Il documentario: il cinema che permette di conoscere l’uomo e il suo ambiente

Per definire il documentario come genere cinematografico, prendiamo in prestito la definizione di John Grierson, il regista, critico e produttore inglese che lo definì come “un trattamento creativo della realtà”. Infatti, il reale che si mostra davanti alla cinepresa non è altro che la porzione di realtà scelta dall’autore.

Le origini del cinema documentario

Nel mondo delle immagini in movimento delle origini, una distinzione netta tra cinema di finzione e documentario non è possibile farla. Le vedute in movimento dei registi francesi dei primi anni del Novecento acquisiscono in tal senso un primo tentativo di conoscenza etno-antropologica del mondo. Stessa strada che percorreranno tra il 1905 e il 1915 gli italiani Luca Comerio e Roberto Omegna che al seguito di spedizioni esplorative dal Polo sud all’Africa registravano suggestioni di terre lontane con il filtro di uno sguardo tendente ad un atteggiamento di superiorità europea che giustificava gli intenti coloniali dei paesi del Nord del mondo.

Appare il termine documentario

Il termine documentario farà la sua comparsa su un articolo apparso sul New York Sun il giorno 8 febbraio 1926, firmato da John Grierson in occasione della presentazione di un lavoro di Robert J. Flaherty, considerato il padre del genere.

La realtà poetica di Flaherty

Nell’immaginario la figura di Robert J. Flaherty si immedesima con gli scenari del nord del Canada, luogo nel quale avrà modo di unire l’attività di esploratore a quella di cineasta. Proprio dal materiale girato in queste occasioni prenderanno vita i documentari di successo Eskimo nel 1918 e il più celebre Nanook of the North nel 1922. Le sue esplorazioni non si limitarono solo alle terre dei ghiacci, in quanto nel 1926 realizzerà in Polinesia Moana e Ultimo Eden, per poi concentrare la sua attenzione alle isole britanniche con Inghilterra rurale   e L’uomo di Aran, premiato nel 1934 con il Leone d’oro al miglior film straniero alla Mostra di Arte Cinematografica di Venezia. I documentari di Flaherty cercano di creare una empatia con lo spettatore occidentale mettendo in risalto l’essenza delle cose, non certo attraverso l’imparzialità del racconto, ma costruendo attraverso ricostruzioni, manipolazioni e accenni di recitazione che andassero a riprodurre una certa essenza di verità.

Gli ultimi lavori

I suoi ultimi documentari furono commissionati dalle Istituzioni statunitensi. The land (1942) mostra il lavoro umano destinato alla modifica di un paesaggio ostile, dove deserti vengono trasformati in terreni coltivabili, mentre in Louisiana Story (1948) i territori da bonificare e mettere al servizio dell’uomo sono le paludi, dove grazie all’uso di macchine apposite tutto ciò diviene possibile.

L’epoca del documentario

Se il genere ha attraversato la storia del cinema dalle origini fino ad arrivare ai nostri giorni, e in questo lungo periodo ha sempre goduto di buona salute, è anche vero che il periodo d’oro del documentario, legato alla scoperta delle sue potenzialità come narrativa alternativa, si rintraccia tra gli anni Venti e gli anni Trenta. Non a caso nel 1924 nasce in Italia l’Istituto Luce che almeno sulla carta ha una missione educativa simile alla britannica General Post Office Film Unit fondata nel 1933. Queste istituzioni, soprattutto Luce, avevano a disposizione ingenti finanziamenti che permettevano ai registi di avvalersi di tecnologie all’avanguardia. Le possibilità espressive del documentario vennero colte da giovani cineasti alle prime armi quali Luciano Emmer e Michelangelo Antonioni, per non parlare del più celebre documentarista italiano del dopoguerra: Vittorio De Seta.

Conoscere l’Italia attraverso il documentario

La misteriosa e stimolante relazione tra estetica e realismo che era stata alla base del film di Visconti del 1948 La terra trema, è alla base del lavoro documentaristico di Vittorio De Seta. Dal 1954 al 1959, il documentarista siciliano, realizza dieci documentari che permetteranno agli italiani di conoscere paesaggi, usi e costumi di connazionali che vivevano secondo una tradizione che sarebbe stata spazzata via da lì a pochi anni. I documenti di De Seta ci permettono di cogliere realtà particolari come i riti della Pasqua in Sicilia, la pesca nelle tonnare, la vita nelle solfatare, come la vita in villaggi calabresi, che ancora nel 1959, spesso, non erano raggiunti da strade carrabili. Molto intensi anche Pastori di Orgosolo e Un giorno in Barbagia, girati ovviamente nella Sardegna più “arretrata”. Pasolini definì Vittorio De Seta “il poeta della verità”, mentre Scorsese lo descrisse come “un antropologo che parla con la voce del poeta”.

Il documentario come strumento conoscitivo della realtà

Se è vero che il cinema nasce per documentare un fatto e riproporlo in maniera verosimile, è altrettanto vero, soprattutto nell’attualità, che il documentario vive per rendere noto, denunciare, squarciare veli di indifferenza con il fine di provocare un cambiamento. In un’epoca come la nostra, nella quale l’immagine ha acquisito una grande importanza comunicativa, la narrazione di un fatto attraverso le immagini reca in sé una suggestione capace di instillare negli individui dubbi, pensieri nuovi o ripensamenti circa situazioni spesso sottaciute. Due esempi recenti, in questo senso, si trovano nei documentari C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando, che mostra cosa si cela dietro i tagli alla sanità pubblica e Food for Profit documentario investigativo realizzato dalla giornalista Giulia Innocenzi che mostra il filo che lega la lobby dell’industria della carne e il potere politico a livello europeo.

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