Autoritratto @ Teatro India: un atto di verità teatrale

Al Teatro India, dal 20 maggio al 1 giugno, torna in scena Davide Enia con Autoritratto, che si pone l’obiettivo di raccontare le vicende di Cosa Nostra in Sicilia, e in particolar modo a Palermo, degli ultimi trent’anni. Un’analisi feroce e senza sconti per nessuno, una voce potente, lucida e disperata che raccoglie in sé le voci di una generazione intera, anzi, di un intero Paese che ancora tentenna e fatica a liberarsi dal proprio autoritratto.

Autoritratto: un bambino cammina per strada    

Davide Enia in Autoritratto, in scena al Teatro India

“Ho otto anni quando vedo la mia prima ammazzatina”: questo l’incipit del racconto carnale e crudele che Davide Enia offre al pubblico del teatro India.

Così inizia uno spettacolo che pone davanti a tutt* una storia apparentemente personale: un bambino di otto anni cammina per strada, torna da scuola e all’improvviso vede tre persone immobili che fissano un punto, o meglio, una sagoma a terra – un uomo colpito da spari, riverso a terra. Intorno alla testa, una pozza di sangue si allarga e forma un lago.

Quel bambino poi cresce e diventa un artista – attore/narratore/drammaturgo/scrittore – che in quel lago di sangue vede e presente già qualcosa, forse il desiderio di non soccombere a quella pozza di sangue, a quello specchio che mostra a chiunque chi siamo davvero.

Autoritratto: la ribellione come atto supremo

Nello scorrere potente e vibrante del racconto, si insinua un tema centrale, quello della ribellione.

Davide Enia racconta le reazioni di una generazione intera, la sua, a tutto ciò che accade intorno. Subito dopo il racconto della sua prima ammazzatina, incontriamo Peppe Malato, suo compagno di scuola, che vive proprio nel palazzo di fronte al quale quell’uomo è stato ucciso.

Peppe dichiara a gran voce che è colpa dei suoi genitori se lui è costretto a vivere in una città dove ci si spara per strada: Peppe, così piccolo e così timido, diventa un gigante che ha il coraggio di denunciare lo stato di terrore e di necessaria sottomissione in cui si vive a Palermo.

E mentre vediamo quel bambino puntare il dito contro gli adulti, ci chiediamo quanto siamo disposti a ingoiare per sopravvivere.

Non solo trent’anni fa, ma ancora oggi. Non solo a Palermo, ma ovunque in questo Paese.

Un Paese intero che sembra arretrare, che non ha capito che la ribellione, il dissentire sono forme necessarie alla democrazia, di fronte alle storture di un Corpo Stato martoriato e umiliato a più riprese da leggi ingiuste, da una classe politica spesso incapace e dimentica delle sue responsabilità, che si volta per non vedere ciò che accade intorno a sé, dall’altra parte del Mediterraneo, che nega l’evidenza, che accetta i due pesi e le due misure come standard di vita.

Che finge che quella pozza di sangue che si allarga sull’asfalto non esiste, perché specchiarsi in quel lago rosso vorrebbe dire accettare che siamo tutt* indistintamente coinvolt*. E quindi complic*.

Autoritratto: la settimana santa

Autoritratto procede spedito fra passato e presente, fra ricordi personali e domande che Enia pone a sé e  ad altri per spiegare Cosa Nostra.

Gli altri: ecco l’altro tema fondante dello spettacolo.

L’altro è il secondo specchio, che assume di volta in volta forme diverse: gli uomini della DIA che hanno combattuto la criminalità per tutta la vita, gli amici con cui Enia cresce, la famiglia che continua la sua quotidianità, persone comuni come il prete, suo insegnante di religione al liceo, un uomo mite, che lo incoraggia a recitare davanti a tutti i compagni un suo pezzo, La settimana santa, un prontuario su come sopravvivere a Palermo, organizzato secondo i giorni della settimana.

Un prontuario “accurato”, come dice lo stesso prete, don Pino Puglisi.

Autoritratto: specchiarsi negli altri per combattere

Un nome che insieme a tutti gli altri citati – Giuseppe Di Matteo, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino – apre uno squarcio necessario e doloroso nei ricordi personali e collettivi.

Enia compie così un’operazione di altissimo pregio.

Non siamo di fronte a un monologo che vuole raccontare il dramma di chi ha vissuto sulla propria pelle l’esistenza della mafia, siamo di fronte a un salto miracoloso e potente: attraverso le storie di questi nomi, che tutt* conosciamo, vediamo finalmente queste persone nei loro corpi, le riconosciamo come altro da noi e in ognuno di loro, nella loro carnalità o nella loro mitezza, troviamo lo specchio necessario per alzare la testa e ricordarci che solo insieme si può combattere; è l’unione dei tanti anonimi IO che permette di trovare la spinta per combattere e ribellarsi.

Ed è esattamente questo che avviene a Palermo subito dopo l’attentato contro Paolo Borsellino: le strade di Palermo si riempiono di lenzuoli bianchi che dichiarano di non voler soccombere più, di non voler più tacere.

Perché se c’è qualcosa che di questa lunga esperienza rimane, è proprio l’atto collettivo che dichiara a gran voce che si è liberi solo insieme.

Autoritratto: la semplicità come traccia di allestimento

Giulio Barocchieri e Davide Enia in Autoritratto

Lo spettacolo è poderoso e dolente ancora di più nella sua semplicità scenica: il palco è pressoché vuoto e le luci sono dosate con una cura e un’accortezza che evidenziano ancora di più la potenza della messa in scena.

A ciò si aggiungono le musiche composte ed eseguite dal vivo da Giulio Barocchieri, che accompagnano con grazia ed efficacia tutto lo spettacolo, in una sorta di corsa nei vicoli di Palermo e nei meandri dei ricordi e della nostra stessa coscienza.

Tutto è orchestrato perché la voce di Enia diventi quella di un cantore contemporaneo che si assume il compito di raccontare un pezzo della nostra storia collettiva, geograficamente concentrato in un’isola favolosa e leggendaria e che in sé racchiude il meraviglioso e il mostruoso.

Ma come tutti i miti, anche questo supera i confini fisici, deborda al di fuori di quella terra e viaggia per tutto il Paese, attraverso quella pozza di sangue da cui siamo partiti.

Perché, come dice Davide Enia, “quando nella tua città ti trovi davanti a una pozza di sangue, l’immagine riflessa è il tuo autoritratto” e, a questo punto, non esiste più la dimensione personale o puramente geografica, ma esiste solo la dimensione collettiva.

CREDITI

Autoritratto

di e con Davide Enia
musiche composte ed eseguite da Giulio Barocchieri

scene e luci Paolo Casati
suono Francesco Vitaliti
foto Andrea Veroni
Si ringrazia Antonio Marras per gli abiti di scena

co-produzione CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG
Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
Accademia Perduta Romagna Teatri
Spoleto Festival dei Due Mondi
con il patrocinio della Fondazione Falcone

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