PRIMA DANZA POI PENSA – La riflessione sulla danza della vita

Prima danza, poi pensa (tit. orig. Dance First – BIM Distribuzione) del regista inglese James Marsh (Un uomo tra le Torri, La teoria del tutto) è un viaggio di riflessione sulle relazioni fondamentali della vita di Samuel Beckett (1906, Foxrock, Dublino – 1989, Parigi).
Il titolo è tratto dal dramma Aspettando Godot (1948-49), probabilmente l’opera più nota del drammaturgo e scrittore irlandese: Estragon suggerisce che Pozzo balli prima e pensi successivamente; Pozzo concorda, commentando che non c’è nulla di più semplice, poiché questo è l’ordine naturale: ballare prima e pensare dopo.

PRIMA DANZA POI PENSA – trama

Il film si apre con Beckett (Gabriel Byrne) e sua moglie Suzanne Déchevaux-Dumesnil (Sandrine Bonnaire) allo Stadhuset di Stoccolma dove il drammaturgo viene proclamato vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1969. La sua reazione “Quelle catastrophe!” (Che catastrofe!) – in realtà attribuita alla moglie – è seguita da Beckett che invece di pronunciare il rituale discorso, dopo aver ritirato l’assegno, sale la scala laterale del palco per giungere in un ambiente scarno e primordiale nel quale incontra il suo alter ego – sempre Byrne – con il quale inizia un dialogo per stabilire chi maggiormente meriterebbe i soldi del premio.

 La riflessione sulla scelta diventa il dialogo interiore di Beckett con la propria coscienza disincantata e ironica, in un viaggio a ritroso nel suo passato – più precisamente, “a journey through your shame” (un viaggio attraverso la tua vergogna, i tuoi peccati) – attraverso cinque relazioni importanti, ed altrettante secondarie, della sua vita, dalle quali si può evincere l’origine della visione dell’artista sulla condizione umana di disperazione, desolazione e solitudine. 

Le cinque relazioni di Beckett

La danza inizia con la prima relazione importante di un essere umano. L’aspra conflittualità con la madre (Lisa Dwyer Hogg) dispotica è compensata da una intesa amorevole con il padre (Barry O’Connor), che in punto di morte lo esorta a lottare: “Fight fight fight!” (dalla lettera a Thomas McGreevy, 2 luglio 1933). 

La seconda relazione importante è quella, quasi imposta per via di un’altra madre, Nora (Bronagh Gallagher), con l’esuberante Lucia (Gráinne Good), figlia dello scrittore connazionale James Joyce (Aidan Gillen). Arrivato a Parigi Beckett inizia ad insegnare all’École normale e successivamente diventa l’assistente di Joyce. L’entrata nel mondo domestico di Joyce sembra aprirgli porte che non lo interessano e che infine si vede costretto a chiudere dietro di sé alquanto bruscamente.

Con l’amico ebreo, ex compagno di studi al Trinity College di Dublino, Alfredo Perón, Alfy, (Robert Aramayo) vive a Parigi giornate di complicità e spensieratezza che però terminano con l’arrivo della guerra e la deportazione di Alfy in campo di concentramento. Il senso di colpa derivato dalla perdita dell’amico non è in realtà spiegato nel film.

In quel periodo Beckett viene accoltellato da un mezzano e durante il ricovero in ospedale incontra Suzanne (Léonie Lojkine). Con lei Beckett vive un periodo di complicità nella lotta partigiana – per la quale riceverà la Croix de Guerre e la Médaille de la Reconnaissance Française – nella fuga e nella latitanza. Dopo la guerra continuerà a vivere a Parigi con lei che diventerà il suo agente letterario. E sarà proprio Suzanne ad organizzare un’intervista a Londra con la produttrice della BBC Barbara Bray (Maxine Peake), con la quale il drammaturgo avrà una relazione sentimentale che influenzerà il lavoro Play del 1961: proprio alla prima di Londra le due donne si troveranno faccia a faccia. 

Beckett ed il matrimonio con Suzanne

Il matrimonio con Suzanne nel 1961 – che Beckett giustifica con l’intenzione di tutelarla finanziariamente e passarle il diritto alle royalties in caso di morte – non ha nulla di romantico: i due sembrano più compagni di lotta e amici che condividono una vita quieta, regolare e schiva, al di fuori dell’attenzione dei media e del pubblico. Da qui, quel “Quelle catastrophe!”, che incapsula il terrore dell’uscita dall’ombra che permette riflessione e otium produttivo. 

PRIMA DANZA POI PENSA – SCENEGGIATURA DI NEIL FORSYTH

In questo spirito di scarsità di parole, lo sceneggiatore scozzese Neil Forsyth ci racconta egregiamente la vita di un genio della letteratura; lo stesso riesce al direttore della fotografia, l’italiano Antonio Paladino, che alterna un intenso bianco e nero, a colori tenui, quasi silenziosi; nella precisa duplice performance di Gabriel Byrne viene alimentato il dialogo con la propria coscienza – tra senso di colpa e rassegnazione, vittimismo ed ironia, dramma e farsa, sempre in bilico e tensione, in una lotta senza tempo che diventa modus operandi, modus vivendi, e che non contempla alcuna vittoria: 

“Io e te, Sam, non siamo fatti per la vittoria. Dobbiamo combattere. Dunque ritiriamoci dalla vittoria. Per favore, non farci vincere” (“You and I, Sam, we are not made for victory. We need to fight. So let us retreat from victory. Please don’t let us win.”). 

Beckett: la vita e le opere raccontate da Marsh

In tutto ciò il regista James Marsh fa vivere l’opera di Beckett, all’interno della sua visione della vita di Beckett: un artista lascia segni di sé dappertutto, e fa naturalmente – spesso inconsapevolmente – trasudare nelle proprie opere la sua vita interiore, ragionata o istintiva, espansa o distillata, rumorosa o quieta. 

Marsh – invece di concentrarsi sulle opere di Beckett, in un’analisi distaccata o critica, sul drammaturgo che ha elevato la miseria della condizione umana e al quale per questo preciso motivo è stato assegnato il Premio Nobel – ci consegna un artista che riflette sulla propria vita prima di morire e tornare a volare come l’aquilone che tanto amava da bambino: l’arte non è MAI separata dalla vita. L’arte è vita vissuta o vivente. Chi andrà a vedere questo film si aspetti una prospettiva poetica e pacata, matura e coraggiosa, il dramma umano di un grande artista della scrittura.

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