Il regista ungherese Béla Tarr appartiene di diritto all’empireo del cinema d’autore europeo. Figura emblematica di intellettuale rigoroso che ha portato avanti il suo pensiero senza mai cedere a compromessi, proprio per questo motivo è rimasto ai margini della scena, pur avendo proposto durante una carriera trentennale pellicole di indubbio impatto emotivo e culturale particolarmente apprezzate dalla critica.
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BELA TARR: un regista da rivalutare in questa fase storica

In un periodo come quello che stiamo vivendo costellato da conflitti, nel quale gli Stati, in preda ad una follia irrefrenabile, stanno conducendo una corsa al riarmo che arricchisce i produttori di armamenti e impoverisce gli Stati stessi, e con loro i cittadini, ai quali, in questo modo, viene rubata la speranza per un futuro prospero, andrebbe riesumato, per esorcizzare il presente, il messaggio lanciato, almeno dalla metà degli anni ’90, dal regista ungherese classe 1955 Béla Tarr. In un periodo storico disastroso, soprattutto per scelte politiche, come il nostro, la poetica di Tarr risulta essere il completamento, o se vogliamo l’indirizzo finale verso la quale l’umanità sembra essere destinata.
Il desiderio di cambiare il mondo

Nei primi film della sua avventura cinematografica Tarr propone approfondimenti sulla condizione sociale di un paese come l’Ungheria che viveva le contraddizioni del regime comunista con tanto di un sentimento di disumanizzazione che perdurava in una situazione di stasi economica e spirituale. I protagonisti dei film realizzati nel periodo 1977-1984 cercano in tutti i modi una via di fuga ma si rivelano spesso meschini, irresponsabili e in definitiva deboli per attuare qualsivoglia rivolta interiore. Molto spesso i drammi avvengono in famiglia come in Nido familiare (1977), Hotel Magnezit (1978), L’outsider (1980) e Rapporti prefabbricati (1982), dove l’attenzione del regista si concentra sulla relazione di individui “rinchiusi” nell’istituzione della famiglia. La critica sociale, seppur presente, in questa fase sembra essere sullo sfondo, quasi a configurare la società come un contenitore oppressivo della famiglia, una prigione della prigione, uno spazio fisico e mentale dal quale sembra difficile, se non impossibile, fuggire.
L’incontro prolifico con la letteratura
Dopo il film Almanacco d’autunno del 1984, pellicola che pone in rassegna l’egoismo umano, l’avidità che porta a spinte aggressive, alla violenza come modalità comunicativa e a una lussuria sfrenata molto lontana da ogni sentimento d’amore, Béla Tarr rimane folgorato dal primo romanzo di Laszlo Krasznahorai dal titolo Satantango. La disillusione di poter cambiare il mondo da parte di Tarr trova un valido corrispettivo nel romanzo del connazionale, il quale si svolge in una fattoria collettiva ormai semi abbandonata (il regime comunista è al collasso) e un gruppo squinternato e confuso di individui guarda passare inerte il tempo che porta con sé solo disfacimento. La potenzialità di una trasposizione cinematografica del romanzo viene colta solo da Tarr, in quanto nessuna produzione si mostrò interessata a finanziare l’opera. Il naufragio dell’umanità verrà così rappresentato in Perdizione (1987) un soggetto di Tarr e Krasznahorkai, che anticipa lo stile e la poetica che contraddistingueranno, da qui in avanti, il cinema del regista ungherese.
SATANTANGO: il punto di svolta espressivo

Finalmente nel 1994 Tarr riesce a realizzare la trasposizione cinematografica di Satantango. Viene fuori un film che sfida ogni convenzione narrativa filmica, per lo più assoggettata a superficialità e facile consumo. Il film, in bianco e nero, ha la durata monstre di oltre sette ore. Un film complesso dove protagonista è la circolarità del tempo, dove tutto sembra ripresentarsi ciclicamente e dove l’individuo può solo osservare gli eventi che si ripetono esposti dal tappeto del tempo. Satantango si presenta come una parabola nella quale protagonista è un falso profeta che attraverso false lusinghe offre all’umanità “distruzione e miseria senza fine, mascherate da redenzione ed elevazione” (Kovacs). Lo sguardo dei protagonisti, che Tarr presenta attraverso lunghe e lente carrellate, guidano gli occhi degli spettatori sul vuoto imminente alla catastrofe: muti osservatori di eventi decisi in chissà quale parte del mondo, vittime inconsapevoli della follia del genere umano. Tutto il film si svolge sotto un cielo plumbeo che produce una luce livida, senza speranza alcuna, dove anche l’accenno della luce dell’alba non porta nulla di buono, anzi, diviene portatrice degli inganni della corruzione umana.
Il primato dell’immagine sulla parola

Il cinema di Tarr sembra fare propri i versi di Camillo Barbaro quando scrive nel 1914: “Taci, anima stanca di godere/ E di soffrire (all’uno e all’altro vai rassegnata). /Nessuna voce tua odo se ascolto…” Le parole nei film del regista ungherese sono ridotte al minimo, mentre viene esaltata la fotografia, nella quale immagini potenti, evocative, capaci di ricondurre ad un immaginario ancestrale ed essenziale, dove la realtà si fa poesia, diviene protagonista ed essenza stessa del film. L’immagine acquisisce una funzione estetizzante pregna di significati, diviene contemplativa, dove tra lunghe carrellate e piani sequenza viene mostrato un mondo, o porzione rappresentativo di esso, dove sono presenti, anche se invisibili, confini invalicabili che rendono vani tutti i tentativi di fuga. L’urgenza di Béla Tarr è mostrare come la corruzione dell’uomo sarà la sua condanna definitiva, una corruzione che svuota di significati, che giunge come un vento impetuoso capace di inaridire terreni e seccare pozzi, dove l’unica occupazione possibile degli individui sembra essere la contemplazione della rovina di un mondo che cade a pezzi.
Paesaggi rurali e presenze umane
Contemporaneamente alla lavorazione di Satantango, Tarr realizza un cortometraggio che ha oggetto la campagna ungherese, il quale prende il titolo di Viaggio nella pianura ungherese (1995). L’audiovisivo diviene un’elegia del paesaggio rurale ungherese con tanto di campi, sentieri e manufatti umani che presentano i segni della decadenza come finestre rotte, muri corrosi dal tempo e porte scrostate. Un discorso, questo di Tarr, dove il tempo diviene arbitro del paesaggio e del passaggio dell’uomo. Ad un certo punto Mihaly Vig, l’attore che guida lo spettatore in quei luoghi si chiede: “Cosa accade alla ragione quando cessa il pensiero?” E ancora: “E all’amore e all’odio, quando si dipartono dal cuore?” L’unica risposta sembra giungere dall’abbaiare lontano di un cane. Le domande continuano fino a giungere ad un passaggio dai toni apocalittici, nella scena successiva, il quale, purtroppo, si rivela quanto mai attuale: “Ho sfogliato le pagine della storia e sono giunto alla sua fine. Cos’è dunque la storia degli uomini se non un fiume di sangue sgorgato dalle rocce imbrunite del caos primordiale? Esso giunge a noi in un fiume ininterrotto e non pensiate che ora si sia fermato.” Nel finale del documentario appare forse il personaggio simbolico di questa interazione uomo/tempo/paesaggio, ossia, una bambina anonima, alla quale il regista dedica il docufilm, che in controluce si dondola in piedi su un’altalena malridotta e cigolante. Forse il desiderio di un ritorno ad un’innocenza perduta.
The end: l’abbandono delle scene

Dopo Le armonie di Werkmeister (2000) tratto sempre da un romanzo di Krasznahorai e il noir L’uomo di Londra (2007) adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Georges Simenon, nel 2011 Béla Tarr realizzerà il suo ultimo film, summa dei lavori precedenti, la coerente destinazione finale di un rigoroso pensiero artistico. Il film in questione è Il cavallo di Torino. Il titolo è ispirato al celebre episodio accaduto a Nietzsche nel 1889, quando durante un suo soggiorno a Torino vede un cocchiere frustare violentemente un cavallo esausto che non voleva muoversi, il filosofo, allora, corse al collo del cavallo in preda al pianto per interrompere la scena. Il fatto si colloca poco prima del presentarsi di disturbi mentali che lo porteranno alla morte in solitudine. I topoi tarriani ci sono tutti: ambiente rurale, dialoghi scarsi, senso di claustrofobia, poche inquadrature con conseguente uso di carrellate e piani sequenza. Opera, Il cavallo di Torino, rigorosa e affascinante con una fotografia in bianco e nero potente e rivelatrice. Le attività ripetitive di un uomo, un cocchiere, e di sua figlia, vengono interrotte solo da un monologo di un vicino, il quale, andato a chiedere una bottiglia di palinka (vodka), disperato, ripete che tutto è corrotto “che tutto è distruzione e rovina, perché qui non si tratta di un qualche cataclisma generato da un’azione innocente degli uomini. Al contrario. Qui si tratta del giudizio umano […] perché vedi, il mondo è corrotto”. Tutto ciò che viene toccato dall’uomo è destinato alla distruzione, dedito ad acquisire e screditare per mero interesse personale. La dissoluzione nel film avviene nel modo più naturale possibile: un buio forzato si impone sulla scena, e con esso giunge anche il silenzio, di Tarr e di un’umanità sconfitta dal proprio stesso ego.


