Storia del cinema: Non solo attrici. Le donne del cinema muto

Articolo di esordio della rubrica con la quale la redazione cinema di Gufetto Magazine vuole proporre ai lettori momenti di approfondimento ispirati da fatti più o meno conosciuti che hanno segnato la storia del cinema. Il presente articolo, Non solo attrici. Le donne del cinema muto, intende ripercorrere le vicende che hanno accostato la presenza femminile al cinema dei primi del Novecento.

Le donne del cinema muto: non solo davanti alla cinepresa

Studi recenti, a dir il vero prevalentemente condotti da valenti ricercatrici, hanno messo in evidenza l’importante contributo portato al cinema dalle donne. La presenza femminile è stata legata a questo mondo fin dalle origini della settima arte, sia in veste di spettatrice che in quella di addetta ai lavori. Il cinema ha avuto non poca importanza nella formazione dell’ideale della donna emancipata, mentre per quanto riguarda la sfera produttiva, oltre al tradizionale ruolo di attrice, gli studi più recenti hanno dimostrato come le donne hanno ricoperto i ruoli più disparati mettendo alla prova le loro abilità nei ruoli di scrittrici, sceneggiatrici, montatrici e soprattutto di registe.

Donne, cinema e modernità

Il cinema irrompe sulla scena mondiale a cavallo tra Ottocento e Novecento in un periodo di grandi modificazioni socioeconomiche e culturali. Questi cambiamenti accompagnano anche mutamenti radicali della condizione femminile; soprattutto nelle grandi città le donne iniziano a lavorare e a rendersi economicamente indipendenti, libere quindi di fare delle scelte che consentono loro di approfittare anche delle nuove forme di intrattenimento. Le donne borghesi si renderanno protagoniste della scena sociale, fornendo, attraverso la loro immagine, nuovi spunti alla pubblicità di qualsivoglia articolo in vendita. Questa dimensione coinvolge anche il mondo del cinema, che, come vedremo, si servirà della sensibilità femminile in diversi ruoli artistico-produttivi.

Alice Guy: la prima regista

Alice Guy

L’impegno femminile nel cinema è praticamente immediato: se l’arte cinematografica nasce ufficialmente il 28 dicembre 1895 con la prima proiezione dei fratelli Lumière, sarà proprio una donna, Alice Guy, segretaria della Gaumont, a realizzare, l’anno successivo e prima di Méliès, il primo cortometraggio di finzione dal titolo La Fée aux choux (La fata dei cavoli), che mostra una coppia in luna di miele, la quale scorge un bambino che una fata preleva sotto ad un cavolo e che diventerà il loro figlio. Da questo primo film, fino al 1920, Guy firmerà come regista, sceneggiatrice e produttrice più di mille pellicole che porteranno con loro il desiderio di narrare racconti e finzioni al posto delle pellicole documentarie e dimostrative che mostravano fin troppe “sfilate di truppe o marciapiedi di stazioni”.

Il tratto distintivo delle pellicole della regista francese risiede nella fusione di tematiche legate al femminile e al loro relativo punto di vista, narrate secondo il registro della commedia, che si pone come obiettivo la messa in discussione di modelli culturali e stili di vita. Soprattutto dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti, dove fonda il suo primo Studio, The Solax, oltre alle commedie lavorerà anche su generi come il western, il melodramma e il film religioso. Dopo il divorzio del marito, nel 1922 farà ritorno in Francia dove pubblicherà favole e racconti ma, dove purtroppo, non riuscirà a trovare produzioni per le sue sceneggiature. Il periodo francese la gettò in un oblio che ebbe termine solo dopo la metà degli anni Cinquanta del Novecento, quando le fu riconosciuta la Legion d’Onore. Morirà negli Stati Uniti nel 1968. Nel 2011, in occasione di un premio alla memoria, Martin Scorsese così si espresse nei confronti della sua figura: “È stata una cineasta di rara sensibilità, con un notevole occhio poetico e una straordinaria sensibilità per le location…è stata dimenticata dall’industria che aveva contribuito a creare”.

Le donne italiane dietro la macchina da presa

Anche se in un momento successivo rispetto a quanto accadeva in Francia e negli Stati Uniti, alcune donne ebbero importanti ruoli anche nel cinema italiano delle origini. La figura più significativa è forse quella della campana Elvira Notari che insieme al marito Nicola fondò la Dora Film, casa di produzione con propri studi, attraverso i quali produssero documentari e lungometraggi tratti da romanzi di successo o ispirati da canzoni napoletane che andavano per la maggiore. I film, dei quali scriveva anche i soggetti e le sceneggiature, tratteggiavano la vita e le passioni che serpeggiavano nei bassi napoletani, storie di scugnizzi, pescatori, amori non corrisposti che spesso si concludevano con un suicidio e a volte con un omicidio. Queste tematiche non erano molto apprezzate dalla censura fascista, con la quale la Notari ebbe molti problemi. Dopo aver realizzato oltre 60 titoli, dei quali solo tre giunti a noi, e aver aperto una succursale a New York, l’attività della regista salernitana ebbe fine nel 1930, resa impossibile proprio dagli atti censori, come si legge in una circolare datata 1928: “…considerato per altro che siffatti film sono eseguiti con criteri privi di qualsivoglia senso artistico, indegni che la bellezza che la natura ha prodigato alla terra di Napoli, è stato deciso di negarle in via di massima, l’approvazione dei film che persistono su circostanze che offendono la dignità di Napoli e l’intera regione”.

Una recente scoperta: Elvira Giallanella

Elvira Giallanella è stata oggetto di studio dalla fine del XX secolo, quando è stato ritrovato negli archivi della Cineteca Nazionale il suo unico film prodotto nel 1919, Umanità, ivi depositato nel maggio del 1957. Molto probabilmente il film non fu mai proiettato, anche se oggi appare come un manifesto intriso di pacifismo e messaggi simbolici di segno modernista.

Giulia Cassini Rizzotto: una vita tra cinema e teatro

Giulia Rizzotto coniugata Cassini nasce a Palermo nel giugno del 1865, figlia di Giuseppe, attore e drammaturgo a capo di una propria compagnia teatrale. Debutta nel cinema come attrice al fianco del marito, svolgendo al contempo altre professioni. Esordisce alla regia nel 1918 con il film Scugnì e fino al 1921 diresse altre quattro pellicole. Tra il 1916 e il 1918 fondò due scuole di recitazione a Firenze e a Roma; alla fine degli anni Venti, dopo la morte del marito, si trasferì in Argentina al seguito della compagnia teatrale di Maria Melato.

Lois Weber: la signora dei social problem film

Le prime case di produzione erano tutt’altro che strutturate in organigrammi rigidi, quindi poteva accadere di frequente che chi entrava con compiti di segreteria di produzione, se avesse posseduto del talento, avrebbe potuto tranquillamente cimentarsi nella scrittura di soggetti e sceneggiature, recitare o addirittura arrivare a dirigere un film. Questa fu la storia anche di Lois Weber, che, entrata alla Gaumont dopo aver inviato un copione, ricoprì prima il ruolo di cantante per poi realizzare da regista quaranta lungometraggi e centocinquanta cortometraggi in oltre tre decenni di attività. Weber seguì una strada contenutistica diversa da registi del calibro di Griffith e DeMille: se questi, per i loro film, si ispiravano ad un repertorio storico-letterario dalle tinte drammatiche, Lois Weber già dalla metà degli anni Dieci rivolse la propria attenzione alle problematiche sociali. La regista era convinta che il cinema fosse uno strumento molto utile al fine di coinvolgere gli spettatori nei dibattiti del periodo. Il coraggio di Weber divenne proverbiale tanto da far scrivere su un giornale del 1917 che lei “poteva trattare con successo argomenti che altri registi non oserebbero sfiorare per timore di una condanna”. Le tematiche affrontate riguardavano il traffico di stupefacenti in Hop, or The Devil’s Brew, l’equità salariale per le donne nel film Shoes, posizioni critiche nei confronti della pena di morte in The People vs. John Doe, la legalizzazione del controllo delle nascite in Where Are my children? e in The Hand That Rocks tre Cradle; realizzò inoltre anche film critici sui costumi come il mito del matrimonio borghese, oppure riflessioni inerenti al capitalismo o sulla condizione femminile. L’attività di Lois Weber come regista rallentò dopo il 1922, anno del suo divorzio dal marito, co-regista nei suoi film, e momento di grandi cambiamenti produttivi nel cinema d’oltreoceano.

Hollywood: una cinematografia al maschile

Anche se nel 1920 negli Stati Uniti venne concesso il voto alle donne, all’interno del mondo del cinema iniziarono a perdere influenza. Il cinema dopo la Prima guerra mondiale cominciò ad essere un’attività molto redditizia che attirò un gran numero di finanziatori, i quali permisero agli Studios più grandi di acquisire un gran numero di teatri di posa e mettere così fuori gioco molti produttori indipendenti. Le grandi produzioni imposero uno sguardo prettamente maschile e molte donne, sceneggiatrici e registe, furono estromesse dai loro ruoli. I giornali rinforzarono questa posizione, riportando spesso articoli nei quali si screditava il lavoro svolto dalle donne nel cinema. Negli anni seguenti questa posizione portò ad una amnesia generalizzata circa il contributo femminile.

“La rimozione dell’incredibile mole di lavoro prodotto dalle donne nella prima Hollywood è durata decenni. Questa “dimenticanza” ha avuto un profondo impatto sulle generazioni successive di cineaste, ancora in lotta per l’equità e il rispetto – e su molte altre donne che aspiravano a diventare registe, ma credettero erroneamente che solo poche prima di loro si fossero avventurate in questo mondo”. (Shelley Stamp)

Bibliografia:

Sergio Battista, Il cinema dalla parte degli ultimi, Porto Seguro, Firenze, 2022

Veronica Pravedelli (a cura di), Sounds for silents II. Le pioniere del cinema muto, Fondazione Roma Tre Palladium, Roma, 2021

Immagini tratte dal volume Sound for silent II. Le pioniere del cinema muto

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF