IL CANTO DELLA CADUTA @Teatro Cantiere Florida: cosa racconta ai giovani un antico mito che sa di modernità ?

Questa recensione è realizzata a cura degli studenti della IV C e V A del Liceo Linguistico dell'Istituto superiore Peano di Firenze, nell'ambito del progetto di Gufetto Scuola Taccuini in mano: Alessio Bertelli, Andrea Candido, Alessio Pellegrini, Eleonora Manescalchi, Lorenzo Panerai, Alessia Pezzatini, Camilla Somigli, Lorenzo Sabato, Gaia Gregni, Jasmine Gerini, Gabriel Gruda, coordinati da Sandra Balsimelli

Come si impara a guardare uno spettacolo come  Il canto della caduta di e con Marta Cuscunà in scena il 28 marzo al Teatro Cantiere Florida, all’interno della rassegna Materia Prima 2019, a cura di Murmuris? La redazione fiorentina di Gufetto ha accompagnato un gruppo di ragazzi tra i 18 e i 19 anni a teatro, per assistere allo spettacolo con i loro occhi, in cerca di uno sguardo meno consapevole perché più immediato e inesperto e quindi, forse proprio per questo, più schietto. Rielaborare il loro feedback ha richiesto più fasi di discussione collettiva, rielaborazione individuale, assemblaggio e fusione dei diversi contributi. Questo il risultato.

“La scena si sviluppa su una struttura metallica, evocando contemporaneamente sia le montagne che fanno da sfondo alle scene, sia il loro interno, le buie grotte che custodiscono un segreto. L’azione è divisa in tre livelli: uno superiore, abitato da 4 corvi metallici; uno inferiore, dove si nascondono due bambini-pupazzo, travestiti da topi;  uno intermedio dal quale un televisore, elemento di modernità in questo contesto fiabesco, proietta scritte che chiamano in causa direttamente il pubblico, quasi a coinvolgerlo nella messa in scena. I personaggi, come marionette prendono vita grazie alla maestria dell’attrice, bravissima nel cambiare voce e muoversi rapidamente tra i vari livelli: aziona il complesso sistema di leve, una sorta di Joystick meccanico,  che anima i corvi metallici, veste i pupazzi bambini,  crea  in un attimo un popolo di voci e di storie che avvince in un clima di suspense e tensione.” Questa  l'analitica  e istintiva osservazione dei ragazzi tanto più precisi quanto più inusuale è l’immagine che si presenta ai loro occhi, più abituati dei nostri a confrontarsi con l’esperienza visiva.

Strana, quasi incomprensibile per loro la storia a primo acchito, anche nelle parole dei ragazzi più grandi:  “Avevo alte aspettative sullo spettacolo ma, purtroppo, non capivo bene la storia […] mi è mancata un po’ la figura umana sul palco […]. Le luci, le scritte sullo schermo erano abbaglianti, scorrevano veloci, non riuscivo a seguirle, mi sfuggivano. I suoni e le luci erano forti ed efficaci […] è un linguaggio magico, nuovo, innovativo. La situazione generale è, a tratti, talmente tanto incomprensibile da farti smettere di pensare a cosa sta realmente accadendo e a farti trasportare dalle singole parole.” Unanimi su una cosa tutti i partecipanti: lo stupore per la bravura di Marta Cuscunà e i suoi cangianti travestimenti vocali: “la cosa che mi ha colpito di più è stata la bravura dell’attrice […] l’interpretazione è stata così efficace da trasmettermi un senso d’angoscia […] Fantastica per la capacità di cambiare voce ad ogni personaggio.”

E quindi? Cosa ci lascia questo spettacolo? Tutti sentiamo che c’è di più, che quello che abbiamo visto deve essere fatto parlare, deve svelarsi come un rebus ancora da risolvere. Ci proviamo discutendo in classe, anche con i compagni che non hanno visto lo spettacolo, cercando di far dialogare  gli spunti raccolti con autori e temi affrontati ogni giorno a scuola. Ne è sorto un dibattito collettivo: “Spetta ai corvi  il compito di ironico e cinico coro, osservatori indifferenti di un mondo  devastato dalla guerra, che aspetta solo di cibarsi delle spoglie dei caduti: per loro la guerra equivale ad un’abbondanza di carne,  sperano che non ci sia mai pace, che gli uomini non ricordino mai. Che cosa? Quale segreto?  I bambini, nascosti dalle antenate nel ventre della montagna perché sopravvivano  alla brutalità della guerra che non guarda in faccia a nessuno, lo conoscono e aspettano, travestititi da topi per non essere uccisi, il momento in cui tornerà il “tempo promesso”, il tempo perduto in cui gli uomini e le donne vivevano in pace, senza gerarchie né violenza. Sperano in Dolasilla, principessa e futura regina, minacciata dal padre, re  del popolo di Fanes che, pur di impedirle di riportare in auge la pace e le vecchie usanze, è pronto a mandarla a morire in guerra. E, invece, in guerra Dolasilla vince, colpo dopo colpo, arriva ad uccidere anche l’amato, pur di non compiere l’errore antico delle sue antenate, cadute in trappola per essersi alleate con uomini violenti e distruttivi. Ma infine cade nel sonno e nell’oblio, tradita da un mazzo di papaveri che l’amato le portava in dono: in lei dormono le speranze di questo mondo perduto. La sua storia ci arriva dalla parole mute del televisore, immerse nella luce pungente e fredda che bagna il palco e che, nei cambi scena quasi abbaglia gli spettatori, costringendoli a restare in allerta: questa la richiesta ossessiva  allo spettatore “Cosa vedi?” e “cosa vuoi vedere?” dov’è la verità nascosta che nessuno sembra saper ricordare? Ma il cibo scarseggia ed i bambini si arrendono, escono allo scoperto, affrontano il terrore, l’ignoto, spinti dalla la curiosità e all’impossibilità di scegliere  e muoiono. I corvi ci osservano perplessi: sanno che tutti noi siamo spettatori indifferenti di morti innocenti alla nostra porta di casa. Sanno che possiamo sopportarlo se restiamo inconsapevoli. Sembrano dirci che quella guerra narrata non è poi tanto diversa da quelle che viviamo noi, dove le vittime innocenti spesso sono i bambini come appunto quelli che nello spettacolo si nascondono nella montagna.  Osservando questi corvi insensibili alla guerra, viene in mente il potente personaggio di Madre Coraggio di Bertold Brecht, una donna che sfrutta la guerra a suo vantaggio, approfittando delle penose condizioni della gente e cercando di fare affari che le fruttino economicamente per sfamare se stessa e i figli. Allo stesso modo fanno i corvi, si cibano dei cadaveri morti in battaglia incarnando al massimo l’ideale dello straniamento brechtiano,  di cui lo spettacolo sembra essere impregnato, al fine di smuovere qualcosa in chi ha l’opportunità di vederlo.”
Cerchiamo insieme agli studenti di comprendere quale domanda più profonda si cela dentro questo mito antico che sa di modernità e dalla discussione emerge un riferimento ad un filosofo, il teorico dell’egoismo naturale dell’uomo, T. Hobbes, appena studiato sui banchi di scuola e, ora, messo in discussione dalla storia analizzata. Ci interroghiamo sulla natura dell’uomo: davvero “homo homini lupus”? E se fosse questa la grande bugia cui è bene che gli uomini continuino a prestar fede? Sulla distanza dal dolore degli “altri” come alibi per l’assenza di empatia, come se niente di tutto questo mi/ci riguardasse: “cosa vedi?” “Cosa vuoi vedere?”. Arriviamo a concordare su un’osservazione amara: “Tutti scegliamo cosa vedere perché rientra nella nostra natura. Abbiamo paura del lupo, e di conseguenza non salviamo l’agnello.”

La prospettiva struggente e cupa da cui osserviamo le vicende narrate sembra, tuttavia, lasciare uno spiraglio di speranza. Dolasilla è solo addormentata, insieme al ricordo di una versione più umana della nostra civiltà, come quella ipotizzata dall’archeomitologa  Gimbutas, pioniera degli studi sul matriarcato, cui lo spettacolo si ispira dichiaratamente e che i ragazzi incontrano qui per la prima volta. Sta a noi scegliere quale mito incarnare, da quale immagine farci muovere. E a questo atteggiamento di partecipazione consapevole al cambiamento sembrano sensibili questi giovani.
L’obiettivo sembra raggiunto: risvegliare interesse per la condivisione di significati, (ri)scoprire il teatro come luogo di partecipazione e trasformazione. Ce lo confermano le parole di una studentessa con cui si chiude il lavoro di restituzione dell’esperienza:

“E’ stata un’esperienza diversa rispetto al resto delle volte in cui sono andata a teatro perché al termine dello spettacolo non sono uscita rilassata, ma sconvolta, come se davvero dentro di me qualcosa fosse cambiato.”

 

Info:
IL CANTO DELLA CADUTA Liberamente ispirato al mito del Regno di Fanes
di e con Marta Cuscunà
progettazione e realizzazione animatronica Paola Villani
assistente alla regia Marco Rogante
progettazione video Andrea Pizzalis
lighting design Claudio “Poldo” Parrino
esecuzione dal vivo luci, audio e video Marco Rogante
costruzioni metalliche Righi Franco Srl
partitura vocale Francesca Della Monica
assistente alla realizzazione animatronica Filippo Raschi
distribuzione Laura Marinelli
co-produzione Centrale Fies, CSS Teatro stabile d'innovazione del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Torino, São Luiz Teatro Municipal | Lisbona
in collaborazione con Teatro Stabile di Bolzano, A Tarumba Teatro de Marionetas | Lisbona
residenze artistiche Centrale Fies, Dialoghi – Residenze delle arti performative a Villa Manin, São Luiz Teatro Municipal, La Corte Ospitale
con il contributo del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto-Teatro Dimora | La Corte Ospitale
sponsor tecnici igus® innovazione con i tecnopolimeri, Marta s.r.l. forniture per l’industria
Marta Cuscunà fa parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies

Materia Prima
Teatro Cantiere Florida

28 marzo 2019

image_pdfSCARICA QUESTO ARTICOLO IN FORMATO PDF