Intervista a Giancarlo Nicoletti, presto in scena tra vecchi e nuovi lavori!

Il Collettivo Teatrale Planet Arts torna in scena a Roma per la stagione 2016/17: dal  14 al 18 Dicembre nuovamente al Sala Uno Teatro con KENSINGTON GARDENS, recentemente fra i premiati al Premio Hystrio 2016;
poi, dal 19 al 29 Gennaio 2017 sarà la volta di TORRE ELETTRA, per il cartellone del Brancaccino, e, infine, il 19 Aprile prossimo, torna a Roma, sul palco del Teatro Vittoria, #SALVOBUONFINE.
La prima e la terza opera, insieme a FESTA DELLA REPUBBLICA fanno parte della #trilogiadelcontemporaneo, scritta, diretta e portata sulla scena teatrale romana negli ultimi due anni dal giovane e promettente regista/autore e attore Giancarlo Nicoletti, e pubblicata nella collana “Le Nebulose – Teatro”; TORRE ELETTRA è invece il lavoro inedito dell’autore/regista e della compagnia.

Lo abbiamo intervistato, per parlare della prossima stagione teatrale e anche per farci raccontare un importante appuntamento che ha chiuso la scorsa: la messa in scena al Teatro Vittoria della sua rilettura registica di PERSONE NATURALI E STRAFOTTENTI, un testo di Giuseppe Patroni Griffi, l’11 e 12 maggio scorsi, per le fasi finali del premio “Salviamo i Talenti”.

Antonio Mazzuca (A.M.) 
Giancarlo, per questa intervista seguiamo un approccio “sintattico” e partiamo dunque dal Soggetto: ovvero da Te. Vieni dalla Sicilia e hai mosso i primi passi artistici con grandi nomi (Emma Dante e Roberto Burgio) di questa regione. Qual è stata l’influenza della tua terra di origine sulla tua produzione artistica?

Giancarlo Nicoletti (G.N.) 
Indubbiamente immensa. Noi siciliani abbiamo nelle vene sangue greco, arabo, normanno, spagnolo, e quindi la contaminazione, il meltin pot e la visione cosmopolita del mondo sono nel nostro DNA; allo stesso tempo, però, siamo isolani, quindi il nostro “io” rimane fortemente distinto e identitario rispetto all’ ”altro”. Ed è dai paradossi, normalmente, che vengono fuori le istanze creative, e la Sicilia di creatività e talento ne ha da vendere, ma non è in grado di valorizzarli sempre.

 

A.M.
 
Sei un drammaturgo, ma prima ancora regista e attore fin dagli esordi, tre diverse vite professionali. Cosa ti ha insegnato finora ognuna di queste tue “declinazioni”?

G.N. 
Ogni “ruolo” a teatro ti insegna più cose degli altri “ruoli” che non del “ruolo” che stai ricoprendo in quel momento. Quando lavori da attore impari come dirigere gli attori (e anche come “non” dirigerli), quando lavori da regista impari a comprendere la drammaturgia e a fare l’attore, quando scrivi un testo impari come un autore vorrebbe fosse diretto e come un attore dovrebbe recitarlo. Il rapporto osmotico fra le tre figure è più vivo di quanto si possa immaginare; per quanto credo che, con un buon testo e dei bravi attori, del regista onnipresente e onnipotente (per come lo intende il fantomatico “teatro di regia” di novecentesca derivazione) si possa spesso fare a meno.

A.M. 
Dopo il Soggetto, il Verbo: cosa ti ha spinto a Scrivere per il teatro? Si è trattato di un bisogno, di una sfida o, forse di un’urgenza?

G.N. 
Sicuramente un’urgenza, soprattutto se rifletto sul fatto che non avrei mai pensato di scrivere per il teatro, fino a qualche anno fa. Fra le altre cose, l’attività in sé della scrittura, non mi diverte come la messa in scena o le prove di un lavoro: a dire la verità trovo che sia una fase creativa egoistica e giustificabile solo perché finalizzata all’esperienza collettiva e concreta che è il farsi teatrale. Perché il teatro è qualcosa che “si fa”, il resto è letteratura, critica, saggistica, e non fa per me. Infatti tutto quello che ho scritto, ad oggi, è stato rappresentato e pubblicato: non ho testi nel cassetto, per questo non mi definirei veramente un drammaturgo. Scrivo per urgenza, appunto: e nel concetto di urgenza rientra tanto la necessità non rinviabile di trattare un tema o raccontare una storia, quanto la necessità immediata e consequenziale di sedersi a tavolino con gli attori e metterla in scena.

A.M. 
Il Complemento Oggetto di ogni artista sono le sue opere. Parliamo allora di loro. Partiamo con FESTA DELLA REPUBBLICA, opera Finalista di “Stazioni d’Emergenza – Galleria Toledo” e del “Premio Millelire”, che è stata in tour la scorsa in stagione, chiudendo a Roma al Cometa off. Un’opera che mette in luce i tentativi di mistificazione della realtà operata dai media e da una politica corrotta. In diverse occasioni, hai sottolineato che dietro la veste “spiritosa” e comica dello spettacolo, c’è un lato “oscuro” e tragico. Ci spieghi qual è?

G.N. 
FESTA DELLA REPUBBLICA è un testo molto triste e disincantato, al limite del cinico, in barba alla veste comica che emerge visibile già in prima battuta; credo sia il mio lavoro più cattivo. Per carità, si ride, anche tanto: ma è un risus purus, dianoetico, quello per cui “non c’è niente di più tragico del comico”. Le figure dei protagonisti di FESTA DELLA REPUBBLICA sono oscure e tragiche in quanto impossibilitate a comunicare, alienate dalla realtà, così assolutamente e tristemente imbrigliate nella necessità di un’affermazione del sé che rispecchia tanto la deriva della società italiana contemporanea quanto la paura di essere fagocitati dal contesto, trascinati dalla corrente, senza possibilità di dire la propria, di fare sentire agli altri che “ci sono anch’’io”. Stilisticamente poi, è un esperimento oscuro e tragico, perché vuole far prendere coscienza, cercando di archiviarli, dei limiti dell’incapacità del teatro italiano di operare una commistione reale dei generi, di parlare a tutti a più livelli, di riappropriarsi di un concetto di trasversalità, di popolarità colta.

A.M. 
#SALVOBUONFINE, la tua seconda opera tratta dell’accettazione di se stessi e della propria omosessualità. Un tema difficile, spesso abusato: ma nella storia di Salvo c’è un preciso ritratto di tanti giovani di oggi che si sentono terribilmente imperfetti. Qual è il messaggio che volevi mandare con #SALVOBUONFINE?

G.N.
#SALVOBUONFINE è la seconda opera andata in scena, ma la prima che ho scritto, e dell’opera prima ha il tremendo pregio dell’urgenza reale e dell’impatto immediato sul pubblico e il meraviglioso difetto dell’ingenuità stilistica. Il tema dell’accettazione dell’identità sessuale può essere tranquillamente letto come un pretesto per raccontare la paura di crescere, l’abitudine alla bugia (tipicamente italiana), la difficoltà di raccontarsi e prendere coscienza di sé in maniera reale, che poi deriva, ovviamente, dal terrore del giudizio altrui.
Il messaggio è quello di non avere paura degli altri e di non averne di se stessi, di rischiare qualcosa o qualcuno per non perdere se stessi: per questo credo sia un lavoro che è riuscito a parlare tanto e ad arrivare al pubblico in maniera così forte. Le paure dei protagonisti di #SALVOBUONFINE sono comuni alle vite di tutti, archetipiche, ricorrenti nella vita di ognuno.

 

A.M. 
Con KENSINGTON GARDEN, la tua terza opera ambientato in una Londra xenofoba, quasi un’iperbole della recente evoluzione della Brexit, sei stato segnalato dal prestigioso Premio Hystrio. Cosa ha significato per te questo premio?

G.N. 
Probabilmente mi ha fatto prendere coscienza del fatto che posso avere veramente qualcosa da dire e che qualcuno inizia a prendermi sul serio, ma non mi sono montato la testa. Indubbiamente è stata una grande emozione e una soddisfazione immensa, per certi ambienti equivale al diritto di cittadinanza artistica, ma quello che conta veramente sono il lavoro e la ricerca quotidiani, spettacolo per spettacolo, replica per replica, prova per prova. I premi sono benzina per il motore e indicazioni per strada, ma i traguardi sono altri.

A.M. 
Nelle motivazioni si legge che l’assegnazione è riferita al “coraggio di confrontarsi con un classico come Il gabbiano di Cechov, proponendo una riscrittura originale in cui emergono le fragilità dell’uomo e della società contemporanea attraverso un solido impianto drammaturgico, che molto guarda alla tradizione per gusto e coralità”. Quanto è importante per te rivisitare un testo? E perché proprio Cechov?

G.N. 
Un classico è un testo contemporaneo che è riuscito a cogliere l’essenza di alcuni paradigmi dell’essere umano e della società in maniera talmente definitiva da sopravvivere al tempo e allo spazio. La riscrittura di un classico ti consente la ri-appropriazione del nucleo immortale del testo, e la possibilità di declinarlo nuovamente dentro le pieghe delle istanze contemporanee, senza tradirlo. Cechov racconta rapporti fra micro universi straniati e fra personaggi traditi dalla loro storia e dal loro passato, alla ricerca di un riscatto che non arriverà mai. In questo senso, la riscrittura di un testo di Cechov è quanto di più contemporaneo si possa immaginare.

A.M. 
Passiamo al complemento di “Tempo”. Le tre opere della #trilogiadelcontemporaneo sono incentrate su temi che hanno avuto, dopo la loro messa in scena, un riscontro nella più fresca attualità (la Brexit, i casi di cronaca nera contro gli omosessuali, Mafia Capitale). Non ti spaventa l’aver “previsto” tre temi fra i più scottanti degli ultimi anni?

G.N. Francamente un po’ sì. Devo dire che il caso della Brexit è stato il più eclatante, e ha sorpreso anche me.
Quando, un anno fa, scrivevo KENSINGOTN GARDENS e immaginavo uno scenario apocalittico in cui un Partito xenofobo sale al potere in Inghilterra e vota per l’espulsione coatta di tutti gli immigrati e la chiusura delle frontiere, non mi sarei mai aspettato di trovare riscontro nella realtà pochi mesi dopo.
Qualcuno mi ha dato del profeta e dell’indovino, e naturalmente la cosa mi fa ridere. Credo piuttosto che siamo in un periodo storico di grande incertezza, e in cui quello che sembra un paradosso può diventare realtà nel giro di pochissimo, perché è ovvio che ci stiamo avviando verso una fase diversa, e non per forza migliore.
L’artista comunque non può osservare e basta, in un momento così l’arte di evasione è socialmente pericolosa, chi fa arte oggi dovrebbe sentire il dovere etico, almeno, di fare in modo che il pubblico si ponga delle domande.

A.M. 
Nel maggio 2016 hai portato in scena al Teatro Vittoria un testo non troppo rappresentato di Giuseppe Patroni Griffi, PERSONE NATURALI E STRAFOTTENTI. Dall’analisi tutta personale del Presente nella #trilogiadelcontemporaneo a un omaggio al Passato. C’è in questa scelta una volontaria schizofrenia creativa e in che modo hai voluto rileggere questo “classico”?

G.N. 
PERSONE NATURALI E STRAFOTTENTI è un testo meraviglioso, che praticamente mi è venuto a cercare, quasi a bussarmi a casa. Per una serie di coincidenze che hanno veramente dell’incredibile, lo spettacolo ha debuttato al Vittoria nemmeno un mese e mezzo dall’arrivo – casuale? – fra le mie mani dell’edizione Garzanti del ’73. Ed è stata una sfida assurda, divertentissima e di un’incoscienza totale.
Il testo comunque non ha avuto bisogno di riletture, in quanto ha di un’attualità devastante, oltre che di una macchina teatrale perfetta. Patroni Griffi è un autore straordinario, sottovalutato e spesso dimenticato, poiché realmente trasversale e libero dal rigurgito di servilismo partitico che negli anni ’70 sembrava essere obbligatorio nel sistema culturale italiano.
Mi chiedo per quale motivo sia un autore così poco frequentato: Pasolini (che per il resto non è in discussione), ad esempio, ha scritto dei testi teatrali con temi piuttosto desueti, noiosi, incomprensibili e francamente brutti, però lo si mette in scena perché “è giusto”; Patroni Griffi, che sulla scrittura teatrale ha ben altro lignaggio e un’attualità indubbia, non si fa perché “è vecchio”. Misteri della (mala)fede.

A.M.
Tornerai alla regia e a un nuovo testo al Teatro Brancaccino con TORRE ELETTRA dal 19 al 29 Gennaio 2017. Siamo curiosi. Ci anticipi qualcosa su questo lavoro? Nelle note si parla di “un’Orestea contemporanea” ambientata nei sobborghi di Roma. Cosa dobbiamo aspettarci?

G.N. 
Un lavoro complesso ma fruibile, e soprattutto di grande attualità. Avevo voglia di confrontarmi con un archetipo tragico che fosse dotato del carattere di eternità, e la saga dell’Orestea mi sembrava ideale. C’era di interessante il reiterarsi della complessità dei rapporti genitori/figli, che poi sono quelli fra le varie generazioni, dove la successiva vuole sostituirsi alla precedente, eliminandola in nome di una reazione a catena insita nello stato delle cose. E ancora, il problema della giustizia e della sua realizzazione effettiva, della riparazione del torto e di quale sia il limite dell’autodeterminazione del singolo. In sostanza, c’è in discussione il concetto stesso di democrazia occidentale, soprattutto in una fase in cui il sistema pare abbia fallito la sua missione originale, e stia dimostrando tutti i propri limiti. Ne è venuto fuori uno scenario futuribile di distacco fra i cittadini delle periferie e il fallimentare Stato democratico, dove le rese dei conti di una saga familiare devono entrare in dialettica con i principi base del vivere civile, rimettendoli in discussione e rifondandoli. Il tutto in un involucro quasi cinematografico, scattante, molto dinamico: ne sta venendo fuori uno spettacolo da stop-and-go, classico nei fini, contemporaneo nei mezzi. Sia io che la compagnia abbiamo alzato l’asticella non di poco, stavolta. Speriamo di non farci male.

Ringraziamo sinceramente Giancarlo Nicoletti per la disponibilità a rispondere alle nostre domande e vi invitiamo a seguire con noi la messa in scena di KENSINGTON GARDEN (14 al 18 dicembre al Sala Uno Teatro) e del prossimo lavoro dell'autore, TORRE ELETTRA al Brancaccino a gennaio 2017.

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