Storia del Cinema: ossessioni ed incubi protagonisti del cinema espressionista

Dopo aver riprodotto la realtà, oltre ai i drammi storici e letterari, il cinema assorbe come una spugna la poetica espressionista che si fa, in questo caso, interprete di quel malessere sociale che anticipa, accompagna e subisce le conseguenze del dramma esistenziale piombato sul continente europeo rappresentato dalla Prima guerra mondiale.

L’espressionismo: una rottura con il passato

La prima delle avanguardie storiche nasce intorno al 1905, non a caso, in Germania, ossia in un paese che dall’ultimo decennio del XIX secolo era stato protagonista di un vigoroso sviluppo economico e di una conseguente espansione della borghesia. L’altra faccia della medaglia, in tale contesto, era rappresentata dalla paura dei nascenti movimenti socialisti ai quali la nuova borghesia oppone un conservatorismo opprimente. In un tale contesto disarmonico e conflittuale diviene quindi fisiologico per gli artisti indagare il conflitto tra interiorità umana, che gli studi psicanalitici di Freud, avevano tirato fuori dall’oscurità, e le strutture sociali di riferimento.

Espressionismo: inconscio contro realtà

Il movimento espressionista fin da subito non fa mistero di essere in antitesi al movimento naturalista e a quello impressionista: se i naturalisti erano perfettamente aderenti al concetto di realtà e gli impressionisti rappresentavano più o meno oggettivamente la stessa, imitando la natura e dando di essa un aspetto edificante e riconciliatorio, gli artisti espressionisti intendevano l’arte non come mimesi della natura, bensì come riflesso dei moti interiori degli individui, andando a deformare la realtà secondo violente ed esplicite spinte interiori. L’arte quindi si pone come una forza trasformatrice delle cose e del reale che si nutre dello scontro con la sensibilità inquieta dell’artista nei confronti delle consuetudini sociali.

L’espressionismo cifra stilistica cinematografica

La prima forma espressiva ad abbracciare gli indirizzi dell’avanguardia artistica fu la pittura seguita a ruota dal teatro, anche se con caratteri diversi. Nella pittura le linee si facevano frammentate, i colori luminosi, quasi “urlati”, e le espressioni dei personaggi angosciate e grottesche, come d’altro canto le prospettive si fanno distorte e non aderenti alle leggi della fisica. Nel teatro, invece, l’espressionismo si suddivise in due generi, uno comico e caratterizzato da una satira tagliente e l’altro drammatico intriso di pessimismo. Il cinema, intorno al 1910, diviene oggetto di esperimenti stilistici dal segno espressionista e questo fu causato proprio dalla sua propensione a creare immaginari. La poetica espressionista è intrisa di situazioni dove il malessere e il disagio sono indubbi protagonisti, dove i personaggi vivono drammatici sdoppiamenti della personalità. L’incubo si manifesta spesso nei panni di un individuo debole che viene manipolato da presenze malvage. Vengono rappresentate sullo schermo, quindi, visioni occulte e deformate dove la realtà non è più quella che si mostra, ma al contrario vive nelle profondità dell’inconscio.

            Dal punto di vista stilistico, come abbiamo già ricordato, si registra una rottura con l’idea di realismo su tutti i livelli: scenografici, recitativi e di atmosfere. Determinante per identificare lo stile espressivo è sicuramente l’uso della luce, che diviene drammatica attraverso tagli netti che rendono toni inquietanti e cupi. Le ombre divengono più importanti delle luci in quanto celano il mistero, nascondono il non detto e lasciano solo immaginare senza mostrare, secondo gli stilemi del genere horror. Anche i protagonisti vengono illuminati parzialmente in modo da cedere quel senso di umanità anche attraverso movimenti innaturali e identificandosi in sagome mosse da un inconscio pressante. Gli ambienti sono ricostruiti in interni secondo tecniche teatrali e, al fine di creare ambientazioni distorte, si recupereranno molti dei trucchi del cinema delle attrazioni dei primi anni del secolo, insieme a nuove tecniche fotografiche.

Effetto Schüfftan: la costruzione dell’irrealtà

Un effetto particolarmente utilizzato fu quello che prende il nome dal direttore della fotografia tedesco Eugene Schüfftan che lo ha ideato. L’effetto consiste nel porre uno specchio biriflettente a quarantacinque gradi rispetto alla macchina da presa in modo da riflettere miniature poste fuori campo che verranno rappresentate sulla pellicola ingrandite. Ciò permetteva di rappresentare scenografie di grandi dimensioni altrimenti impossibili da realizzare.

I film più rilevanti del periodo espressionista

Un film considerato precursore del genere risale al 1913 e prende il titolo Lo studente di Praga diretto dal regista danese naturalizzato tedesco Stellan Rye. Per rendere tangibile il tema del “doppio”, tanto caro alla tradizione culturale tedesca, nel film faranno la loro apparizione le doppie esposizioni, il cosiddetto effetto fantasma. La critica cinematografica tedesca Lotte Eisner accolse il film con queste parole: «Con Lo studente di Praga i tedeschi hanno subito avuto modo di capire che il cinema poteva diventare lo strumento di espressione per eccellenza della loro angoscia romantica, e che poteva permettere di rendere il clima fantastico di visione vaghe che svaniscono nella profondità infinita dello schermo, spazio irreale che sfugge al tempo». Il film ricalca quindi il mito del Dottor Faust, con tanto di vendita dell’anima da parte del protagonista ad un ambiguo personaggio, sdoppiamento della personalità del protagonista all’interno di un rapporto tra questo e il misterioso personaggio dotato di poteri sovrannaturali.

Il gabinetto del dottor Caligari

La pellicola forse più rappresentativa del cinema espressionista tedesco è senza dubbio Il gabinetto del dottor Caligari, film del 1919 diretto da Robert Wiene. Oltre ai classici temi del genere come la doppia personalità e una difficile distinzione tra allucinazione e realtà, il film si connota per l’uso, nelle inquadrature, del piano olandese, vale a dire la tecnica fotografica nella quale si ottengono immagini inclinando lateralmente la camera andando a creare così una situazione di disagio, squilibrio, dove i piani visivi risultano non aderenti alla rappresentazione della realtà. Il film, inoltre, si sviluppa attraverso lunghe riprese fisse, fatto questo che amplifica il senso di claustrofobia e terrore della scena.

Due caposcuola del genere: Murnau e Lang

Friedrich Murnau sembra assumere nella sua opera tutte le istanze stilistiche delle quali abbiamo parlato per portarle a maturazione secondo visioni estremamente personali. Il regista tedesco realizza secondo queste premesse Nosferatu il vampiro (1922) vero capolavoro del genere. Il pregio maggiore del film è quello di non concentrare l’attenzione solo sul protagonista, ma grazie ad un uso appropriato delle luci e delle ambientazioni ci mostra come la pervasività del male abbia ormai messo in ginocchio la città.

Fritz Lang, se possibile, ancor più di Murnau, mette in scena un marcato stile autoriale che emerge nel celebre film Il dottor Mabuse (1922), tratto dal romanzo omonimo di Norbert Jacques. Il protagonista, uno psicanalista, è qui l’incarnazione del male, personaggio privo di scrupoli che sembra introiettare in sé tutto il malaffare e gli affari loschi presenti nella Germania sprofondata nella grande crisi economica post primo conflitto mondiale. Lang sembra voler condurre l’irrazionalità del male in linee geometriche rigorose, formalizzando lo spazio e rendendolo contenitore di idee. Un meraviglioso esempio di quanto detto si rinviene in Metropolis (1927) considerato il suo capolavoro. L’incubo, nei film di Lang, non diviene solo un momento di inquietudine che si manifesta, ma, al contrario, diviene presenza viva e costante nel quotidiano umano, anche con accenti profetici, incasellato proprio in quella razionalità umana che vorrebbe esorcizzarlo.

Il cinema espressionista: per saperne di più

In questa sede non risulta appropriato per motivi di spazio approfondire maggiormente l’argomento, che in realtà, riveste grande importanza per gli sviluppi posteriori della settima arte.

Tuttavia, per chi fosse interessato ad approfondire la conoscenza di questa interessante stagione del cinema che ha letto e anticipato i drammatici sommovimenti storico-politici del XX secolo, forniamo di seguito una breve bibliografia di riferimento:

Sandro Bernardi, Le finestre dell’incubo, le avanguardie tedesche e il cinema scandinavo, in L’avventura del cinematografo, Marsilio, Venezia 2007;

D. Bordwell, K. Thompson, La Germania negli anni Venti, in Storia del cinema e dei film. Dalle origini al 1945, Editrice Il Castoro, Milano 1998;

Lotte H. Eisner, Lo schermo demoniaco, Cue Press, Imola 2023

Antonio La Torre Giordano, Il testamento fantastico. Cinema espressionista tedesco (1913-1935), Edizioni Lussografica, Caltanissetta 2023

Pier Giorgio Tone, Espressionismo Tedesco, Dino Audino Editore, Roma 2009;

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