FOTO PERFORMATIVE: intervista a MONICA VERDIANI

Abbiamo avuto la fortuna di imbatterci nelle opere fotografiche di Monica Verdiani. Restano decisamente impresse, indelebili, direi. Ricordo la prima che ho visto. Era il volto in movimento di un ragazzo. Più precisamente la combinazione di 4 momenti di un urlo. Un urlo di vita irrefrenabile scompiglia il fermo immagine, l’aria, la scena e la metafora stessa di un confine. Guardandone altre, compresi di trovarmi nell’energia vibrante di un atto artistico di natura sorgiva e iniziatica, che interroga ed evoca l’umano e il divino in compresenza e dialogo.

In questo articolo:

MONICA VERDIANI E L’INIZIO

VISIONI

FINE DI EDEN

NOTA BIOGRAFICA

Quelle opere in bianco e nero, risultato di un set elaborato, costruito artigianalmente, sono, come afferma l’artista, ”sinestesie per possibili stati di grazia”. In quasi tutte c’è un corpo maschile nudo e in stato performativo, e la presenza altrettanto metamorfica e polisemica di geometrie, con particolare affezione al cerchio, disegnato sul corpo o proiettato, facendo uso di cartoncini o di piattini di carta, o forando direttamente superfici.  Solo conoscendola adesso, ho saputo che quel ragazzo esile e scultoreo, sua musa e strumento di varco prediletto, è il figlio maggiore. E quando è cresciuto, Monica ha lavorato anche con l’altro figlio.

I suoi numerosi progetti fotografici, ben più di cinquanta, sono raccolti in 11 contenitori/puntate. Le opere si presentato singole e in forma di griglie, quadrate o rettangolari, di 4 o 6 elementi selezionati dalle performance. Di questo suo percorso colpisce l’esattezza immaginifica, la lucida e sapiente visionarietà e la limpidezza di un ignoto improvvisamente vicino. Verdiani costruisce ciò che visualizza: una dimensione terrena e insieme immateriale. Come se avesse un istinto metafisico e una sensitività, capace di far emergere l’irruzione pulsionale e primigenia, in estasi compositive dove rigore ed eros si sposano.

 

MONICA VERDIANI E L’INIZIO

CG: Com’è avvenuto l’incontro con la fotografia e cosa ti ha permesso nella tua esperienza artistica?

MV: Il mio passaggio da altre tecniche alla fotografia inizia nel 2016 in un periodo social per comunicare in modo dinamico, da foto col cellulare alla macchina fotografica per la migliore risoluzione della stampa. La fotografia mi risultò congeniale, mi permetteva di unire facilmente la realtà all’immaginifico. Il corpo vero dei “miei ragazzi/a”, sono la realtà concreta, mentre lo stato performativo in cui li fotografo è altro e riguarda l’invisibile. Si può dire che la fotografia alleggerisca la storica dicotomia, praticamente concretizza immagini di ricezione da altro piano mentale. Usando materiali non ricercati, comuni da potersi dire domestici con desiderio di gioco e scoperta. Chiedevo ai ragazzi di compiere semplici gesti, “…urla attraverso un cerchio di cartoncino, spogliati…metti del borotalco…vieni avanti…” ed era già arte-vita nel suo svolgimento. Dall’esperienza performativa-fotografica ho imparato che l’immediato mi avvicinava molto al vero di me. Il volere che prorompe sul non poter dire in una dichiarazione sacra e irriverente di me. “si sta compiendo un rito sacro, ci si tinge la faccia di bianco e si urla”. 

CG: Hai lavorato con entrambi i tuoi figli. Quasi onnipresente è il primogenito. Hai trovato in lui uno strumento di varco prediletto?

MV: Amando l’immediato ho attinto da ciò che avevo vicino e conoscevo esteticamente. I miei figli e la ragazza che sono nei miei lavori sono parte di me per quotidianità familiare. Nei loro corpi non trovo errore, stortura estetica, estraneità. Non avrei potuto scegliere modelli professionisti, sarebbe mancata quell’onesta confidenza e complicità per l’intimità di questa ricerca. La loro “neutralità” come corpi esistenti nella mia vita si percepisce nelle immagini nell’estrema naturalezza della loro presenza che non è posa, vizio di forma, obbligo. Hanno svelato il dono di partecipare come performer, congrui per leggerezza e gioia. Hanno giocato forte e con estrema naturalezza con me. Si, la quasi onnipresenza del giovanotto primogenito è chiara e vera, come la sua vicinanza a me, la sua fascinazione per arte e il pensiero. Abbiamo attraversato insieme il senso sacro della palesazione spontanea di noi.

VISIONI

CG: Qual’è il tuo rapporto col sacro/divino/muse?

MV: E’ un rapporto che si basa sulla disposizione all’ascolto, che è al contempo chiedere e credere alla possibilità di ascoltare/vedere. Credo sia naturale, l’albero fa fiori e frutti, avverando il sacro, io cerco la mia maturazione e ne lascio traccia in tappe/opere. In “Ricordati di me” è fermato il rapporto con l’amato, con le muse e con la parte doppia di sé. Quest’opera raffigura il meccanismo stesso di trascendenza. L’accoglienza dell’altro da entrambe le parti, (lo specchio celeberrimo), l’ascolto devoto in totale rigore di abbandono, l’incontro tra maschile e femminile. Piani diversi amorosamente rivolti. Tecnicamente, lei raccolta su un disco che ruota è come il divino, il sacro, l’apparizione. L’umanità ha sempre avuto la tendenza a raffigurare spontaneamente il sacro con una simbologia nella quale io stessa mi rifletto. La figura del cerchio è innanzitutto per me la porta tra i mondi, e si ritrova nei miei lavori come varco, foro, o luna soglia tra realtà e trascendenza. Sul disco rotante, abbiamo cercato visualizzazioni per distorsione naturale. Ho chiesto di alzare le braccia e sono diventate ali e volo. Ho utilizzato questo periodo fotografico per far uscire gran parte di me comune a tutti. I segni presenti sono di apertura, una sorta di indicibile che esce in urlo, in respiro, in movimento.

CG: Le tue visioni escono dal bianco luce o dal buio. Amo particolarmente l’effetto mosso e sfocato che oltre a restituire il dinamismo della performance mi sembra che regalino un senso di liberazione del corpo e dal corpo. Quanto sono importanti nella tua ricerca e come si sono sviluppati?

MV: Parliamo di interazione con T. il tempo. Un lasso di tempo dilatato, del quale si fermano immagini di azioni, gesti, performance, pensieri. In uno scatto vi sono la vita di chi compie la performance insieme a chi sta scattando. Un pò come ritrarre la vita, la maturazione dei pensieri in svolgimento. Nella realtà la staticità, l’immobilità, sono rare se non inesistenti, l’energia è in trasformazione e movimento costante. Il ritmo del divenire è cooperante col tempo. Anche la visione può essere una sintesi percettiva di una modificazione in progress, riguardante la somma del tempo. In “Coming out in%” ho ammesso la possibilità di essere già stata: foglia, stella e lupo. La salvifica accettazione di essere già stati ammette la possibilità di essere ancora. Come dire che abbiamo già passato grandi tempi nei dintorni prima di questo essere concepiti.

FINE DI EDEN

CG: Nelle tue opere c’è continuità ma anche differenze importanti tra un progetto e l’altro. Nell’11 ad esempio incontriamo l’ombra netta, piena e precisa del corpo.

MV: Sì, per me la ricerca è costantemente in progress, ogni novità mi porta nuovo interesse e racconto ciò che vivo andando avanti. In “Urlare alla porta” e “L’ombra dei santi” ho usato un proiettore su una parete bianca con forte impatto sul corpo, l’ombra così definita mi era sufficiente al rappresentare un periodo di scetticismo e volendo, rifiuto e contrasto di/per trascendenza e ignoto. Qui la porta diventa negativa, impraticabile, chiusa. Una tappa necessaria, il pedaggio di dolore, nella quale conformarsi all’aureola dei santi è vano, cadendo il misticismo si urla come ritrovandosi ospiti casuali di un pianeta oscuro. Dello stesso periodo il lavoro con i manichini e con gli oggetti. Ho usato cose morte, non vi era nessun tipo d’amore. Somigliante a: Disinfettate le mani, mantenere distanza, indossate mascherine, non respirate.

CG: Tra le opere ce né una in cui i cerchi diventano fori. Con un di qua e un di là, che forse implica un doppio sguardo.

MV: Tutto il lavoro verte sui segni, il segmento, la linea, il cerchio. Quindi li ritrovi in molte opere. “Entaglement” è effettivamente l’interferenza, la relazione tra particelle, spazi, piani, che possono essere anche fisicamente distanti tra loro. Io sono il testimone di varchi di contatto cioè ne ammetto l’esistenza. Sì la corrispondenza del doppio è necessaria, attraverso un varco c’è la relazione, lo scambio con l’altro e altro.

CG: Progetti futuri?

MV: L’ideare progetti mi annoia ma, ragionevolmente, avrei bisogno di curatela per il mio cospicuo e perlopiù ignoto lavoro. Collaborare con te a questa intervista fa parte del progetto. Probabilmente aprirò lo studio/casa a possibili visite su prenotazione. Come sempre guarderò il lavoro indietro, ma andando avanti: con l’inserimento di scultura, assemblaggio, terra cotta ecc, del resto già in ogni performance, e quindi nelle foto, gli oggetti erano presenti.
 

NOTA BIOGRAFICA


MONICA VERDIANI
Monica Verdiani vive e lavora in collina, vicino a Firenze, dove è nata nel 1970. Una volta diplomata all’Istituto Statale d’Arte di porta Romana ha lavorato come grafica pubblicitaria. Per esprimersi ha usato, nel corso del tempo, varie tecniche: disegno, acquerello, tecnica materica, smalti e colori acrilici. Ha partecipato a numerose mostre collettive. Dal 2016, usa il mezzo fotografico.

 

Foto 1.  Monica Verdiani 

Foto 2. “Ricordati di me” 2018 

Foto 3. “Entaglement” 2019 

Foto 4. “L’ombra dei santi” 2020

Foto copertina. “Sagome Limiti” 2016

 

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