LA VACCA, BOTTEGAI @Il respiro del pubblico festival 23: vite ai margini della miseria

LA VACCA, di B.E.A.T. TEATRO e BOTTEGAI, di Arca Azzurra, nell’ultima edizione del festival Il Respiro del Pubblico a cura di Cantiere Obraz, sono il ritratto di vite disperate ai margini della miseria. Pur con strutture drammaturgiche e ambientazioni diverse, entrambi gli spettacoli propongono al pubblico tre figure umane che portano sulle spalle la maledizione di un destino immutabile senza via d’uscita.

A cura di Marika Sani, Scuola di Critica Teatrale Ciuchi Mannari, Cantiere Obraz

LA VACCA: gli invisibili

LA VACCA, Il Respiro del pubblico festival 23, foto di Emilio Trambusti
LA VACCA, Il Respiro del pubblico festival 23, foto di Emilio Trambusti

Uno degli spettacoli più intrepidi del festival è stato senza dubbio LA VACCA, nato dalla scrittura di Elvira Buonocore e portato in scena grazie all’incontro con il regista Maresca, messo in scena al Teatro del Cestello con Anna De Stefano, Vito Amato e Gennaro Maresca, di BEAT Teatro e Nuovo Teatro Sanità. Il testo dà voce a sensazioni e luoghi di cui spesso non si parla, situazioni marginali, abbandonate a loro stesse, lontano dai centri abitati, invisibili agli occhi di tutti.

Donata, la sognatrice

Il primo personaggio dimenticato è Donata, interpretata da Anna De Stefano, che apre lo spettacolo sfogandosi con il pubblico. Osserva gli spazi deserti che la circondano e tappandosi gli occhi spera che tutto quanto sparisca; ma, nonostante le sue preghiere, quando li riapre si ritrova ancora nello stesso ambiente immutabile e desolato. Donata è una bambina, una vitellina, che sente arrivare il momento del passaggio, di crescere e diventare finalmente adulta: una vacca, nel vocabolario del suo mondo, l’unico che conosca. Vorrebbe mutare forma diventando più femminile (brama un seno più voluminoso) nella convinzione che ciò la possa sia liberare dalla sua periferia ignorata sia rendere più “visibile”. La femminilità e l’essere desiderata sessualmente diventano, ai suoi occhi, un biglietto di redenzione, l’unica via d’uscita.

Mimmo, l’inetto

Donata vive con un fratello più grande, Mimmo, che nelle sue giornate fa solo due cose: lavorare e dormire. All’apparenza un ragazzo tranquillo senza aspirazioni ma, come vediamo nei violenti litigi con la sorella, anche lui vorrebbe vivere in un mondo diverso, un mondo dove è al centro dell’azione ed è acclamato negli stadi come i più forti giocatori di pallone. Solo in due situazioni Mimmo mostra energia: quando sogna e muove il corpo con ritmi pieni di vigore, resi incredibili dalle gestualità e dall’eccezionale controllo del corpo di Vito Amato, e quando il suo lavoro, l’unico mezzo di sopravvivenza per la sua famiglia, viene minacciato. In tutti gli altri momenti Mimmo è stanco della vita ed ha perso ogni speranza. Si oppone come un padrone anche alla sorella Donata, quando vede che, crescendo, lei comincia ad agitarsi per cercare di cambiare maldestramente la propria realtà.

Elia, l’espropriato espropriatore

Il terzo personaggio de LA VACCA è un allevatore di mucche, Elio, che arriva in scena negli intermezzi delle vite dei due fratelli. È stato derubato delle sue centosei mucche di cui mostra le foto, una ad una, in un’inchiesta televisiva per ritrovarle. L’intreccio con i ragazzi avviene quando Elio bussa alla loro porta per via delle sue indagini. Mimmo non lo vede di buon occhio mentre per Donata, che riconosce il viso già visto in televisione, diventa una fonte di desiderio, convinta che possa essere lui l’aggancio per la sua evoluzione e fuga dalla realtà. Cerca di avvicinarlo a sé con quello che crede un semplice gioco, non rendendosi conto di ciò che provoca. Questa dinamica arriva al picco quando scopriamo che l’attività di Mimmo è un mattatoio abusivo, nonché il luogo in cui sono state mandate a morire le centosei mucche. La rabbia di Elio diventa furia sul corpo inerme di Donata, più debole di lui, perpetuando un circolo vizioso di espropriazione che annichilisce i sogni della giovane. Il testo di Buonocore è molto vivace e avvincente, insieme alla scenografia ed i costumi essenziali e mirati. Le luci e le musiche sono state utilizzate intelligentemente nella narrazione per enfatizzare le scene e fare immergere lo spettatore in uno spettacolo non canonico e misterioso fino alla triste rivelazione del finale.

BOTTEGAI: la maledizione

BOTTEGAI, Il Respiro del pubblico festival 23, foto di Emilio Trambusti
BOTTEGAI, Il Respiro del pubblico festival 23, foto di Emilio Trambusti

Arca Azzurra con BOTTEGAI ha chiuso il festival nella sede dell’Associazione Arcobaleno: tre quadri di vita appartenenti a tempi storici diversi, collegati da quella che è la maledizione generazionale dell’essere bottegai, scritte da Ugo Chiti ed interpretate dagli attori Massimo Salvianti, Lucia Socci e Andrea Costagli. Nei tre monologhi gli attori arrivano dal fondo della sala accompagnati dal suono delle campane, efficaci per rendere un’atmosfera lugubre, quasi come se fossero rievocati e riportati in vita per dare voce, un’ultima volta, ad una confessione, una testimonianza, per poi tornare al loro mondo. L’unico elemento scenico è una piccola panchina di legno: arrivano soli, uno ad uno, senza palco, si siedono e parlano al pubblico da vicino, in un’atmosfera intima: le loro voci arrivano a colpire dritte al cuore di chi le ascolta.

Rimpianti di un padre

La prima storia è di Rutilio, interpretato da Massimo Salvianti, il quale, entra vestito di una camicia bianca, un completo elegante e un fiore nero al collo. Cerca a lungo le parole giuste prima di cominciare ad esprimere il profondo rimorso che prova. Con un incredibile studio del personaggio, chiaramente individuabile nelle gestualità e nel controllo della voce, evoca un bottegaio fiorentino abile e arricchito, stanco di sentirsi trattato come inferiore dai borghesi della sua città, i quali, quando entrano nel suo negozio, sono cordiali e amichevoli, ma, appena usciti in pubblico, fanno di tutto per ignorarlo. Così la sua mente comincia a covare il sogno di avere un figlio così geniale da fare invidia a tutti loro. La brama di rivalsa sociale si accresce a tal punto che Rutilio ne rimane accecato e fallisce nel vedere che il figlio Telemaco soffre nell’essere tartassato di argomenti di studio che non gli interessano e nel sentirsi ostacolato nell’imparare l’unica cosa che lo appassiona: il negoziare.

Fiducia di una donna

Nelle vesti di Silvana, Lucia Socci entra in scena accompagnata da Legata a un granello di sabbia di Nico Fidenco, una musica anni ’60 leggera, giovanile e romantica, che contrasta con la sua immagine di donna malata in fin di vita. Una volta seduta, comincia a parlare con il suo marito Attilio che, però, si è addormentato. Da quello che inizialmente sembra un normale viaggio nei ricordi, misto a qualche abituale rimprovero per il marito, pian piano Silvana comincia a riflettere sulla sua vita, sul suo matrimonio, sul non avere avuto figli. Ripercorrendo tutto ciò che ha subito (che lei definisce semplicemente “cose brutte”) si rivelano dinamiche di sottomissione e di violenza che lei ha sempre minimizzato abbagliata dal sogno di un Attilio in potenza romantico e premuroso, ma che è sempre stato solamente scorbutico e zotico.

Incubi di un figlio

L’ultimo dei tre bottegai non ha nome e ci mostra una realtà ambientata nel presente. Anche lui entra dal fondo della sala. In mano ha una bottiglia d’acqua e una borsa da palestra, indossa una scintillante tuta sportiva azzurra, colore che lo accomuna al personaggio di Silvana nelle fantasie del suo pigiama e il trucco sotto gli occhi. L’uomo, che sembra andare per i quaranta, cammina agitato e narra della sua infanzia. Unico figlio maschio di una famiglia di macellai, è in qualche modo costretto, contro voglia, a proseguire l’attività iniziata dal nonno. Per ostentare agli altri e a se stesso la propria differenza dalla famiglia di bottegai, si veste in maglioncini di cashmere e scarpe di camoscio e quando la mattina va a controllare l’allevamento di maiali non osa neanche mettere piede fuori dalla sua macchina. Il suo racconto man mano che prosegue prende una piega conturbante quando la visione di un volto già conosciuto, legato alla figura del padre, lo cambia completamente e rivela istinti primordiali che lo accomunano alle sue generazioni passate, da cui aveva tanto cercato di distaccarsi.

Tutti e tre i monologhi mostrano come sia facile non essere visti e compresi dalle persone che ci circondano e quanto sia vitale per l’animo umano sentirsi compresi. Rutilio, accecato dal sogno di avere un figlio straordinario, non è riuscito a vedere il vero Telemaco, che, sentendosi completamente incompreso, si trova ingabbiato in una vita di tortura. Sentendo Silvana parlare del suo matrimonio non possiamo che compatire una donna su cui il compagno non si è mai fatto domande, vedendola solo come oggetto. Infine il terzo bottegaio, volendo nascondere a se stesso e a tutti quanti il suo vero modo di essere, si ritrova a svelare un inquietante volto feroce. 


IL RESPIRO DEL PUBBLICO FESTIVAL 23: GLI SPETTACOLI

LA VACCA

Di Elvira Buonocore
Regia Gennaro Maresca
Con Vito Amato, Anna De Stefano, Gennaro Maresca
Produzione B.E.A.T. teatro in collaborazione con Nuovo Teatro Sanità

BOTTEGAI

tre monologhi di Ugo Chiti
con Massimo Salvianti, Lucia Socci, Andrea Costagli
Produzione Arca Azzurra

SCUOLA DI CRITICA TEATRALE

L’articolo è stato realizzato nell’ambito del progetto Scuola di critica teatrale Ciuchi Mannari all’interno della terza edizione de Il Respiro del Pubblico Festival 23 di Cantiere Obraz, con la direzione artistica di Alessandra Comanducci e Paolo Ciotti, realizzato grazie al contributo di Fondazione CR Firenze. I partecipanti al Gruppo di visione Ciuchi Mannari sono stati (in ordine alfabetico): Emma Bani, Marta Bani, Gaetano Barni, Miriam Bercicchi, Patricia Bettini, Margerita Cecchi, Elena Sofia Feminò, Maurizio Gori, Enis Ibrahimi, Iris Mattei, Petra Mosetti, Cosimo Pesci, Marika Sani, Martina Spanò, Giacomo Stefanelli, Livia Tacchi, Sofia Tulini, Maja Ziegenbein.

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