BENT @Teatro Moderno: la voce ai protagonisti nel decimo anniversario dello spettacolo

A dieci anni dal debutto presso la chiesa sconsacrata di Sant’Alessandro a Giogoli (Scandicci, FI) e dopo aver recensito lo spettacolo visto al Teatro di Rifredi nel 2018, celebriamo l’anniversario della prima con un’intervista ai protagonisti storici di BENT. Su testo di Martin Sherman, lo spettacolo ha debuttato nel 1979 a Londra, ed è stato riproposto recentemente presso il Teatro Moderno di Agliana (PT) dove lo abbiamo visto con l’adattamento registico di Lorenzo Tarocchi. A tal proposito Henrj Bartolini e Gabriele Giaffreda, che interpretano rispettivamente i prigionieri Horst e Max, hanno gentilmente accettato di rispondere telefonicamente ad alcune domande per mantenere vivo il ricordo della tragedia del cosiddetto “omocausto”, ovvero la deportazione e lo sterminio degli omosessuali perpetrato dal nazifascismo.               

Leonardo Favilli (LF): Grazie innanzitutto per aver accettato il mio invito e per esservi resi disponibili nonostante i vostri impegni. BENT ha appena raggiunto il traguardo del decimo anno dalla prima rappresentazione presso la chiesa di Sant’Alessandro a Giogoli in forma itinerante (Gufetto lo ha già seguito a Rifredi nel 2018). Ci raccontate brevemente la genesi di questo progetto e le emozioni di quella prima volta?

Henrj Bartolini e Gabriele Giaffreda in scena per BENT

Henrj Bartolini (HB): Grazie a te innanzitutto. Per iniziare ci tengo a fare una piccola precisazione: alla prima rappresentazione presso Sant’Alessandro l’allestimento era ancora classico, diciamo. Diventerà itinerante più avanti in occasione delle repliche sulle mura di Lucca, ovvero per uno spazio extra-teatrale. Inoltre il cast era molto numeroso alle prime rappresentazioni con molte comparse (25 ballerini) che aiutavano a ricreare l’atmosfera vivace e dinamica della Berlino prenazista. Poi col tempo sono state fatte delle riduzioni fino all’attuale allestimento con pochi attori in scena.

Venendo alla genesi del progetto, Lorenzo (il regista, n.d.r.) stava lavorando prevalentemente su testi di teatro dell’assurdo e si è imbattuto per caso in BENT mentre si trovava in biblioteca. Una volta letto ha capito che rappresentava proprio quello che lui stava cercando, il testo su cui avrebbe voluto lavorare e così è nato il progetto. E’ stato un caso fortuito e fortunato, insomma.

Della prima mi ricordo una grandissima emozione perché se anche conoscevo già Bent, è un testo che ti scava molto profondamente e questa stessa emozione dura da 10 anni. Il gruppo di lavoro è bellissimo ed ormai non siamo solo colleghi ma amici.

Gabriele Giaffreda (GG): Per quanto mi riguarda, dopo che il regista mi aveva inizialmente cercato per il ruolo di Max, io avevo dovuto rinunciare per altri impegni. Il mio “predecessore” però aveva rinunciato dopo una settimana di prove pertanto Lorenzo è tornato alla carica convincendomi a fare almeno il ruolo di Horst, credendo così di alleggerirmi dato che mancavano solamente 15 giorni alla prima. In realtà però Henrj già aveva questa parte e me ne sono reso conto solamente alla prove dove non ho potuto tirarmi indietro e, vittima del tranello, ho avuto infine la parte di Max, iI protagonista.

Dieci anni fa è stata la prima volta che lavoravo con Henrj e ci siamo subito scoperti complici con grande sintonia, sia con lui sia con gli altri del gruppo, nonostante il cast sia composto di attori con percorsi di formazione molto diversi. Probabilmente anche questo è il segreto della longevità di Bent.

Scenografia di BENT (foto di Henrj Bartolini dalla sua pagina Facebook)

LF: Il testo è di Martin Sherman e la sua prima assoluta è stata a Londra nel 1979 seguita anche da un ben più tardivo adattamento cinematografico nel 1997. Che tipo di lavoro è stato fatto sul testo originario per la vostra messa in scena? Ci sono state evoluzioni nel frattempo?

GG: Al netto di qualche fisiologico taglio, il testo è rimasto fedele all’originale.

HB: Vero. Non è stato aggiunto nulla. Il testo è davvero pedissequo all’originale di Sherman con pochissimi adattamenti logistici di regia. Per il resto, a parte la riduzione del cast di cui parlavamo, lo spettacolo si è conservato com’era.

LF: Dieci anni fa avreste scommesso sul successivo seguito che questo spettacolo avrebbe avuto, soprattutto con i ragazzi cui avete dedicato svariate matinée nel corso del tempo?

HB: Nessuno di noi avrebbe davvero scommesso su questo successo. Soprattutto quando portiamo questo spettacolo in teatri anche importanti, ci fa davvero battere il cuore. I ragazzi ci hanno dato e ci danno sempre grandi soddisfazioni. Tra l’altro con la prof.ssa Michela Frulli dell’Università di Firenze abbiamo portato avanti un progetto proprio dedicato al pubblico giovane che spesso ci ha sorpreso per i risultati raggiunti. A volte dopo aver assistito allo spettacolo in matinée, i ragazzi sono tornati alla replica serale portando con sé amici e parenti. Sono sempre un punto di riferimento per noi.

LF: Il testo tocca corde sensibili e profonde in una combinazione di note che rappresentano il caleidoscopio delle emozioni umane. In qualche modo è come se gli eventi fungessero da prisma per i protagonisti che diventano amore, paura, morte, viltà, desiderio, opportunismo, malignità, generosità come in una scompaginazione dell’animo umano. Condividete questo mio punto di vista? Che cosa è stato più difficile per voi nell’immedesimazione che ci ha tanto emozionati?

GG: Sono perfettamente d’accordo con te. E ciò lo rende un testo profondamente novecentesco. Per il mio personaggio, è stato molto complesso immedesimarmi in una figura così sfaccettata, con un percorso personale interiore molto contrastato. Direi addirittura tridimensionale, drammaticamente bello, una sorta di anti-eroe. Il cammino interpretativo è complesso con varie difficolta logistiche tra cui poche prove, ma è bello crescere con Max e con lo spettacolo. L’ansia è sempre a mille ma se incanalata nei punti giusti mi auguro che renda l’interpretazione coinvolgente ed intensa.

HB: Anche per me è bello crescere con i personaggi. Per quanto mi riguarda il personaggio è più nelle mie corde ma è comunque distante razionalmente dal mio comportamento. E’ complesso ma affascinante indossare sul palco il ruolo di un personaggio così ironico nel portare avanti un’amicizia ed un rapporto pur nella disperazione del campo di sterminio.

LF: Gufetto vi ha già seguiti separatamente in altri vostri lavori (tra gli altri Conversations after sex con Gabriele Giaffreda e Reverse con Henrj Bartolini). Quali altri progetti vi vedranno protagonisti nel prossimo futuro? Ci sono altre repliche di Bent in programma per quest’anno al momento?

HB: a parte alcune repliche di Bent che potrebbero esserci in estate oppure ad ottobre, io avrò le riprese di Norma, uno spettacolo dedicato a Norma Parenti, una partigiana medaglia d’oro originaria di Massa Marittima, nel grossetano. E’ uno spettacolo prodotto da ANIMA SCENICA TEATRO per la regia di Irene Paoletti. Lo faccio già da 2 anni ma sarà replicato da febbraio in tutti i comuni della provincia di Grosseto in occasione degli 80 anni dalla morte della donna. Poi avrò uno spettacolo nuovo di cui non posso ancora parlare su testo nuovo di Stefano Paolo Giussani ed un film per Netflix le cui riprese inizieranno a giugno/luglio. Infine sarò coinvolto in una serie per Sky in 6 puntate a partire da settembre.

GG: Dopo le repliche di Conversations after sex al Teatro Goldoni di Firenze, a marzo andrò in scena al Teatro di Rifredi con Across the Beatles di Eugenio Nocciolini. Lo spettacolo è ispirato dal podcast di Caso Zero Media sulla storia dei 4 di Liverpool. Poi il 12/13 aprile sarò in scena con Un autunno d’agosto, tratto dal romanzo di Agnese Pini, la direttrice di QN, presso il Murate Art District di Firenze per la regia di Luisa Cattaneo. Il testo tratta uno dei peggiori ma anche più dimenticati eccidi nazifascisti lungo la Linea Gotica, quello a San Terenzo Monti in Lunigiana. In questo caso sono anche produttore, insieme ad Officine della Cultura, grazie all’associazione culturale Primera che ho fondato insieme ad altri colleghi.

LF: Grazie per la vostra disponibilità ancora una volta. Prima di lasciarci, c’è un’ultima battuta che volete condividere con i lettori di Gufetto?

HB: Personalmente spero che Bent continui a far pensare, ad essere di ispirazione per i teatri, le amministrazioni pubbliche e le scuole. Si fa molta fatica a rappresentarlo anche per colpa di ostruzionismi culturali, didattici, politici. Ma c’è ancora bisogno di questo spettacolo perché è un giusto compromesso per i ragazzi e per il pubblico.

GG: Concordo pienamente con Henrj. Vorrei solo aggiungere che in generale spettacoli potenti come questo, capaci di scuotere, meritano sempre di essere sostenuti.

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