Teatro e romanzo: storia di un intreccio

Può un romanzo farsi teatro? Controllando la presenza in cartellone, negli ultimi anni, di molte performance che affondano le loro radici in un testo di narrativa, pare proprio di sì. Una analisi e una riflessione sul legame tra le arti letteraria e teatrale traendo spunto dagli ultimi spettacoli in stagione.

ROMANZO E TEATRO, la rimessa in vita

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Salta agli occhi che nella contemporaneità la connessione romanzo/teatro conosca una serie di occorrenze infinitamente maggiore di quanto accadeva in altre epoche storiche. Se già Aristotele, nella Poetica, aveva sottolineato la parentela tra epica e teatro (e il romanzo, si sa, nasce, bachtinianamente parlando, dallo ‘scoronamento’ dell’epica, dal cambio di connotati dell’eroe) potremmo dire che nulla è cambiato: il teatro ridà voce ai contenuti che sono stati forzati ad appiattirsi sulla pagina, regala loro una fabula vissuta e agita liberandoli dal pallore teorico della scrittura. Già Le Troiane, secoli fa, fecero balzare sulla scena il dolore delle donne di Ilio che avremmo potuto leggere e intuire nei poemi di Omero.

Dalla pagina alla scena

LA FEROCIA, VicoQuartoMazzini
LA FEROCIA, VicoQuartoMazzini

Il romanzo inoltre è un contenitore polifonico, problematico, quasi illimitato. Il romanzo contemporaneo, poi, conosce mille forme, sa impossessarsi di un prisma di possibilità e di sfumature dialettico, critico, infinitamente stimolante per chi ne pensi una nuova vita in palcoscenico. Naturalmente, da un lato una forma/romanzo variegata e contemporanea (quale il romanzo di Nicola Lagioia LA FEROCIA che ha stimolato queste riflessioni), dall’altro il bisogno di un lavoro profondo di dramaturg per compiere il salto mortale della traslazione da pagina a scena. Solo romanzi con tratti teatrali possono andare in scena? E cosa potrebbe chiamarsi ‘tratto teatrale’, se comunque nel romanzo c’è sempre una fabula, una narrazione, una oralità da riconferire, semplicemente? In epoca contemporanea, non è possibile che il teatro si nutra sia del testo narrativo, da un lato, che da modalità di rappresentazione diverse, seriali, cinematografiche, suggerimento tecnico profondo della remise en scéne? Nel lavoro di VicoQuartoMazzini la postazione in cui il giornalista Danilo Sangirardi lavora al suo podcast, laterale alla scena, allude proprio a un palinsesto insieme teatrale e metateatrale: e anche la scatola di vetro che contiene l’acquario popolato dagli attori e dalla storia alludono più a una quarta parete cinematografica che, un esempio su tutti, al sipario di garza con cui Romeo Castellucci allontanava dagli spettatori, in tempo e spazio, la sua Orestea.

TEATRO E ROMANZO: la tentazione della tragedia

Più essenziale di eventuali tratti teatrali insieme sempre raggiungibili e mai ben identificabili, fondamentale per la trasposizione di un testo narrativo in scena è la struttura, le arcate contemporaneamente attive che sorreggono con forza fabula e intreccio. Se il testo narrativo da cui l’operazione parte non le dichiara apertamente, è chiaro che esistono modelli infinitamente operativi a cui rifarsi: primo fra tutti la tragedia classica. La dicotomia fra attori, impegnati nei vari episodi, e corifeo, voce che contrappunta, commenta, aiuta, si oppone – questa la struttura di un teatro che si sposa con efficacia irrinunciabile a molti sovratesti. E in modo più efficace quanto più è eversivo: se la struttura della tragedia classica traspare solo in allusione ne La Ferocia, questo la rende ancora più intensa, perché in realtà la vita del classico balza con forza proprio quando il soggetto drammatico torna, sì, ma mai uguale a sé stesso, e più alta è la profondità dell’adattamento più profonda è la frattura rispetto all’originale.

TEATRO E ROMANZO: La Ferocia di VicoQuartoMazzini

LA FEROCIA, VicoQuartoMazzini
LA FEROCIA, VicoQuartoMazzini

La continuità con la tragedia si attua più per choc violento che per fedele conservazione: e allora ben venga una storia di famiglia abitata da demoniaci delitti, la morte di una giovane figlia, il rientro di un figlio nel nucleo familiare – tutti tratti di connessione forte con la storia delle storie, l’Orestea di Eschilo, che sottostà necessaria e costante a questa sua contemporanea reincarnazione. E non solo: anche la tragedia classica si confrontava ampiamente con temi sociali, politici, etici – come La Ferocia fa anche oggi. Non apertamente: ma, come il lavoro di VicoQuartoMazzini, produceva allegorie polisemiche, interpretabili su vari livelli, disseminava spie testuali per guidare lo spettatore, interpretava, giudicava e pre/giudicava i temi attraverso le peripezie, i personaggi, le strutture drammatiche. In realtà, il lavoro di VicoQuartoMazzini sembra squadernare davanti a noi una contemporaneità precisa, sembra radicarsi nel reale, assumere una prospettiva di indagine sociale e morale reincarnata nell’oggi. E così è, certo, ma lo spettacolo è anche, consciamente o no, una macchina di traduzione e transcodificazione del presente. Se è vero che la realtà, in tragedia classica, si stempera nelle figure del mito (tornano a galla anche qui, implacabili) e in quelle stravolte del sogno, è verissimo che però mito e sogno assomigliano alla realtà. Toccata dalla tragedia, la realtà fermenta e si modifica. Il testo narrativo, infilato nella struttura tragica, si rimette in moto e si reinventa. Romanzo e teatro possono, come in questo caso, essere vita e ripresa di vita l’uno per l’altro. Sulle arcate del tragico, anche il presente, in teatro, è eterno.

TEATRO E ROMANZO: la ‘creatura’ di Motus

FRANKENSTEIN, Motus
FRANKENSTEIN, Motus

Ma non tutti i romanzi si ripropongono in scena in questa chiave. Frankenstein (A love story) dei Motus, ad esempio, sceglie completamente un’altra struttura. Parte dall’arcata del celeberrimo romanzo ibridandolo con la biografia dell’autrice stessa, dando luogo a un’architettura complessa, tesa verso altri temi e suggestioni, che attingono al lavoro di Donna Haraway, Ursula Le Guin e Lynn Margulis. La scena minimale apre spazio a una performance che è per sé stessa una Creatura, una cucitura di temi: la riflessione sull’umanità, sui suoi desideri, bisogni, limiti; sul razzismo, sulla maternità problematica, sull’esclusione, sulla diversità, sui cambiamenti climatici, sulle manipolazioni genetiche, su molto altro. Uno spettacolo enciclopedico che ovviamente si spande più in frammenti che in strutture salde, e che quasi, ad un certo punto, dimentica il romanzo, che serve da radice per gemmazioni multiple. Tanto per dire che non sempre la struttura prevale sul molteplice o la coerenza sul sogno.

Le alternative: prima e oltre il ROMANZO

BATRACOMIOMACHIA, Andrea Macaluso (Carlo Settembrini ph.)

E non sempre soltanto la prosa può essere trascinata in teatro. Può arrivarci la poesia, se la Batracomiomachia è diventata spettacolo col solo aiuto della voce dell’interprete (Andrea Macaluso) che si è fatta tutto, sia descrizione che monologo, sia quadro che personaggio, nella culla del verso che da solo ha creato campiture tanto efficienti da diventare esclusive. Può emozionare il racconto per immagini di un romanzo scritto già in forma di monologhi, quando lo stesso autore è già drammaturgo, come ne Le Case del Malcontento di Sacha Naspini adattato alla scena da Murmuris e Atto Due. Possono arrivarci testi in prosa che non sono stati resi romanzo, ma che hanno in sé la potenza devastante della testimonianza: le carte di Aldo Moro, nei giorni di prigionia, i documenti sparsi di una tragedia storicamente databile ma già protesa verso la potenza del mito (Con il vostro irridente silenzio di e con Fabrizio Gifuni). Il corpo a corpo con le carte di Moro, agito in scena da Fabrizio Gifuni con la potenza incendiaria di un evento teatrale indimenticabile (claustrofobico, penoso, divino) dimostrano tutto e il contrario di tutto. Dimostrano che la struttura può non esistere formalmente se le doti di un interprete meraviglioso la trascendono e la sospendono. Che la potenza delle carte ha in sé più struttura di quella che qualsiasi dramaturg può conferire, se la magia del teatro le scaraventa in scena. Che la tragedia, e il romanzo, possono fare scintille anche in frammenti: se la magia dell’interprete sa usarle come acciarino e pietra focaia. E che, sempre, la regola vincente è l’infallibile regola dell’irregolare.

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