VIVIAN MAIER. UNA FOTOGRAFA RITOVATA @ Museo Roma in Trastevere: salvata dall’oscurità 

Una donna dalla vita misteriosa, una valigia piena di ricordi, un uomo  che per caso ne entra in possesso scoprendo un tesoro… sembra la trama di un film e per un certo punto di vista lo è! E’ la vita di VIVIAN MAIER. UNA FOTOGRAFA RITROVATA, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro, prodotta da diChroma Photography, realizzata da Fondazione Forma per la Fotografia che il Museo di Roma in Trastevere celebra nelle sue sale dal 17 Marzo al 18 Giugno; in mostra 120 fotografie realizzate in bianco e nero tra gli anno 50 e 60, una piccola selezione a colori degli anni 70 e dei filmati in super 8 che raccontano come entrasse in contatto con i suoi soggetti.

Quando sono venuta a conoscenza, diversi anni fa, della figura di Vivian non potevo che rimanerne affascinata: la tata, che per passione fotografa, senza aver mai esposto una immagine, e ho scoperto la sua storia…

Vivian Maier nasce a New York nel 1926, da madre francese e padre austriaco e cresce in Francia dopo il divorzio dei genitori, insieme ad una mica della madre, Jeanne Bertrand, importante fotografa, che la avvicina alla fotografia, sia a lei che alla madre. Rientra in America e di fatto passerà il resto della sua vita a fare la tata per famiglie borghesi americane, a Ney York, Chicago e Los Angels, portando sempre con se la sua Rolleiflex e fotografando quasi ossessivamente ogni aspetto della sua vita ma senza mai mostrarlo a nessuno. Un lavoro, quello della tata, deciso volontariamente, perchè l'unico che le concedesse insieme alla sua indipendenza, la libertà di vivere all’aperto ed immortalare ogni fotogramma.
L’aspetto straordinario avviene nel momento in cui, a causa di difficoltà economiche, le casse con i suoi averi, custoditi in un deposito, vengono messi all’asta e John Maloof, nel 2007, che svolgeva una ricerca sulla città di Chicago per un libro, acquistò i suoi beni trovando il tesoro che nascondeva. Passò gli anni successivi a sviluppare, catalogare e divulgare il lavoro di una vita arrivando ad archiviare oltre 150.000 negativi e 3.000 stampe; cercò di rintracciare la donna protagonista e autrice delle foto senza di fatto riuscire a trovarla prima della sua morte nel 2009. Riuscì ad elevarla al meritato valore grazie anche al riscontro che ottenne dalla rete pubblicando degli album fotografici, culminando il suo lavoro con il documenatario Alla ricerca di Vivian Maier (Finding Vivian Maier),  film del 2013 diretto dallo stesso John Maloof e Charlie Siskel che fu anche candidato agli Oscar nel 2015. Una riflessione che mi viene da fare è come l’artista che fotografa la vita reale in tempi non sospetti, sia poi diventata un simbolo e riconosciuta tale ancor prima che dalle istituzioni proprio alla strada, che l’ha riconosciuta tale.

Guardare le sue foto è entrare nel suo mondo, fatto di “cose” e “persone” normali, considerata per questo  a tutti gli effetti una delle prime autrici della street photography. Le sue immagini sono scorci di vita vera, la sua, sia che in essa ne facciamo parte i bambini con cui ha lavorato una vita, che le zone delle città più povere in cui faceva lunghi viaggi alla scoperta di quei volti e quelle vita poi non così lontano da lei. E poi lei stessa, un susseguirsi di ritratti, quasi sempre celati come ombre o riflessi deformati in specchi e vetrine.

 

E’ un avvicendamento di piccole mani, piedi, riflessi di vetrine, particolari di giovani, anziani, bambini che si mostrano in tutte le loro odierne imperfezioni. Il suo sguardo triste, severo, donna dalla fisicità importante che non la faceva passare inosservata, che immagino sorridere quando ritrae i “suoi” bambini che fanno i capricci o che stringono le loro piccole mani in quelle accoglienti della mamma.

 

Quando si relazione con le bellissime donne per le quali lavora, o quel mondo luccicoso e patinato che la circonda, cambia tutto… è più distante, fredda, quasi solo tecnica senza sentimento… per poi tornare al suo mondo dove alla fine lei è la protagonista.

 

Nessuno sapeva della sua passione anche se non si separava mai dalla sua Rolleiflex, inverosimile ma è il risultato del suo volere. Il suo innato senso dell’inquadratura, il controllo della luce e dell’ambiente: il grande senso dell’umorismo che si scontra con le tragedie che inquadra. E tutto spesso di nascosto dato che la sua macchina le permetteva di fotografare , avendo l’obbiettivo in verticale, senza essere vista se voleva (molte immagini sono prese dal basso in un senso di irreale grandezza).
Le sue immagini sono senza titolo, si distinguono solo per la città in cui le ha scattate e di conseguenza il periodo, a riprova che non lo abbia mai catalogato pensando di farlo diventare pubblico.

 

Una riservatezza estrema che gli impedì di portare fino in fondo il lavoro che amava, una sola volta in una lettera chiese ad uno studio fotografico francese consigli per poter pubblicare le sue foto; nel contempo era una collezionista compulsiva di ricordi e questo ci ha permesso di non perderla, anche se solo dopo la sua morte. Forse per una personalità come la sua è l’unico compromesso che avrebbe accettato e che consciamente ha effettuato: lasciare ai posteri il lavoro di una vita in cui leggere quello che il mondo ci raccontava e di “riflesso”, come nei suoi amati specchi,  la storia della sua vita, quasi a ripagare quel forzato silenzio in cui si era ostinatamente rinchiusa.

 La sezione a colori sicuramente è quella forse meno espressiva, se così si può definire, non regge il confronto della vita in bianco e nero, tranne una piccola foto: l’ennesimo autoritratto, fatto quando ormai comincia la sua vecchiaia e il suo declino… un autoritratto, ma questa volta si è talmente tanto allontanata dalla realtà da ritrarre solo i suoi abiti ben composti su di un piano ma senza lei dentro.

Ed infine una immagine dove lei è ritratta, la sua immagine riflessa in uno specchio dietro una vetrina, bellissima con il suo cappello bianco ed io, immortalando la sua immagine, entro nella foto in un infinito fotografico dove tutti noi, alla fine, siamo protagonisti.

 

La mostra è accompagnata da un libro VIVIAN MAIER. FOTOGRAFA pubblicato da CONTRASTO.

 

 

Foto Credit:
Foto copetina: libro VIVIAN MAIER Fotografa A cura di John Maloof Prefazione di Goeff Dyer
Foto 1: Senza titolo, Autoritratto, senza data. © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.
Foto 2: Senza titolo, senza data.
© Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.
Foto 3: Senza titolo, 1962. © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.
Foto 4: Florida, 9 gennaio 1957. © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.
Foto 5: New York, 1954. © Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York.

INFO:

VIVIAN MAIER
Museo di Roma in Trastevere

Dal 17 marzo al 18 giugno 2017
Da martedì a domenica ore 10.00 – 20.00
Chiuso lunedì
La biglietteria chiude un'ora prima

Promossa da: Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali Fondazione Forma per la Fotografia
Prodotta da: diChroma Photography
A cura di: Anne Morin e Alessandra Mauro
Realizzata da: Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con Zètema Progetto Cultura
Catalogo: Contrasto
Con la collaborazione di MasterCard Priceless Rome
Media Partner Il Messaggero

Informazioni Tel. +39 060608 (tutti i giorni ore 9.00-21.00)

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