DANILO CAIANO, con SinNombre Teatro portiamo in scena le voci dei personaggi che non vincono

Dopo il debutto lo scorso febbraio al Centro Culturale Artemia a Roma di Madre Monnezza, monologo scritto e diretto da Danilo Caiano e interpretato da Gisella Cesari della compagnia SinNombre Teatro, abbiamo intervistato l’autore e regista Danilo Caiano.

Danilo, parlaci della tua compagnia SinNombre Teatro.

SinNombre Teatro siamo io e Gisella. Abbiamo frequentato insieme l’Accademia Internazionale di Teatro, dal 2013 al 2016. Al primo anno eravamo in classi separate: al primo anno in quest’accademia ci sono cinquanta allievi, che vengono smistati in due classi. Per il primo periodo non avevamo infatti grandi contatti, se non negli spazi comuni e agli esami. Ricordo che al primo esame portò il monologo di Medea e rimasi fulminato dalla sua bravura. Già da lì ero desideroso di conoscerla e collaborare con lei, anche se all’inizio pensavo di starle antipatico, anche perché lei ha un modo di fare molto particolare. Dopo le prime selezioni le classi sono state unite e abbiamo avuto modo di iniziare a collaborare e da subito è nata una grande affinità a livello artistico. Avevamo e abbiamo un modo molto simile di vedere il teatro e soprattutto ci ha sempre unito una grandissima passione. Lei è sempre stata molto dotata come attrice e poi è estremamente professionale e puntuale ed è una grande stacanovista: non si risparmia alle prove e vuole che tutto sia perfetto. Gisella è proprio quel tipo di attrice che, nonostante sia fortunata ad avere un talento pazzesco, è una che studia e sgobba più degli altri e questo mi ha sempre affascinato di lei.

Che poi, per ottenere successo, è sempre necessario affiancare al talento un duro lavoro

Assolutamente. Ho collaborato con persone che avevano talento estremo ma zero controllo e, come dico sempre, sono come delle Ferrari senza freno, che quando si schiantano si schiantano malissimo…

Madre Monnezza presenta una scrittura molto diversa rispetto a Frammenti Queer. Come definiresti questa Madre Monnezza?

Danilo Cariano

Madre Monnezza  è un testo classico, uno spettacolo di parola, ma per noi è un’innovazione, perché solitamente lavoriamo molto con il corpo, con frasi di movimento. Per il mio  settimo spettacolo volevo fare qualcosa di diverso e una cosa che non avevo mai fatto era scrivere qualcosa di lineare. Ho sempre utilizzato vari personaggi, varie storie che si intrecciano, la stessa storia frammentata anche a livello di continuum spazio-temporale, mentre con Madre Monnezza ho deciso di percorrere una strada dritta. La grande attenzione è stata rivolta al testo e all’interpretazione, senza scordarci del corpo, perché siamo comunque  una compagnia che dà grande valenza al corpo. E’ uno spettacolo di parola, un po’ alla Eduardo, visto anche l’uso del dialetto napoletano, però ci sono anche molte azioni, microazioni o comunque microreazioni che Gisella fa che ci ricordano che l’attore non è solo voce.

Da dove nasce l’idea alla base di Madre Monnezza? A cosa ti sei ispirato per la storia e a livello di scrittura?

A livello di scrittura e di storia sono andato a pescare dalle mie origini napoletane. Mi hanno sempre affascinato questi personaggi molto veraci. Madre Monnezza  lo definirei uno strano incrocio di saggezza popolare inconsapevole e anche un po’ di ignoranza, che però ha dentro una forza incredibile. Ci sono alcuni detti napoletani, che sono appunto popolari, ma hanno dietro una grandissima filosofia e questo mi ha sempre molto colpito. Ci sono delle persone a Napoli che hanno una saggezza che neanche loro sanno di avere. Volevo quindi raccontare un personaggio anche molto tipico.

Da qui la scelta di usare il dialetto?

Si’. Sicuramente l’uso del dialetto c’è per vari motivi. Il primo è quello di una certa sonorità, che trovo molto interessante e che rimanda alle mie radici, essendo napoletano. Inoltre, come dicevo, c’è una vera saggezza di alcuni personaggi, anche della mia infanzia, che volevo riportare nella loro natura più autentica e popolare.

In Madre Monnezza hai descritto la marginalità di un’accumulatrice seriale che è anche una donna anziana e sola. Anche in Frammenti Queer avevamo assistito a dei personaggi in qualche modo ai margini, pur se per altri motivi. Come avviene la scelta dei personaggi da raccontare? Per quale motivo scegli di raccontare storie di personaggi marginali, che potremmo quasi definire “vinti”?

Gisella Cesari

Sono molto affascinato dai personaggi che non vincono, dai personaggi fragili, che spesso, nella loro fragilità, hanno una forza incredibile. Soprattutto mi piace dare voce a quei personaggi che altrimenti rimarrebbero inascoltati e marginalizzati, anche perché credo che in loro ci sia sempre qualcosa di interessante da raccontare drammaturgicamente. Di solito  sono personaggi che presentano un certo contrasto e che, volenti o nolenti, spesso vanno contro la società. Il loro contrasto spesso è esteriore oltre che interiore e questo in teatro è molto interessante da raccontare.

Com’è stato rappresentare il vissuto e il mondo interiore di una persona della terza età?

Cerco sempre di mettermi nei panni del personaggi che scelgo di raccontare, quindi di studiare. Un personaggio così avanti negli anni era un po’ lontano dalla mia esperienza, essendo io trentenne. Ovviamente mi sono rifatto alla conoscenza diretta di personaggi di quell’età che mi hanno ispirato. Però, in generale, trovo molto stimolante mettersi nei panni dei personaggi, soprattutto di quelli più distanti da me, perché questo mi permette di assumere piunti di vista che non avrei mai considerato prima.

Ci vuoi parlare del tuo processo di scrittura?

Il primissimo momento della scrittura è quello di riordinare le idee. Di solito i miei testi partono sempre da un’immagine, di solito è l’immagine finale e devo capire come arrivarci. Inizio quindi con un moodboard che deve essere verticale: preparo una lavagnetta o utilizzo del nastro carta e inizio a scrivere parole, comincio a disegnare piccole cose e tengo questo moodboard per un po’, ogni tanto lo riguardo, da lì comincio a pensare qualche frase e le appunto fino ad arrivare a concepire la vera e propria trama. Da qui a quando inizio a scrivere può passare da qualche settimana a qualche mese. Il primissimo momento è proprio quello più divertente, che definirei un brainstorming folle ed è sempre molto lontano dall’idea originaria. Quella fase di ricerca incontra poi il momento in cui propongo la bozza del testo agli attori e cominciamo a fare improvvisazione col corpo e questo processo mi restituisce una visione che non avevo contemplato e i personaggi e la storia cambiano ancora. Darmi la possibilità di andare su strade che non avevo battuto prima è la parte più interessante di questo lavoro secondo me.

Quali sono i tuoi modelli drammaturgici?

Sono molto attratto dagli autori dell’assurdo, in particolare Ionesco. Adoro anche Pinter. In assoluto, però, la mia autrice preferita è Sara Kane, credo che abbia un’onestà nel suo linguaggio fortemente spiazzante e soprattutto un certo coraggio, nell’innovare anche. Mi piace molto che nelle sue didascalie crei spesso delle situazioni surreali, il cui svolgimento è anche difficile da attuare e credo che questa difficoltà ponga spesso un regista davanti a delle scelte da fare e che, quando un autore pone il regista davanti a delle difficoltà, per uscire da queste si è spinti a creare qualcosa di interessante.

Gisella Cesari in Madre Monnezza, scritto e diretto da Danilo Caiano, andato in scena @Centro Culturale Artemia di Roma dal 24 al 26 febbraio 2023

Raccontaci di come hai iniziato a scrivere.

Ho cominciato veramente molto piccolo, alle elementari. Ho iniziato a scrivere racconti, come li poteva scrivere un bambino. Forse il primissimo racconto che ho iniziato a scrivere era una storia di fantasmi; non sapevo usare il computer quindi io la dettevo a mio padre che lo scriveva. Ho unito poi le mie due grandi passioni che erano scrittura e teatro. Mia madre racconta sempre della prima volta in cui sono entrato a teatro: stavo col naso all’insù e mi sono detto “io voglio fare questo”. A undici anni ho cominciato il mio primo corso di teatro, che da allora ha fatto sempre parte della mia vita. Non ho mai effettivamente avuto un vero e proprio piano b e forse questa è l’elemento che mi ha portato fino a qui oggi.

Quali sono i progetti per il futuro?

Intanto portare in giro Madre Monnezza. Poi ritorneremo sui temi sociali a noi cari, probabilmente con un altro spettacolo sull’hiv: avevamo già portato in scena uno spettacolo dal titolo “Un gioco virale”, che era uno spettacolo per ragazzi; adesso vorremmo raccontare una storia legata all’abbandono, in cui rientra anche la tematica dell’hiv, però raccontata questa volta in maniera diversa.

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