Maximilian Nisi @CAMPANIA TEATRO FESTIVAL 2023: aspettando UN SOGNO A ISTANBUL

Nella sezione Italiana del Campania Teatro Festival, andrà in scena in prima assoluta l’8 e il 9 luglio al Teatro Nuovo, UN SOGNO A ISTANBUL, scritto da Alberto Bassetti e liberamente tratto dal libro “La cotogna di Istanbul” di Paolo Rumiz, per la regia di Alessio Pizzech.

MAXIMILIAN NISI torna a raccontarci un suo spettacolo

MAXIMILIAN NISI e MADDALENA CRIPPA
Maximilian Nisi e Maddalena Crippa

Abbiamo raggiunto uno degli attori, Maximilian Nisi, per parlare di questo spettacolo che siamo curiosi di vedere. Maximilian è già stato intervistato in passato da Gufetto, in procinto allora di interpretare un altro ruolo a Roma, e anche stavolta è stato disponibile a raccontarci qualcosa di ciò che vedremo e della sua stessa esperienza.

UN SOGNO A ISTANBUL: un titolo che è una promessa

Non è una storia nuova, l’ha scritta Paolo Rumiz nel suo romanzo “La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna” e pubblicata con Feltrinelli nel 2010. E non è de tutto nuova neanche per il teatro, in realtà: lo stesso Rumiz, infatti ha messo in scena la sua ballata anni fa, in una sorta di reading musicale. Ora invece parliamo di una vera e propria sceneggiatura di Alberto Bassetti, che ci fa molto ben sperare, e quindi un lavoro ben più impegnativo di un reading da cui il pubblico si aspetterà di essere coinvolto.

In scena Maximilian Nisi nei panni di Maximilian von Altenberg, ingegnere austriaco, mandato a Sarajevo nell’inverno del ’97 e Maddalena Crippa a interpretare la misteriosa Maša Dizdarevi, bosniaca musulmana, splendida e inaccessibile, insieme a Mario Incudine che oltre a curare le musiche dello spettacolo interpreta il primo grande amore di Maša, Vuk, e Adriano Giraldi a cui spetta il ruolo di suo marito Duško.

UN SOGNO A ISTANBUL secondo MAXIMILIAN NISI

MAXIMILIAN NISI - Pizzech
Alessio Pizzech, regista di UN SOGNO A ISTANBUL

Come è nato il progetto? Chi dovremo ringraziare o maledire alla fine?

Io in realtà sono l’ultimo arrivato, sono stato chiamato in corsa, si può dire che non avevano più l’interprete per Max e hanno chiamato me, che avevo già lavorato con Alessio e anche con Maddalena al Piccolo di Milano. L’idea risale ad alcuni anni fa addirittura, a prima della pandemia anche. Mi hanno raccontato che si è trattato di una concomitanza di interessi: è stato Alessio Pizzech (triestino come Rumiz) a pensare per primo di portare in scena il libro di Paolo Rumiz, molto significativo nelle tematiche trattate, soprattutto in un momento politico e sociale come quello che stiamo vivendo; a lui si è aggiunta Maddalena Crippa che ha letto il testo ed ha abbracciato subito il progetto. A quel punto Teatro Stabile de La Contrada di Trieste e Arca Azzurra li hanno felicemente assecondati, ed è arrivato anche Incudine con la sua disponibilità a scrivere le musiche.

Stai mettendo le mani avanti per dire che non è colpa tua?

No no, sono felice di dire che mi sento parte del progetto fino in fondo e me ne prendo la responsabilità! Quando ho letto il testo ho pensato che fosse un progetto non semplice. È una ambientazione di cui di solito in Italia non sappiamo nulla, abbiamo dovuto stampare cartine e cercare di calarci in una realtà che incredibilmente è vicinissima geograficamente ma lontanissima in termini di conoscenza. Ma ho pensato subito anche che fosse un’opera molto poetica: c’è la storia d’amore molto intensa e c’è un discorso politico difficile da sdoganare. Tuttavia, noi facciamo teatro, non documentario, quindi ci possiamo permettere di trovare una chiave di lettura.

La sinossi dello spettacolo non ci dice molto, è praticamente quella del romanzo di Paolo Rumiz. Sarà quindi una trasposizione teatrale fedele?

La trasposizione è fedele. Alberto Bassetti, che ha curato la drammaturgia della versione teatrale, ha dovuto sicuramente operare delle scelte. Il libro di Rumiz è molto articolato, corposo, pregno, andrebbe letto in tranquillità. La difficoltà, immagino, sia stata quella di dover privilegiare alcune parti a scapito di altre, tralasciate per condurre lo spettatore in un viaggio, con tempi teatrali, senza però tradire l’intento di Rumiz.
La messa in scena di Rumiz era una lettura, noi invece dobbiamo agire, il che rende tutto diverso. Però credo che resti qualcosa di poetico (in senso teatrale, non è certo in versi), evocativo, con diversi livelli di racconto.

Le evocazioni di UN SOGNO A ISTANBUL

Si tratta di un libro basato si sull’amore tra Max e Maša, ma in cui anche i luoghi in qualche modo partecipano all’incanto. Ci sarà spazio per il fascino dei luoghi nello spettacolo?

Certamente. I luoghi sono protagonisti, come potrebbe essere diversamente?
Ad esempio, Istanbul, con i suoi profumi, i suoi colori, le sue atmosfere, è celebrata. Mario Incudine, strepitoso musicista, ha creato delle suggestioni musicali meravigliose.
Non possiamo rappresentarli fisicamente, quindi li evochiamo. Siamo noi che cerchiamo, se ci riusciamo, di far fare l’esperienza al pubblico attraverso parole musica e azioni.
Si parla allora di sapori, profumi, odori, sensazioni.
In fondo, è quello che mi è successo arrivando ieri a Napoli: ti potrei parlare di Napoli e fartela percepire attraverso la descrizione di quei 5-10 minuti passati in giro subito dopo il mio arrivo. Non so se sono particolarmente sensibile per lo spettacolo che sto facendo, però mi sono sentito molto avvolto, potrei dire che mi sono sentito un po’ Altenberg quando arriva a Sarajevo per lavoro e ha delle reminiscenze un po’ proustiane sentendo, per esempio, l’odore della marmellata di mele cotogne, senza capire perché.
Si tratta della tradizione che sta dentro tutti noi, quella necessità quasi spirituale, il desiderio di stare bene. Quella possibilità, che si sente nella storia di Rumiz nonostante il dramma, di una antica felicità, di ritrovare la nostra casa in luoghi che non riconosciamo come nostri ma che in realtà appartengono alla nostra origine.
È quello che, secondo me, avviene a Napoli, città portuale, multiculturale, dove qualcuno accende incenso in una libreria che offre fritti napoletani e già questa fusione di odori ti fa sentire pago, felice, accolto. E accogliere vuol dire non discriminare.

Il messaggio di UN SOGNO A ISTANBUL: perché vederlo

MAXIMILIAN NISI
Maximilian Nisi

Una storia che non è soltanto amore tragico e paesaggi. Una storia che parla anche di molto altro. Quale è il messaggio che volete trasmettere in particolare? A chi? E perché?

La scelta di questo testo è stata fatta perché parla di amore, si, ma tra il figlio di un nazista e una bosniaca figlia di partigiano, dove lui stesso finirà per diventare un migrante dell’anima, come migranti sono stati i bosniaci durante la guerra dei Balcani. Quindi è un testo che parla di inclusione. C’è qualcosa di più grande che attraversa tempo e spazio e unisce i personaggi della storia indipendentemente dalle loro differenze.
Sono storie che riguardano il passato ma problematiche che riguardano ancora l’oggi. Nel messaggio di Rumiz è chiaro che non c’è una razza ariana migliore di altre, non ha senso proprio distinguere razze o cercarne di pure, perché la forza, la ricchezza è nel meticciato, nella mescolanza. La pacifica coesione dovrebbe essere il fine e bisogna opporsi a chi ci vuole disuniti, più deboli e manipolabili.
Quindi l’importante non è tanto che lo spettacolo piaccia a tutti alla prima o alla seconda. L’importante è il viaggio. L’importante è il percorso che stiamo facendo per costruire questo progetto e speriamo di riuscire a trasmetterne almeno un po’ al pubblico.

Sul sito del Festival non è specificato, ma è la prima volta che lo mettete in scena, giusto?

Si, in un teatro in cui proveremo oggi per la prima volta. Abbiamo ancora stamattina tolto parti del testo, siamo in una fase iniziale, di nascita di questo spettacolo. Ma ci crediamo tutti molto e speriamo che abbia l’opportunità di vivere per molte repliche in altri teatri e dunque crescere nel tempo, perché possa prendere a mano a mano la sua forma matura.
È significativo dirlo anche perché è una medaglia al vostro Campania Teatro Festival che è importante per le sue particolari proposte, fatte di spettacoli nuovi, con tematiche che altri festival scarterebbero.
Anche le letture nel progetto di Ruggero Cappuccio sul tema dei Borbone sono interessanti, considerando che i Borbone sono importanti quanto gli Estensi, i Gonzaga, di cui si parla moltissimo, mentre invece dei Borbone si sente parlare poco. La guida che hanno regalato ieri sera, per esempio, l’ho ben guardata stamattina e devo dire che è proprio bella. Questo la dice lunga su quanto il teatro possa essere importante anche per la promozione di una città e del turismo.

Quanto MAXIMILIAN NISI c’è in UN SOGNO A ISTANBUL

MAXIMILIAN NISI - Crippa
Maddalena Crippa

Come è andato l’arrivo ieri sera? Sei già andato in scena a Napoli prima?

L’arrivo benissimo. Nonostante la stanchezza siamo andati ad assistere alla lettura di Maddalena Crippa in Villa Floridiana per Campania Teatro Festival, Essere Nessuna di Nadia Terranova, poi abbiamo mangiato qualcosa e ho potuto girare un po’ per la città. È stato molto piacevole, Napoli è una città sensoriale, come dicevo. Io alloggio in centro storico e davvero sembra di stare a Istanbul in certi momenti, per la moltitudine di stimoli.
Oggi andremo al Teatro Nuovo, ma finora abbiamo provato a Trieste, adesso dobbiamo vedere cosa manca, cosa ci occorre, cosa dobbiamo cambiare. E poi domenica di nuovo si riparte, e si ricomincerà: altro teatro, tutto da capo. Al Teatro Nuovo però ci sono già stato, dieci anni fa, con Il Custode di Harold Pinter, per la regia di Pierpaolo Sepe, quando la gestione era ancora quella di Angelo Montella. Sono felice di tornarci.

Hai studiato con Strehler e Ronconi e hai interpretato moltissimi ruoli in una carriera ormai si può dire piuttosto lunga, come sarà, quindi, il tuo omonimo personaggio, Maximilian von Altenberg, ovvero Max, e qual è la ricetta, se così si può dire?

Parto da presupposto che il personaggio è più interessante di me. Strehler diceva che bisogna levarsi verso il personaggio, arrivare almeno a metà strada, perché loro sono più interessanti di noi e ci sorprendono sempre. Altenberg ha delle analogie con me: è romantico, alla ricerca di qualcosa, e io sono alla ricerca perenne di tutto. È una persona che ha bisogno di amare, incontra Maša, molto strana, molto particolare, e si innamora ma non solo di una donna, si innamora di quello che lei rappresenta e racconta. E anche a me capita di arrivare in un posto e pensare che ci sto bene, che mi sento a casa. Questo accade se hai i sensi aperti, e io ci provo, vorrei essere ancora più empatico, aperto ed entrare in relazione con ciò che ho intorno.

Insomma, ieri sera ci mancava che ti presentassero qualcuna per innamorarti follemente.

Questo non mi è successo, però ho incrociato occhi molto significativi, in cui ho sentito grande gentilezza, una ragazza che mi ha dato indicazioni, poi un altro ragazzo che mi dava del lei, forse per i capelli bianchi che ho in questo momento, e mi ha colpito l’educazione e anche la voglia di stare con te, anche solo per quel momento in cui ti devono dare una indicazione, la disponibilità a condividere, con fiducia, senza diffidenza, cosa che al nord non è comune affatto. Poi il tassista mi ha detto che anche qui tutto questo si sta perdendo, e io gli ho detto solo che se lo perdete voi, allora è finita.

MAXIMILIAN NISI
Maximilian Nisi prima di diventare Altenberg

Quindi Max sarà solo romantico?

No, certo che no. Altenberg è figlio di un militare. Ingegnere austriaco, di rigida educazione. Ma, mi sono detto, non per questo motivo deve essere rigido come suo padre. Il figlio di un falegname può voler fare l’ingegnere e così l’ingegnere, in questo caso, può avere in realtà un cuore caldo. Poi ovviamente nel romanzo si possono descrivere ragionamenti e riflessioni che nell’agire sul palco non è possibile ricreare. A volte il teatro crea delle dinamiche temporali senza logica, per cui può sembrare che il suo sia un colpo di fulmine e non è proprio così, ma comunque subisce il fascino di Maša al primo incontro a livello conscio e inconscio, e ci cade completamente, in un modo che gli stravolge l’esistenza. Cade in un vero e proprio baratro, in questo amore che è estremamente drammatico.
La storia è effettivamente un dramma, c’è sofferenza, c’è attesa vana, ma c’è anche speranza secondo me, speranza dell’ascolto, della condivisione, dell’empatia, c’è la vita nonostante tutto, c’è l’incontro che può essere eterno.
Quello che è importante è che i personaggi sono attraversati da un destino comune, che si ripete, e che è più grande di tutte le loro differenze, e questo è ciò che vorrei arrivasse, anche a scapito della credibilità.

Spogli allora Max di dettagli complessi tipici della vita reale per descrivere qualcosa di più alto?

Non voglio ridurre il personaggio alla pochezza quotidiana, ma trasformarlo in un archetipo. La Maša di Maddalena Crippa è la donna, misteriosa-enigmatica, forte, di una bellezza antica, mentre Max è la figura di un uomo alla ricerca, un po’ faustiana, di una donna, sono figure ancestrali e il loro amore ha un forte significato simbolico: qualche anno prima, in pieno conflitto, sarebbe stato impossibile si potesse realizzare, per questioni politiche.
Sono figure che devono portare altro e comunicare altro che il solo personaggio: ascolto, empatia, sensibilità e desiderio di ritrovare in se stessi l’origine, la tradizione, la cultura… Devono raccontare che noi occidentali siamo figli dell’oriente e non esiste alcuna purezza della razza.
Si tratta quindi di fare delle scelte di estremizzazione di certi concetti, nel momento in cui per esigenze teatrali non si può descrivere tutto. L’idea è di raccontare questa vicenda umana con semplicità, dal momento che, trovo, abbia in sé già tutto.

Quanto MAXIMILIAN NISI è rimasto in UN SOGNO A ISTANBUL

Come è stato lavorare con Pizzech? E con Maddalena Crippa? In una scala da “mai più” a “pubblicità della Costa Crociere”, che voto dai a entrambe le esperienze?

Quello che a me più interessa e intriga in un progetto sono il percorso che si compie, il viaggio e l’esperienza che infine ne vien fuori. Da molto tempo evito di affezionarmi o semplicemente dare disponibilità ed attenzione a progetti che vengono poi gestiti e realizzati con distrazione. Ho troppo rispetto per il mio lavoro, per il mio tempo, per ‘buttarlo via’. Il teatro ha bisogno, da sempre, di tempo, di cura, di dedizione e di infinito amore.
Ho trovato stavolta un gruppo molto stimolante, coeso che ha saputo, ha voluto, concedersi del tempo per lavorare in un modo antico, raro e bello. Grande motivazione, infinita disponibilità, meraviglioso ascolto. Empatia. Sono molto soddisfatto di quello che è accaduto durante le prove tra noi: attori, regista, tecnici, produzione, organizzazione… Ho abbandonato spesso compagnie in cui non mi sono sentito ascoltato, capito o dove non avevo possibilità di entrare in relazione.
D’altra parte, diceva Strehler, dobbiamo essere tutti al servizio del testo e con il testo tutti al servizio del teatro. Siamo una squadra, quattro attori, quattro corde dello stesso strumento necessarie alla composizione, e tutta la compagnia lavora per lo stesso obiettivo con lo stesso interesse e la stessa importanza.
Anche nel lavoro, insomma, si porta avanti il messaggio di Rumiz: la forza è nell’integrazione, a tutti i livelli. E il teatro ha anche questa funzione, quella di farci capire come potremmo essere migliori, come persone.
Il mio voto al viaggio quindi è 10, per quanto riguarda il risultato invece non ti so dire, vedremo. Aspettiamo di capire se anche il pubblico ha voglia di salire sul nostro carrozzone

UN SOGNO AD ISTANBUL al CTF23: compagnia invitante, magari anche accogliente

Insomma, a quanto ci sentiamo descrivere, non piangeranno in una vasca da bagno per giorni quando smetteranno di portare in scena questo spettacolo, ma pare proprio che nella compagnia ci sia del feeling e che credano tutti molto nel progetto: questo è sempre un buon segno. Le parole di Maximilian Nisi hanno un potere contagioso, oserei dire, di sicuro l’entusiasmo con cui parla dei suoi compagni di “viaggio” e dell’opera a cui lavorano “evoca” una sorta di odore invitante, e ci fa sperare che in ogni caso possano lavorare ancora a lungo su questa loro creatura. Per il momento, dalla parte del pubblico è tutto e non ci resta che andare a vederlo con curiosità e “sensi aperti”.

TEATRO NUOVO
8 LUGLIO 2023 ORE 19.00
9 LUGLIO 2023 ORE 21.00
DURATA 120 MINUTI
PRIMA ASSOLUTA

UN SOGNO A ISTANBUL – info e cast

CON MADDALENA CRIPPA E MAXIMILIAN NISI
E CON MARIO INCUDINE E ADRIANO GIRALDI
DI ALBERTO BASSETTI
LIBERAMENTE TRATTO DAL LIBRO LA COTOGNA DI ISTANBUL DI PAOLO RUMIZ EDITO DA FELTRINELLI
REGIA ALESSIO PIZZECH
SCENE E COSTUMI ANDREA STANISCI
MUSICHE MARIO INCUDINE
LUCI EVA BRUNO
ASSISTENTE ALLA REGIA TOMMASO GARRÈ

FOTO AZZURRA PRIMAVERA

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF