grande efficacia, ma che sembra stentare a rappresentare efficacemente il potere deflagrante del revenge porn, vero e indiscusso protagonista dello spettacolo.

Blush DA CHARLIE jOSEPHINE: un testo per arrabbiarsi         

Lei deve capire che non è colpa sua, che non è lei da biasimare, che non è una puttana.

Blush è il dramma che Charlie Josephine ha scritto per affrontare in modo disturbante e crudele – in senso artaudiano – il revenge porn. Cinque sono le storie che attraversano la scena, diverse eppure collegate dal desiderio di far provare vergogna agli altri.

Come lo stesso drammaturgo afferma, Blush nasce dalla rabbia provata di fronte al revenge porn e al perché ci si debba per forza adeguare ai modelli di genere che la società impone attraverso i mezzi di comunicazione, i social e la stessa pornografia, ormai accessibile a chiunque con una facilità volgare e rozza.

Josephine fa poi accenno a una lunga ricerca sugli effetti della tecnologia sul cervello e sugli effetti che la vergogna ha su un qualsiasi essere umano, affermando chiaramente che questa esperienza sia stata estremamente oscura, la più oscura mai sperimentata.

la vergogna e il revenge porn

Ma voi, io, NOI sappiamo ancora oggi cos’è esattamente la Vergogna?

Da vocabolario, la vergogna è un’emozione complessa che si manifesta quando ci convinciamo di avere trasgredito regole morali, sociali o personali oppure quando ci si sente inadeguati o umiliati di fronte agli altri. È dunque un sentimento in cui entra in gioco la consapevolezza di sé e il bisogno di appartenenza e accettazione sociale.

Il revenge porn – che, per chi non lo sapesse ancora, è l’esposizione non consensuale di immagini intime o sessualmente esplicite –  è quindi il modo più immediato per esporre al giudizio chiunque abbiamo intenzione di umiliare. Le vittime di revenge porn – e in Italia si stima che circa 2 milioni di persone ne siano vittime, di cui il 70% donne – tendono a non voler denunciare per paura di ritorsioni e, guarda caso, per vergogna.

Lo stigma sociale che colpisce queste persone è gigantesco: basti pensare a Tiziana Cantone, suicida a soli trentatré anni, proprio a causa della diffusione in rete di alcuni suoi video privati, diventati in breve tempo virali al punto da essere trasformata in un meme su internet.

BLUSH ci fa entrare con prepotenza e rabbia proprio in questo mondo.

Blush: una chiarezza a volte troppo lucida

Sul palco due scalette in legno nere ai lati del palcoscenico, su cui troviamo fin dall’inizio Arianna Cremona e Claudio Righini, immersi nei loro cellulari, nelle loro chat, nelle loro ricerche online. Sul fondo, un divano a due posti di foggia elegante, quasi ottocentesco, che ricorda quelli dei vecchi sceneggiati televisivi, quelli dove ci si sedeva a “parlar d’amore” e che, insieme alle immagini proiettare su uno schermo, crea un effetto straniante tra l’azione drammaturgica e una dimensione ancestrale e ormai morta e defunta.

Fin dall’inizio, capiamo che la scelta registica è quella di dare ampio risalto alle parole: un palco spoglio ricorda infatti a tutt* che non è necessario chissà quale impianto scenico per rappresentare al meglio una storia.

In questo caso, cinque storie, tre donne e due uomini, si alternano in un gioco di specchi e rimandi interni che in più di un’occasione rompe la quarta parete: il pubblico è invitato a ballare liberamente sul palcoscenico, gli attori dialogano direttamente con la platea.

La ricerca del contatto

C’è un’evidente ricerca di contatto con l’altr*, così come palese è il sentire degli interpreti in scena. Il loro coinvolgimento è profondo e a tratti li rende estremamente fragili, forse troppo per un palcoscenico. Sembrano a volte scivolare in una tensione drammatica tutta interna, che cozza in modo brusco con una recitazione tutta rivolta a una naturalezza senza picchi.

La chiarezza con cui si muovono diventa a volte trasparente: quest* personagg* così drammaticamente reali nelle parole, nei pensieri non sembrano avere un corpo, una concretezza. Sembrano essere troppo perfetti nella forma, non hanno sbavature, anche l’ombra che proiettano sembra essere perfetta.

Non sembrano nemmeno provare quella rabbia viscerale che invece dovrebbe essere urlata e lanciata contro chiunque stia guardando.

Blush: un testo di rivolta – noi siamo pront*?

Alla luce di un meccanismo scenico che appare troppo dimesso e per certi versi inerte di fronte alla forza della parola, emerge prepotentemente la necessità di un teatro così crudele e viscerale.

Oggi più che mai, in questa epoca così confusa, superficiale, piena di insidie e trappole, in un tempo in cui sembra che si accetti ormai qualsiasi cosa passivamente, perché in fondo è tutto dentro un piccolo schermo e a noi non ci riguarda, Blush rappresenta un’ancora di salvezza.

La sensazione di nausea che blocca lo stomaco è potente e forse è quello di cui abbiamo bisogno: forse, più che la ragione o la bellezza o la poesia, a salvarci sarà proprio la nausea verso ciò che siamo diventat* e verso il mondo che abbiamo, chi più chi meno, costruito.

BLUSH è teatro di rivolta, teatro che ci fa schiodare dalle poltrone di velluto e ci prende a sberle e, forse, proprio per uscire dallo schermo che ci ha imprigionato come un incantesimo, una sonora sberla è quello che ci serve.

Il punto è: noi siamo pront* ?

CREDITI

Regia, disegno luci e colonna sonora Marcello Cotugno

Drammaturgia Charlie Josephine

Traduzione Marta Finocchiaro

Con Arianna Cremona e Claudio Righini

Scene Luigi Ferrigno

musiche Rival Consoles, Frank Zappa, CHVRCHES, Graham Lambkin, The Books, Crass, Thomas Ross Fitzsimons, Scala & Kolacny Brothers

produzione Teatro La Contrada

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