IL CAPPOTTO @ Teatro Arci Caldine: il teatro non è solo finzione

IL CAPPOTTO, regia di Alessio Bergamo, è tratto dal racconto ottocentesco di Nikolaj Gogol’ adattato in stile anni Ottanta, andato in scena al Teatro del Circolo Arci Caldine di Fiesole per il festival Il Respiro del pubblico. Al centro della storia “il cappotto”: oggetto con il quale essere identificati nella società, fatta di livelli invalicabili. La compagnia ha lavorato molto sulla presenza scenica, sul movimento e la sincronia, accompagnati dalla scenografia di Thomas Harris, minimal, ma di grande effetto.

Il cappotto simbolo del proprio ruolo sociale

Nella sfera più bassa c’è Akakij, persona molto devota al suo lavoro che, compra un nuovo cappotto e da lì entra in una storia fantastica con gli altri personaggi ribaltando la scala sociale. Ma poco dopo tempo il cappotto gli viene rubato e nessuno lo vuole aiutare, non avendo più il segno di appartenenza della società. L’unico personaggio che in qualche modo esce dalla storia è l'autore che racconta la vicenda dello sfortunato Akakij.

La scena in movimento

È uno spettacolo basato sul movimento: gli attori più che le parole, parlano con i gesti, i movimenti. Anche la scenografia si muove: cinque pilastri bianchi con sportelli, porte e ruote, protagonisti di tutte le scene, sono utilizzati per gli spostamenti, per creare stanze, case, uffici, oppure solamente per creare illusioni ottiche che riescono a trasportarti con lo sguardo all’interno della scena.

Un elemento particolare sono i cappotti, rappresentati dagli attori stessi, che per rappresentarli utilizzavano molto le gambe come strumento di comunicazione, come segno di appartenenza di ogni personaggio, con gli stessi movimenti/atteggiamenti dei proprietari. 

Il tema

Il messaggio che questa storia vuole mandare non è semplice da comprendere inizialmente, devi soffermarti su certi movimenti, parole non dette, ma alla fine sono giunta a una conclusione: la tua devozione nelle cose che fai non verrà quasi mai ripagata se non ti crei un qualcosa di concreto sulla linea sociale, devi lottare anche contro le tempeste, contro persone con “cappotti” più belli dei tuoi. Ma alla fine, anche se hai lottato, ci sei tu, solo tu. Nella vita molto spesso ti rendi conto degli errori che hai fatto, delle parole non dette o ripetute senza valore, quando è troppo tardi, quando ormai è finito tutto quanto, quando, anche se hai avuto un bel cappotto, alla fine si rovina perché invecchia o non lo hai trattato per bene. 

Lo spettatore

All’interno dello spettacolo ci sono momenti in cui lo spettatore viene coinvolto nella scena, per esempio quando un personaggio, viene verso la platea per fare una colletta per ricomprare il cappotto del protagonista ma nessuno glieli dà, la sua risposta mi è rimasta in testa: “il teatro non è solo finzione, guardate, è la rappresentazione della realtà.” Questo fa capire quanto uno spettatore è abituato a sedersi e a non partecipare.

Questo spettacolo colpisce moltissimo per la scenografia utilizzata in modo impeccabile all’interno delle scene. Notevole la capacità di comunicare degli attori senza le parole, utilizzando per esprimersi movimenti e gesti che delineavano i personaggi. Lo vorrei rivedere per provare le stesse emozioni che ho provato quando ho visto le luci e le scenografie muoversi, per riascoltare le canzoni (uno dei punti di forza della messa in scena), ma soprattutto per rivivere con il povero Akakij la sua storia.

 

Info:
IL CAPPOTTO
Da Nikolaj Vasil’evič Gogol’
Regia di Alessio Bergamo
Con Angelica Azzellini, Alessandra Comanducci, Domenico Cucinotta, Massimiliano Cutrera, Erik Haglund, Stefano Parigi
Scenografie e costumi Thomas Harris
Produzione Cantiere Obraz/Teatro dell’Elce
In collaborazione con Postop Teatro
Teatro ARCI Caldine, Fiesole
18 novembre 2021

L’articolo è stato realizzato dal Gruppo di Visione Ciuchi Mannari all’interno del Respiro del Pubblico Festival Di Cantiere Obraz, realizzato grazie al contributo di Fondazione CR Firenze e in collaborazione con Teatro di Cestello.

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