LA FERITA DEL CORPO: intervista a GIULIA SERI

Attraverso le sue creature, così disarmate e attonite, l’artista Giulia Seri mostra un confine scandaloso tra pietas e orrore. La delicatezza di questi corpi filiformi, accentuata dal materiale con cui li crea – acquerello, argilla, pane – si fonde con l’osceno e l’oltraggio dell’esistenza, che lascia l’umano al gelo palpitante di un’anatomia incurabile, senza alcuna possibilità di sottrarsi alla prepotenza dei suoi stessi organi, al disagio di vivere in pasto a questi fiori carnivori, totalmente fuori dal nostro controllo. La ferita può solo restare aperta. Lo stile di Seri ricorda l’espressionismo nella sua cifra più tenera e commovente. La semplicità quasi infantile delle sue opere riesce a smuovere uno stato d’amore altissimo, un momento di grazia nello sfacelo, come fossimo in prossimità della consapevolezza di restare neonati, profondamente senza pelle, esposti. Chiara Guarducci ha incontrato l’artista per comprendere più a fondo la sua arte.

In questo articolo:

Giulia Seri: la creazione (in)utile

Arte e inconscio

La morte e il sacro 

Nota biografica

Giulia Seri: la creazione (in)utile

Chiara Guarducci: Rompere tabù, risvegliare, scuotere il dormiente, credo sia una delle più preziose potenzialità dell’arte. Tu sicuramente riesci a offrire il fuori misura del trauma di esser vivi ovvero esposti alla frattura tra onnipotenza e impotenza. Caduti nei bisogni, nell’ingovernabile, nel deteriorarsi. Cosa significa per te abitare il corpo?

Giulia Seri: La percezione della trascendenza è un abbaglio, un equivoco dettato dalla nostra capacità di astrazione. Una capacità utile che sotto questo punto di vista ci si è ritorta contro, dandoci la possibilità di pensare alla nostra finitezza. Certo, l’equivoco è potente ed effettivamente la sensazione della scissione tra mente e corpo si fa reale e palpabile, fino a sentire il proprio corpo come un involucro, o una gabbia, o qualcosa di estraneo che ci rappresenta nel mondo, percepito diversamente a seconda delle nostre emozioni. 

CG: Creare è anche un punto di sutura/riconciliazione con questa ferita? La tua arte ha una funzione apotropaica?

GS: L’arte ha una funzione apotropaica nella misura in cui è riflesso dell’individuo, è una affermazione di unicità, un grido del soggetto che si ribella al suo essere soltanto un “portatore di geni”, un membro tra i tanti della sua specie. In qualche modo l’arte si oppone alla biologia, non tanto per il fatto che l’opera sopravvive al suo creatore, ma perché l’atto stesso di creare qualcosa di inutile” è farsi un po’ beffa della vita.

CG: Le tue creature mi arrivano con lo stesso stupore e quindi sgomento dell’animale davanti all’ineluttabile. Questa resa alla nostra fragilità ontologica e organica, cosìfortemente ritratta, ha evidenti toni delicati e infantili. Quanto e come è coinvolta l’infanzia nella tua ricerca?

GS: Il contrasto tra la delicatezza e l’ingenuità del mezzo e il contenuto doloroso mira proprio a restituire quel disagio, quello sgomento di cui parli e che è quello che cerco di suscitare nello spettatore. Per trovare questa sintesi visiva, questa elementarità, sono tornata a un linguaggio semplice, infantile. Dipingendo in modo prevalentemente inconscio la mia parte bambina prende il sopravvento, forse perché l’infanzia è stata il periodo dove alcuni traumi si sono fissati, forse perché al livello emotivo più profondo mi sento ancora una bambina indifesa. Inoltre, pensare all’infanzia è inevitabilmente fare i conti con l’inesorabilità dello scorrere del tempo, e anche i ricordi più dolci si velano di tristezza. 

Arte e inconscio

CG: Dagli esiti sembra che il tuo processo creativo si spogli da ogni sovrano vincolo, viva cioè nel lasciar emergere pulsioni inconsce. Che relazione hai con la titolazione delle opere? Solitamente, quasi per rassicurazione di contenimento, il pubblico cerca subito il titolo. 

GS: Non progetto mai completamente un’opera, è un processo che cerco di lasciare il più spontaneo possibile. Ne segue però sempre un ragionamento, una riflessione, dalla quale può nascere un nome. I miei titoli, però, non sono quasi mai univoci o troppo definenti, intrappolare unopera in un significato unico la uccide, la svilisce: preferisco che ognuno, grazie a o nonostante la guida del titolo, vi trovi degli elementi che gli appartengono e costruisca la propria visione. 

CG: In “ritratto funerario” c’è un azzurro espanso intorno e sotto lo sguardo che contrasta con una dentatura perfetta e serrata in un’espressione raggelante. L’ambivalenza è una cifra importante del tuo esprimerti. Volevo sapere se ci sono dei sentimenti che ricorrono quando dipingi. Sentimenti che liberi dipingendo. 

GS: Dipingo anche – forse soprattutto – perché in quel momento non ho spazio per provare alcun sentimento, sono completamente assorbita e concentrata. Sicuramente la creazione è un momento catartico, in cui confluiscono sentimenti profondi che pur non provando nell’atto stesso posso cercare dopo, a cose fatte, come può fare uno spettatore. Quali essi siano, preferisco sentirlo da lui. 

CG: La magrezza di questi corpi esprime la nostra destinazione a ‘romperci’ o è anche uno stato di denutrizione esistenziale e una fame inappagabile? 

GS: La consapevolezza della morte, la difficoltà nel trovare un senso all’esistenza e lo scardinamento della speranza in una vita ultraterrena generano per forza di cose una ferita, un vuoto incolmabile nelle persone che le percepiscono. Per sopperire si tenta di riempirlo come meglio si può, ma come ben dici la fame è inappagabile, e ogni tentativo portato all’eccesso diventa nevrotico. 

La morte e il sacro

CG: Entrando nelle tue opere, dopo il primo impatto di afflizione scarnificata, e altrettanto teneramente disarmante, ho percepito un legame estremamente sacro con la morte e l’aldilà. Quasi come se le civiltà antiche portassero un omaggio che tu prosegui all’interno della tua ricerca e del tuo stile. In particolare con le “bambine-mummie” con l’opera “eviscerazione” 

GS: Il legame è sacro perché bisogna fare i conti con la morte per costruirsi un senso, seppur fittizio. Nelle civiltà antiche, in quella Egizia, ad esempio, questo legame, o almeno quanto a noi pervenuto, era quasi ossessivo, e questo mi fa provare una tenerezza estrema. L’immaginario, i miti, il simbolismo degli antichi sono archetipi estremamente potenti e hanno avuto sicuramente un forte impatto sul mio modo di fare arte. “Eviscerazione” e le “bambine-mummie” ne portano forti rimandi, sia nel simbolismo del materiale (il pane come nutrimento e vita, quindi organico e destinato a deteriorarsi), sia nelle pose e nelle fattezze di viventi non viventi, intrappolati nella vita col dolore del vivere, come mummie sospese tra il mondo reale e l’aldilà.

CG: Corpi vivissimi, sovrastati dall’enormità degli organi, fioriture abnormi, come i polmoni e il cuore di una delle tue tavole anatomiche. Avverto molta spiritualità in queste opere, sono completamente fuori strada?

GS: È una spiritualità scevra da concetti trascendenti come lanima o la fede, ma che si basa comunque su una ricerca interiore profonda. L’abnormità è l’immanente deterioramento di quegli organi, evidente e ineluttabile, ed è proprio questo a nutrire la dimensione spirituale, di un pensiero che non può emanciparsi né disfarsi dal pensiero della morte, ma che da qui parte per creare un senso proprio all’esistenza, forse illusorio, forse nevrotico, ma necessario. 

CG: Mi piacerebbe tu parlassi di “Ushabti”. Com’è nata quest’opera e cosa hai desiderato rappresentare.

GS: Le “Ushabti“ (trad: coloro che rispondono) sono statuine utilizzate dagli antichi egizi nel corredo funebre del defunto. Rappresentavano comunemente il defunto stesso, ed era solito seppellirne una per ogni giorno dell’anno in modo che potessero sostituirsi sempre al deceduto. Infatti, nella religione egizia, dopo la morte si veniva sottoposti alla pesatura del cuore (unico organo lasciato nella mummia), e una volta superata la prova (il cuore doveva pesare meno di una piuma, o sarebbe stato divorato) si poteva accedere ai campi Aaru. Qui, però, il dio Osiride poteva chiamare il defunto a lavorare la terra: ecco allora che le ushabti rispondevano, appunto, al dio, svolgendo le mansioni del deceduto. Da questa credenza nasce l’idea delle mie ushabti, 366 statuette in creta acquerellata turchese. È un’opera sulla depressione, con la quale immagino la persona che ne soffre chiamata a compiere delle azioni quotidiane, a rispondere non a un dio, stavolta, ma alla vita di tutti i giorni. Ecco allora che le ushabti, ossia immagini della persona stessa, rispondono, sorridono, lavorano, parlano e sembrano vivere normalmente. Per ogni giorno dell’anno chi sta male indossa una maschera e procede, la sua ushabti prende vita e compie delle azioni: ma è solo una statuetta, un oggetto che lo rappresenta malamente e che si anima grazie a una macabra magia. 

Nota biografica

Giulia Seri è nata a Roma nel 1988 e dal 2008 vive e lavora a Firenze. Dopo la laurea in biologia studia pittura alla Art Students League di New York e nel 2017 ottiene una borsa di studio alla scuola internazionale di arte grafica “il Bisonte” di Firenze. Ha partecipato a mostre collettive e personali in Italia e all’estero, partecipato a residenze d’artista e ottenuto diversi riconoscimenti a premi nazionali e internazionali; tra i più rilevanti l’invito alla Triennale Europea di Incisione Contemporanea e alla Biennale Internazionale di opere di carta, il premio della giuria al Koschatzky Art Award e al Combat Prize 2021, la selezione tra gli artisti in evidenza al Premio Cramum e tra i finalisti del Premio Nocivelli. Nel suo lavoro utilizza diverse tecniche: pittura, incisione, scultura, installazione.

Immagini:
Ritratto funerario“, 2021. Acquerello, pastello, caffè su tela, 40×50 cm (in copertina)
Eviscerazione“, 2021. Pane, cera, cotone, ceramica smaltata, 45x12x5 cm
Tavola anatomica“, 2021. Acquerello, pastello, caffè su tela, 70×100 cm
Ushabti (coloro che rispondono)“, 2021. 366 sculture di creta dipinta, legno, fil di ferro, 178×154 cm

 

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