TEATRO COME DIFFERENZA: intervista alla regista Francesca Sanità 

Francesca Sanità è uno dei registi del gruppo teatrale di Teatro come differenza, attivo nell'ambito della salute mentale su territorio fiorentino e pratese. L'ultimo spettacolo, portato in scena presso il Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino e recensito da Gufetto è UROBORO (qui il link al pezzo) che si offre come occasione di approfondimento della storia e dei metodi del gruppo Teatro come differenza in questa sede. L'intervista verte tanto sull'evoluzione del gruppo di lavoro quanto sui metodi adoperati nella realizzazione delle proprie opere con particolare riguardo per il più recente Uroboro. L'interessante dialogo con Francesca Sanità apre le porte ad un piccolo mondo complesso, purtroppo marginale, ma essenziale all'interno delle dinamiche sociali attuali. 

Teatro come differenza: genesi e sviluppo

Serena: Teatro come Differenza nasce nel 2013 come coordinamento a cui diverse associazioni fiorentine hanno aderito. Il coordinamento ha dato vita ad un progetto il cui obiettivo è la creazione di una compagnia. Quando e come si è giunti a questo traguardo?

Francesca: Sì. Teatro come Differenza è nato nel 2013 come coordinamento senza nessuna formalizzazione. È stato fatto un esperimento subito con lo spettacolo Borderline, il primo in assoluto. Quindi, Alessandro Fantechi ha chiamato i vari gruppi e ha detto: «perché non si fa uno spettacolo insieme e poi proviamo a vedere come si sta in un coordinamento?». Da lì, siccome gli esperimenti hanno funzionato teatralmente e poi si è creato un legame affettivo forte fra di noi, abbiamo capito che si poteva anche provare a dare una forma, che non fosse ancora rigida. Allora, è stata creata un’Associazione Temporanea di Scopo. Dall’ATS composta da cinque compagnie siamo giunti, nel maggio 2019, all’Associazione di Promozione Sociale, diventando soggetto giuridico in grado di accedere a bandi e finanziamenti. Abbiamo proseguito la nostra attività, giungendo, lo scorso febbraio, in cartellone al Teatro Cantiere Florida con Sacro Quotidiano. L’idea di formare una compagnia vera e propria ha quindi preso piede anche per poter proporre percorsi di inserimento lavorativo superando il problema della cronicizzazione. Nell’ambito della salute mentale la cronicizzazione è sempre un problema: lo è per gli educatori, per gli operatori teatrali che ci lavorano, per noi registi che ripetiamo sempre gli stessi meccanismi all’interno del laboratorio che, dunque, in qualche modo si cronicizza. Quindi, abbiamo pensato di individuare, insieme agli educatori, delle persone alle quali proporre un inserimento lavorativo. Di fatto, rispetto alle nostre aspettative non è stata così facile come impresa, perché molte persone avevano già un inserimento lavorativo, ad esempio o semplicemente per l’iter burocratico che questa scelta comporta. Resta il fatto che l’inserimento lavorativo è fondamentale per il lavoro artistico che facciamo: firmare contratti professionali che regolano le giornate lavorative consente di avere a disposizione una maggiore quantità di ore di prova. Mentre, restando ancorati alla ASL ci sono limitazioni di orario, per cui si prova una volta la settimana per due ore in presenza degli educatori. Diciamo che in questo secondo caso raggiungere traguardi formativi richiede un periodo più lungo, non si può stravolgere l’organizzazione settimanale dell’istituzione sanitaria e quindi nemmeno proporre un aumento delle ore settimanali di laboratorio. Mentre, per Uroboro noi abbiamo provato tutti i giorni. Quindi, l’obiettivo di formare una compagnia, non ancora raggiunto, è dettato in definitiva da una combinazione di esigenze logistiche, formative e artistiche.

S.: Si può dire che la realtà di Teatro come Differenza sia una neonata, nonostante gli anni di esperienza del coordinamento. Quali sono le difficoltà con cui essa si misura, data la fase embrionale in cui si colloca?

F.: Il gruppo di attori, presenti in Uroboro che sono quelli per cui vorremmo siglare contratti professionali, è molto coeso e solidale. Non c’è un senso di rivalità. Anche se, a volte capita di avere delle difficoltà nel soddisfare le richieste degli attori. Ora mi è venuto in mente un caso. C’è stata una persona che si è sentita poco coinvolta, soprattutto per cose da portare in scena, ad esempio, i monologhi ed ha avanzato richieste particolari. Per il futuro, terremo in considerazione questa richiesta, ma chiaramente molte scelte dipendono dalle risorse personali in generale e da ciò che chi va in scena è in grado di fare, per evitare che gli attori si trovino in difficoltà. Però, esponendo le nostre motivazioni, con la comunicazione tra le diverse parti questa difficoltà è stata superata. Le difficoltà maggiori, invece, che si riversano sul piano artistico, te lo dico chiaramente sono di carattere economico.

La convivenza del collettivo con la pandemia globale 

S.: Il Covid-19 ha fatto vacillare il sistema di produzione artistica e culturale. Il vostro gruppo come è stato influenzato da questa condizione di pandemia globale?

F.: Subito dopo Sacro Quotidiano, per cui eravamo tutti entusiasti, c’è stato il momento di lockdown. Immediatamente, abbiamo pensato di creare un gruppo su Whatsapp per mantenerci in contatto in quella fase di isolamento. Questa scelta è stata utilissima da ogni punto di vista. Sul piano formativo, abbiamo continuato a proporre esercizi e compiti. Sul piano artistico, siamo riusciti a partecipare a progetti realizzati da altri operatori teatrali, ad esempio #ilteatrononsiferma. Gli attori di Teatro come Differenza hanno selezionato liberamente un testo – per alcuni prosa, per altri poesia – lo hanno imparato a memoria, si sono video ripresi o hanno semplicemente registrato le loro voci, su nostra indicazione. Questi materiali sono stati da noi raccolti e inviati agli organizzatori de #ilteatrononsiferma e sono andati in rete e sono ancora visibili sulla pagina del progetto. Lorenzo Degl’ Innocenti ha coinvolto attori di tutta Italia caricando settimanalmente sui social i video ricevuti. Questo ci ha permesso di far sentire gli attori attivi, quindi portare avanti il nostro percorso che ambisce a rendere loro soggetti attivi e portatori di cultura. Sul piano economico, è stato devastante per gli attori del teatro d’arte, ma questo è un problema che affligge alcuni degli attori di Teatro come Differenza tutto l’anno: una differenza rispetto agli attori con contratto professionale.

S.: Nonostante il Covid-19, sabato 24 ottobre il collettivo è andato in scena presso il Teatro della Limonaia, preservando la modalità itinerante dello spettacolo. La regia di Uroboro ha subito revisioni a causa delle misure anti-contagio?

F.: In verità, le misure anti-contagio hanno ispirato la regia che è nata proprio da questa realtà. La scelta della modalità itinerante – dove gli spettatori si muovono guidati dalle maschere, mentre alcuni attori sono fermi in fila sul palco – ha agevolato, a sua volta, il rispetto delle misure anti-contagio. Il pubblico si muove sempre guidato per limitare i contatti. Le due maschere guida sono state una scelta dettata dalle misure anti-contagio, ma questo ha influito positivamente sulla regia, creando maggiore ordine e armonia allo spettacolo. È stato un limite produttivo ed in generale il limite stimola la creatività. 

Anche l’idea di Uroboro – che è una residenza artistica realizzata presso il Teatro della Limonaia di Sesto Fiorentino – è stata ispirata dalla pandemia, proprio perché c’erano le file fuori dal supermercato. Uroboro è una matrice e lo spettacolo si declinerà ogni volta su un territorio diverso e varierà il tema e la regia. È stato rappresentato Uroboropeccati al Teatro della Limonaia, poi ne faremo una versione al Teatro Comunale di Antella e, quasi sicuramente, una versione di Uroboro al Teatro delle Spiagge. A seconda del territorio sul quale si va in scena, Uroboro prenderà un aspetto diverso sia in relazione allo spazio che ci ospita, sia in relazione agli attori che vi parteciperanno. Ciascuno di essi, infatti, nasce da residenze e laboratori diversi rivolti ad utenti-attori diversi. Dunque le misure anti-contagio, sia esterne sia interne al teatro, sono state uno stimolo alla resa scenica. Dicevo, infatti, che lo spettacolo nasce dal vissuto quotidiano: ci sono state file interminabili fuori dai supermercati e pensavo «chissà come sarebbe se ci fosse qualcuno accanto a me, che mi parlasse». Sul piano registico non ci sono stati particolari adattamenti, forse uno solo: il pubblico è stato accompagnato da maschere di sala per rendere meno caotici gli spostamenti e agevolare il rispetto della distanza tra spettatori. Io sono dell’idea che il limite spesso è una possibilità, nella ricerca di soluzioni scende in campo una forte creatività. Come nel contesto della malattia mentale: essa è un limite, ma consente di sviluppare risorse molto differenti che sul palcoscenico diventano poesia pura.

S.: Lo spettacolo è stato rappresentato quattro volte. La prima di sabato 24 ottobre alle 19.30 è stata seguita da tre repliche. Nonostante i tempi resi incerti dalla pandemia, le aspettative sull’afflusso di spettatori sono state rispettate o, invece, deluse?

F.: Rispettate, sì. Noi avevamo previsto venti persone a replica, proprio nei limiti imposti dal covid, per non creare assembramento soprattutto nel foyer. Quindi, sì, abbiamo sempre raggiunto il numero massimo di spettatori per replica.

Viaggio dentro lo spettacolo: i segreti di Uroboro

S.: Ora qualche domanda inerente agli aspetti più tecnici dello spettacolo Uroboro. La drammaturgia e la regia sono di carattere collettivo? Come è stato costruito il testo? E come la messinscena?

F.: La drammaturgia è nata da un lavoro di scrittura con gli attori e con le signore della Residenza al Laboratorio 9, coordinato da Federica Totaro. Infatti, la Residenza prevedeva una suddivisione del gruppo di lavoro a causa del covid: la mattina le signore del laboratorio di scrittura, la sera il gruppo di attori. Il venerdì precedente allo spettacolo i diversi gruppi si sono incontrati: quello delle signore, quello dei ragazzi della comunità per tossicodipendenti di Prato e gli attori di Teatro come Differenza. Però, ecco, la drammaturgia è collettiva: da una parte, il gruppo delle signore over 65; dall’altra, Elena Turchi con i ragazzi di Prato; ed infine Paolo Biribò e la stessa Elena per la ricerca su testi editi. Infine, tantissimi testi sono stati scritti da utenti dei Centri di Salute Mentale, in particolare poesie. Si tratta di una drammaturgia collettiva, costruita come una sorta di mosaico testuale. La messinscena è costruita a partire da questo testo scritto a più mani.

S.: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Un tema ostico, capace di suscitare nello spettatore disorientamento e senso di angoscia. A cosa è dovuta la scelta drammaturgica e come ha influenzato la regia?

F.: La nostra intenzione era quella di introdurre lo spettatore in un flusso nel quale sentirsi un po’ shakerato. Ad esempio, non c’è mai stato un momento di silenzio. L’idea era di far entrare il pubblico in un percorso fatto di suono e frastuono. Per rispondere alla tua domanda, il tema «peccato» è venuto dopo l’idea-matrice di Uroboro. Come accennavo prima, la matrice Uroboro si ricollega all’attesa in fila e all’immagine di una fila parallela che comunicasse con la prima. Quindi, mentre si parla, si comunica, ci si confessa. La confessione di persone che alleviano la noia di chi attende in fila. Quando confesso qualcosa, cosa confesso? Il peccato, dei segreti… Di qui, la matrice si declinerà su temi differenti, collegati dalla matrice Uroboro organizzata visivamente in fila, e dalla traccia della confessione. Si può dire quindi che sia stata più la regia ad influenzare il tema e non il contrario.

S.: Gli attori di Teatro come Differenza hanno stabilito una relazione con il pubblico tanto diretta ed intensa da rompere talvolta la quarta parete in modo insolito, toccando le corde emotive più fragili dello spettatore. Una spontaneità disorientante che non si trova frequentemente. Qual è stato il ruolo della tecnica recitativa e quale quello dei vissuti personali nel determinare questo risultato?

F.: Io credo che quella spontaneità degli attori sia sorta anche per la vicinanza con il pubblico. Crea un senso di comunità differente, la quarta parete saltava e gli attori sono stati influenzati da questa scelta tanto quanto il pubblico. La relazione tra pubblico e attore diventa più diretta e vicina. Poi, anche il tipo di lavoro. Con il laboratorio di scrittura il lavoro è stato soprattutto testuale mentre con gli altri gruppi di attori è stato rivolto di più alla tecnica. Molti di loro avevano già alle spalle anni di formazione, alcuni hanno recitato sul palcoscenico al fianco di professionisti, quindi il loro background tecnico è molto variegato. Pertanto loro hanno lavorato sia sul testo, sia sulla tecnica. Alcuni degli attori hanno elaborato scritti personali, anche con una buona parte autobiografica, mentre altri hanno elaborato testi propri, ma non legati ad un vissuto personale emotivamente intenso. Ciò comporta un lavoro diverso a livello di recitazione.

Il futuro del collettivo

S.: Uroboro e il precedente Sacro Quotidiano sono stati una sorta di banco di prova. A seguito di queste esperienze, quali sono i limiti su cui il collettivo intende lavorare? Covid permettendo, quale sarà la direzione che la futura compagnia Teatro come Differenza intende seguire?

F.: Sul piano artistico e teatrale, avendo alle spalle sette anni di esperienza, noi ci sentiamo molto forti in questo ambito. Mentre, per gli aspetti legati all’ufficializzazione della compagnia, i limiti sono economici. Tutti i lavori che noi abbiamo fatto sono stati fatti senza finanziamenti. I laboratori che conduciamo all’interno della ASL sono retribuiti, ma per quanto riguarda gli spettacoli, per noi sono un extra. Noi li facciamo perché è un nostro obiettivo. Una piccola parte dei finanziamenti deriva, in questo ambito, dalle Residenze artistiche fatte in diversi teatri regionali – dal Teatro Comunale dell’Antella al Teatro Cantiere Florida – ma non abbiamo sufficienti risorse per costruire e produrre spettacoli con così tanti attori in scena nel modo migliore, considerato anche il personale tecnico. Il limite che sento maggiormente è quindi di natura economica. Per superare questo limite, abbiamo proposto la creazione di tre livelli diversificati di laboratorio, dove il terzo livello è quello indirizzato verso le produzioni e chi ci arriva vorremmo fosse inserito con contratto regolare. Al terzo livello, infatti, non si lavora per pura passione, ma per portare avanti le residenze artistiche sostenute da diversi teatri. Si tratta di un riconoscimento che ha risvolti anche in ambito riabilitativo molto positivi. Se si fa un teatro con gli utenti di servizi di igiene mentale solitamente si affitta un teatro e si fa uno spettacolo gratuitamente e il risultato anche sul piano artistico non è ottimale. Mentre, ad esempio, con Versiliadanza siamo stati inseriti in cartellone al Florida con notevoli vantaggi da tutti i punti di vista. Infine ritengo che anche l’aumento delle ore di lavoro potrebbe comportare un sensibile miglioramento delle abilità e delle risorse degli attori.

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF