Storia del cinema: alle origini della Roma di celluloide. Sale cinematografiche e contesti

In una realtà contrassegnata dalla chiusura delle sale cinematografiche e dalla sempre più frequente riconversione delle stesse in sale bingo o centri commerciali, attraverso il presente articolo, intendiamo ripercorrere le vicende che hanno portato all’approdo del cinema nella capitale e nello specifico l’importanza del rito “cinematografico” nella creazione di un’identità nella realtà sociale attraverso i decenni.

Il cinema a Roma: nascita e sviluppo

La settima arte approda nella capitale molto probabilmente il 12 marzo 1896 con una proiezione nello studio fotografico Le Lieure sito in via del Mortaro 17, il primo esempio di cinematografo italiano. Nel luglio 1904 la Rivista fono-cinematografica informa che a Roma sono attive già quaranta sale dove hanno luogo proiezioni cinematografiche. In realtà non tutte le sale sono dedicate esclusivamente alle immagini in movimento, ma sono “contenitori” che ospitano anche altre forme di spettacolo come teatri, café chantant o sale polifunzionali che ospitano anche spettacoli circensi. Uno dei più antichi è l’Olympia di via in Lucina, attualmente Nuovo Olimpia specializzato in proiezioni in lingua originale. L’Olympia sorse nel 1896 al posto di una pista di pattinaggio, situato al pian terreno dell’antico palazzo Fiano, residenza rinascimentale di vescovi e cardinali. Nel 1905 verrà trasformato in teatro, mentre dal secondo dopoguerra diverrà definitivamente cinema.

Sala Iride: il primo cinema romano

Nel 1899 Giuseppe Cocanari, fotografo e ottico romano, aprirà la Sala Iride, nel locale di proprietà situato in via del Corso 335, la quale rimarrà attiva fino al 1903. L’anno successivo, aprirà in Via Celsa, una traversa di via delle Botteghe Oscure, il Cinematografo Artistico italiano, divenuto ora Teatro Centrale.

L’esplosione del fenomeno cinema a Roma

Nel decennio 1900-1910, al pari di un aumento della presenza sul mercato di case di produzione, si verificò un decisivo incremento di sale esclusivamente cinematografiche. Oltre a quelle già menzionate, vale la pena ricordare l’Americano in via del Corso, poi divenuto Metropolitan, il Lux et Umbra con la celebre facciata del Piacentini, il Moderno in Piazza Esedra, il Radium a Termini, il Marconi in piazza Vittorio Emanuele, il Sala Italia in via Ripetta, il Nuovo Cinematografo in piazza della Chiesa Nuova, l’Edison in piazza dei Cinquecento, l’Excelsior in via Genova, il Cinematografo Romano in piazza del Gesù, il Cinematografo della Stampa a Piazza Venezia e il Salone Lumière sempre a piazza del Gesù.

Nuovi quartieri, nuove sale

Se intorno al 1910 Roma conta circa 500.000 abitanti che vivono essenzialmente in quello che ora consideriamo il centro storico, nel censimento del 1931 la popolazione urbana scavalca il milione di individui e l’espansione urbanistica travalica le mura aureliane con la nascita di nuovi quartieri progettati dall’Istituto delle Case Popolari: sorgono in questo contesto i quartieri Garbatella, Trionfale, Delle Vittorie, Farnesina, Montesacro, Appio Latino e Casilino, e con loro sorgono nuove sale cinematografiche, che il fascismo, anche per motivi propagandistici, promuove con la massima attenzione. Le nuove sale prendono il nome di Cinema Italia, sala di forma circolare articolata in platea e galleria, sorta in via Bari nel 1926, oppure di Supercinema, sempre negli stessi anni, ora divenuto Teatro Nazionale. Proprio in questa sala venne proiettato per la prima volta in Italia il film Il cantante di Jazz, primo film della storia del cinema ad utilizzare il sonoro. Altri cinema dello stesso periodo sono il Doria, in via Andrea Doria al Trionfale, che seppur divenuta una multisala e perduto le decorazioni originali, conserva ancora i due angeli in bassorilievo posti sulla facciata esterna, opera di Giuseppe Martini, e il Cine-Teatro Garbatella, ora conosciuto come Teatro Palladium e gestito dall’Università Roma Tre. Il cine-teatro venne progettato integrato con un complesso di case popolari costituendone l’avancorpo che aggetta sulla piazza a testimonianza dell’attenzione urbanistica di quegli anni.

Il cinema come luogo di cultura di quartiere

Le nuove sale cinematografiche sorte nei nuovi insediamenti urbani che si formano a ridosso del centro storico, e pian piano, nel corso dei decenni si spingono fino a occupare larghe fette di campagna romana, divengono parte integrante del tessuto sociale. Se all’inizio le proiezioni erano frequentate da membri dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, dopo poco, con l’apertura di sale specifiche allo scopo, e soprattutto grazie all’economicità del biglietto d’ingresso, saranno frequentate da individui di tutte le classi sociali. La sala cinematografica diviene così un elemento imprescindibile all’interno dell’urbanistica sociale dei quartieri, non meno della chiesa e dell’ufficio comunale. Quella luce che nel buio verrà proiettata su uno schermo bianco diventerà un presidio culturale di quartiere, il creatore dell’immaginario del sabato o della domenica pomeriggio. Il sogno del giorno festivo.

I cinema del secondo dopoguerra

La costruzione di nuove sale cinematografiche riprenderà dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Dopo la realizzazione dell’innovativo cinema Barberini da parte di Marcello Piacentini e Giuseppe Capponi nel 1930, secondo nuovi stili costruttivi, messi in atto attraverso l’uso del cemento armato, che permettevano la realizzazione di ampi spazi senza ricorrere a pilastri di sostegno, nel 1947 sarà la volta del cinema Vascello a Monteverde, trasformato in teatro nel 1989, del cinema Atlante, ora Jolly, nel 1949. Stesso anno, questo, della nascita del cine-teatro Sistina, imponente costruzione capace di contenere ben 2000 spettatori, che ben presto abbandonò le proiezioni per diventare il tempio della commedia musicale romana. Sempre Piacentini progetta, nel 1949-50, il Fiamma e il Fiammetta di via Bissolati.

La realizzazione di nuove sale andrà avanti fino agli anni Cinquanta (Capitol, Archimede, Airone, America, Paris, Impero), guarda caso proprio fino all’avvento della televisione (3 gennaio 1954) che, come successo, qualche anno addietro negli Stati Uniti, eroderà fette di pubblico, soprattutto la fascia over 40, al cinema.

Il cinema in crisi: la chiusura delle sale

Dal picco raggiunto nei primi anni Sessanta con la presenza in città di più di duecento sale, gradualmente si sono perse molte sale storiche che sono state trasformate in librerie, sale bingo, palestre, se non proprio centri commerciali. Con le sale sono andate smarrite anche molte opere d’arte che le arredavano come quadri d’autore, sculture, elementi architettonici. Sono almeno dieci anni che il fenomeno è andato via via intensificandosi, suscitando l’interesse di studiosi sia di cinema che di architettura. Segnalo a questo proposito due studi interessanti sul tema. Uno studio riguarda la mappatura delle sale chiuse denominata “Nuovi cinema (in) paradiso” promossa dall’Associazione Dire Fare Cambiare, l’altro studio, invece, che da questo prende le mosse, è stato promosso dall’Università La Sapienza e Macine, ispiratore, quest’ultimo, anche del progetto precedente, e prende la forma di un docufilm  inchiesta della durata di 25’ ideato da Silvano Curcio, Silvia Sbordoni e Christian Ciampoli e realizzato nel 2013 dagli studenti stessi dal titolo Fantasmi urbani, i quali indagano sul campo circa l’impatto delle chiusure delle sale sulla popolazione.

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF