Un miracolo che fa paura. La nuova Antigone di Massimiliano Civica. Intervista

Massimiliano Civica traduce e interpreta nuovamente ANTIGONE di Sofocle – in scena dal 28 novembre fino al 8 dicembre al Teatro Fabbricone di Prato, estrapolandola dal cerchio di ferro dell’interpretazione politica di tradizione hegeliana e dalla forzata contrapposizione tra un tiranno e una ribelle, un uomo e una donna, una legge e l’altra. Antigone e Creonte sono serrati in un duale più profondo che mai, colpevoli ambedue di tentazione di 'ybris' che li rende inflessibili, incapaci di piegarsi, ambedue ‘miracolo pauroso’. Speculari nel profondo, danzano la loro danza attraverso le parole nuove ed eterne di una traduzione problematica e luminosa. Susanna Pietrosanti per Gufetto ha incontrato Massimiliano Civica prima della prima, in un dialogo appassionato e competente sulle scelte di traduzione e regia, elementi fondamentali contenuti nel dettagliato programma di sala.

Una stanza nuda, pareti a calce, un tavolo scuro sul quale lo script dell’Antigone di Sofocle appena ritradotta da Massimiliano Civica getta un ponte silenzioso tra noi. La guardiamo tutti e due: l’obiettivo del nostro reciproco interesse.

Susanna Pietrosanti: Ritradurre un classico è una vera impresa. Alcuni, come Sanguineti, la qualificano un’impresa impossibile, a termine della quale parla comunque il traduttore, per quanto si tenti di rimanere aderenti al testo, o di reinterpretarlo, o di riattualizzarlo, nel rispetto del classico che esaminiamo. Lei come si sente in questi termini? Il suo lavoro su Antigone la rende sua, adesso? Fa parte di una delle Antigoni che Steiner ha enumerato?

Massimiliano Civica: Sì, naturalmente una traduzione crea un nuovo testo. Perché le scelte che si fanno sono infinite. Basta una sfumatura su una parola per determinare un cambiamento. Partendo dal fatto che nel caso dei classici è impossibile restituire la complessità dell’originale – per me l’elemento discriminante è mantenere la curiosità e la capacità di ascolto di quello che dice l’autore: ho cercato di resistere alla tentazione di una lettura personale, almeno fino a quando si può prescindere; e in questo mi sento di rispondere di sì perché la traduzione è nata nel tempo. Ci sono voluti circa due anni. Si è interrotta tantissime volte perché è stato un approccio globale: non semplicemente la traduzione del testo, ma un avvicinamento al periodo storico, all’opera di Sofocle, con tantissimo lavoro di studio. So perfettamente di aver fatto delle scelte forti, ma tutte consapevoli, ragionate, legittime. Il problema è capire perché Sofocle abbia scritto questa tragedia. L’immedesimazione non è mai con i personaggi, che è sempre un’operazione dal punto di vista ermeneutico pericolosa. L’immedesimazione è sempre con l’autore.

S.P. : Ho visto con grande piacere che gli stasimi sono presenti, e che lei ha rifuggito dalla tentazione di valorizzare la fabula, gli eventi, a discapito del contenuto lirico – filosofico. Il primo stasimo, quello abitato da Zeus “che punisce la superbia”è un riesame del concetto di ‘ybris’. L’esagerazione di Creonte e Antigone è il loro rifiuto della flessibilità, come Emone sottolinea nella sua sticomitia con Creonte, che rigidamente non vuole uscire dalle sue ossessioni, tanto quanto non vuole farlo Antigone, chiusa nel suo rapporto coi morti, con la famiglia, con le leggi non scritte. Ambedue fanno parte del prisma infinito che è il concetto di ybris nella Grecia classica?

M.C.: Bisognerebbe riuscire a capire l’operazione tentata da Sofocle. Normalmente, quest’opera viene intesa come un’opera politica e quando viene messa in scena si è spinti a schierarsi per una parte. Facendo così, però, si tradisce l’intento di Sofocle, che voleva porre fine alle contese tra il partito aristocratico e quello democratico nella Atene del V secolo: impossibile riaccendendo il conflitto, dando cioè ragione ad Antigone o a Creonte. L’unica maniera per pacificare era quella di saltare il livello politico, puntare più in alto. Seguendo la lettura hegeliana normalmente questo testo viene visto come una serie di opposizioni: stato/individuo, maschile/femminile, legge positiva/legge naturale. In realtà, lo sforzo continuo di Sofocle è prima di tutto in un equilibrismo virtuosistico, dando col misurino tanta colpa ad Antigone quanta a Creonte, si sforza di accomunarli, di mostrare la loro identità, il loro carattere. Antigone e Creonte sono definiti con il termine ‘deinòs’ ovvero ‘miracolo che fa paura’. Normalmente viene tradotto con ‘una meraviglia’, ma non basta. È un aggettivo che indica la sensazione che ci procura ‘qualcosa che eccede la norma’ sia bellissimo che terribile. Sofocle sta facendo un discorso di antipolitica, o di sovrapolitica, sembra dire: guardate, io mi rifiuto di parlare di Creonte o di Antigone. Io dico che il carattere delle persone, se è un carattere deinòs, se sono persone eccezionali, diventa un problema per la comunità. E questo è uno dei messaggi più sconvolgenti di quest’opera, secondo me, oggi: il carattere dei leader politici è questione politica. Banalizzando, per Sofocle non è tanto importante che tu sia di sinistra o di destra, è importante l’atteggiamento: se hai un atteggiamento deinòs, è un vero problema, perché non ascolti gli altri. Ciò che vediamo succedere da anni in Italia, con leader politici sulle cui idee si può essere d’accordo o meno, ma comunque non c’è niente di non condivisibile, fanno dei disastri perché sono arroganti, presuntuosi. Sofocle dice questo. E dunque dal mio punto di vista interpretare politicamente quest’opera vuol dire non comprenderla. Sofocle intende superare la frizione tra le parti rivolgendosi ad un livello superiore, come ha fatto Nelson Mandela, che quando è andato al potere aveva tutti i suoi compagni che dicevano ora ai bianchi olandesi gliela facciamo vedere noi, e lui ha detto no, ha voluto salire di livello.

S.P.: La celeberrima battuta di Antigone, che lei rende con “io non sono nata per odiare ma per amare chi ha il mio stesso sangue”, che conosce mille traduzioni e a cui lei dà qui un più di specificazione con le parole “chi ha il mio stesso sangue”, fa svoltare il personaggio ancora più chiaramente in questo dialogo duale coi morti di famiglia, col padre e la madre, con Polinice in particolare, col bellissimo gioco di grotta/camera nuziale in cui Emone e Polinice si scambiano la maschera dello sposo. La tragedia del duale, qui, più che tra Ismene e Antigone mi è sembrata giocata tra Antigone e Creonte, oppure tra Antigone e il fratello. È una lettura che lei condivide?

M.C.: Questo è un problema proprio di traduzione, e bisogna affrontarlo con la consueta logica dell’indagine. Quella frase, la più famosa, la più estrapolata, di solito viene tradotta “io non sono nata per odiare, ma per amare”. Il problema è che lì la parola non è il normale verbo amare, philein: Sofocle fa un hapax legomenon, si inventa una parola che prima non esisteva: synphilein. Ora, nessuno, nei fatti può sapere che cosa significa questa parola: è impossibile. Ma certamente, se lui ha a disposizione philein, e non lo usa, e si inventa una parola, vuol dire che per descrivere il sentimento di Antigone nei confronti del fratello lui cerca, appunto, una precisa specificazione. Quindi, avendo questi dati, avendo delle caselle mancanti, sapendo che significa syn come prefisso, prefisso di congiunzione, con, io credo che Antigone stia dicendo: “io non posso che amare i miei familiari”. La domanda bisognerebbe farla a tutti i traduttori che continuano a tradurre semplicemente “amare” quando invece il verbo greco è un altro.

S.P.: Nel IV stasimo, quello di Eros – Amore, scrive “ogni ragazza è Afrodite” in senso etimologico di A-froneo, che porta via la mente, fa impazzire?

M.C.: Sì. Sì. Sofocle dice una cosa importante: Eros, l’amore, è una Potenza, themis, una forza, come la forza che fa nascere le piante. Il Coro, che si rivolge a Creonte, dice: attento, tu stai facendo tutto questo perché segui una legge, ma ce ne sono tante altre, anche l’amore. Tu devi sapere che tuo figlio sta seguendo una legge. Molte sono le leggi. Tant’è vero che dopo, quando entra Antigone, il Corifeo dice: “un’altra legge ora, un altro themis, adesso costringe me a disubbidirti per piangere lei”.

S.P..: Perchè sceglie di trasformare quella che è normalmente un’apostrofe: “Eros, tu che…” in terza persona?

M.C. : Sofocle è un uomo di teatro. La sua opera era lo spettacolo, non il testo. Quindi per capire ciò che lui sta dicendo noi, con l’immaginazione, dobbiamo riuscire a immaginarci lo spettacolo che lui ha fatto. Non il testo. Lavorare sui testi classici ha poco senso: sarebbe come voler capire un film di Fellini dalla sceneggiatura. Da una sceneggiatura monca, una sceneggiatura che ha solo i dialoghi, non ha la parte di sinistra che descrive i gesti. Se io ho nel testo ‘donna dice a uomo: io ti odio’ ma nella parte sinistra – che nei testi classici ci manca – è scritto: ‘lei lo bacia’, è chiaro che la situazione è assai diversa. Se in questo stasimo Creonte è in scena, allora il Coro si rivolge a lui, spiegando il motivo della lite col figlio Emone: ‘è stato Eros che vi ha fatto litigare’. In fondo la vera grandezza di questo testo è che ripete le stesse cose ma da punti di vista diversi. Come la guardia che parla in Dorico, dialetto reso col romanesco, dando voce alle persone normali, ‘basta che c’è la salute, poi chi se ne importa’

S.P.: “Adesso puoi governare. Adesso devi governare. Adesso devi occuparti di noi”, dice il Coro a Creonte, chiudendo la tragedia.

M.C.: Lì c’è la parte di adattamento più grossa, nel senso che in greco non c’è scritto ‘adesso puoi governare’ ma solo ‘ti devi occupare di noi’, ‘Ti devi occupare di queste cose’, ma quali cose? Sicuramente sarebbe un abbassamento di livello incredibile se lui intendesse il funerale, non può essere. Io credo che Sofocle attraverso Creonte parli a Pericle, gli invii una specie di avvertimento: attento che se vai troppo verso una democrazia radicale che punisca le antiche famiglie aristocratiche, fai disastri. Ed è per questo che Creonte credo sia l’unico personaggio tragico che non esce di scena, e che alla fine viene invitato a governare: l’invito è a Pericle, secondo me, a essere morigerato. Ci sono tanti elementi che accomunano Creonte a Pericle.

S.P.: Una tragedia antipolitica, dunque, un vero e proprio invito all’equilibrio.

M.C.: Esatto. Una indagine sulla natura dell’uomo, questo ‘miracolo che fa paura’ e che noi siamo.

 

Info:
ANTIGONE di Sofocle
uno spettacolo di Massimiliano Civica
con Oscar De Summa, Monica Demuru, Monica Piseddu, Francesco Rotelli, Marcello Sambati
costumi di Daniela Salernitano
luci di Gianni Staropoli
fantoccio realizzato da Paola Tintinelli
traduzione e adattamento di Massimiliano Civica
assistente alla regia Elena Rosa
produzione Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Manifatture Digitali Cinema Prato – Fondazione Sistema Toscana
PRIMA ASSOLUTA

Teatro Fabbricone, Prato
fino al 8 dicembre 2019 (feriali 20.45, sabato 19.00, domenica 16.30, lunedì riposo)

 

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