SUOMINGORGO, PART II: SASHA HUBER, radici e memoria storica

Sasha Huber, nata a Zurigo nel 1975, è un’artista svizzero-haitiana che vive e lavora a Helsinki. Il suo lavoro è incentrato su tematiche storiche e politiche come il colonialismo e la sua violenza intrinseca, il razzismo, l’appartenenza alle proprie radici, la memoria storica. È membro del comitato transatlantico “Smontiamo Louis Agassiz” (“Demounting Louis Agassiz”), che si batte per rinominare i luoghi che portano il nome del glaciologo svizzero, tristemente noto, al di là dei suoi meriti scientifici, anche per le sue teorie razziste. Tra gli altri mezzi espressivi, come la fotografia, le videoinstallazioni e le performance, Sasha Huber realizza opere utilizzando una pistola sparapunti. I punti metallici danno l’impressione di essere stati “sparati” da un’arma, evocando così in maniera forte il tema della violenza e delle sue vittime. Nell’ambito delle opere realizzate con i punti metallici, l’artista ha progettato una serie di lavori chiamata The Firsts, in cui vengono ritratte alcune tra le prime persone nere ad aver raggiunto un obiettivo di qualche tipo: ad esempio il primo parlamentare nero in Finlandia (Jani Toivola) o il primo nero ospite nel piccolo paesino di Leukerbad sulle Alpi svizzere (lo scrittore statunitense James Baldwin). Al Museo MACRO di Roma, Sasha Huber ha realizzato un’altra opera della serie The Firsts, ritraendo Edmonia Lewis, scultrice haitiano-ojibwa (popolo nativo-americano), che trascorse gran parte della sua vita a Roma. Il lavoro è stato eseguito con la pistola sparapunti, in una performance creativa pubblica, durata dal 24 al 29 settembre 2019.

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Paola Brigaglia: La tua arte ha un potente significato politico e vuole comunicare un messaggio profondo. Credi che ci sia differenza tra un’arte che contiene un punto di vista forte riguardo a qualcosa e un’arte che esprime concetti meno definiti? È possibile che la prima lasci meno spazio all’immaginazione dell’osservatore e a una sua elaborazione personale?

Sasha Huber: L’osservatore riceve certamente diverse impressioni. Credo che i lavori politici diano da pensare, lascino le persone turbate e stupite. Per me fare arte politica è sempre stato un modo per dare un senso al mondo in cui viviamo e per aiutare a comprenderlo. L’altro approccio lascia spazio alla propria interpretazione e l’opera verrà letta in modo differente a seconda delle esperienze avute nella propria vita. Comunque, ognuno di noi è diverso e vede l’arte a modo suo. Una volta che un’opera è lì fuori nel mondo, bisogna lasciarla andare e farle avere una vita propria. 

PB: Hai la sensazione che la tua arte sia percepita in modo diverso nei diversi continenti e parti del mondo in cui ti sei trovata a viaggiare?

SH: I temi di cui mi occupo sono, direi, universali e possono essere presentati ovunque, in quanto la maggioranza dei paesi è stata coinvolta, per esempio, nel colonialismo. È una parte della storia che metto in discussione e che decostruisco regolarmente. Detto ciò, ho l’impressione che ovunque io abbia esposto le mie opere, l’interesse verso queste scomode tematiche storiche sia forte e che, nel frattempo, sia anche cresciuto, da quando ho cominciato a lavorarci nei primi anni 2000.

PB: Molti dei tuoi lavori sono realizzati con dei punti metallici. L’effetto è molto bello e hanno un forte impatto visivo. Come hai sviluppato l’idea di usare una sparapunti?

SH: Ho avuto l’idea di lavorare sul serio con la sparapunti durante il mio master a Helsinki nei primi anni 2000. All’inizio l’ho soltanto provata e testata per vedere se poteva funzionare. Ho subito realizzato che è come un’arma. Il suono di quando spara, il suo peso, le protezioni per gli occhi e le orecchie che si devono indossare mi hanno reso chiaro che questa percezione andava sviluppata e che i miei lavori dovevano riferirsi a questo simbolismo di trauma e violenza.

PB: Come è stato lavorare al Museo MACRO di Roma? Qual è stata la parte migliore di questa esperienza?

SH: È stata la prima volta in cui ho creato un’opera con la sparapunti in uno spazio pubblico. Per questa ragione è stata un’esperienza interessante, perché ha portato qualcosa di nuovo nella mia pratica. Il lavoro che svolgo in solitudine nel mio studio, senza pubblico, è come una lunga performance che accompagna tutta la mia vita. Ho usato questo allestimento del MACRO come un’occasione per documentare questo mio nuovo lavoro in stop-motion, con l’aiuto di mio marito, l’artista Petri Saarikko. Era da tempo che volevo realizzare un video, così e mi è sembrata un’ottima opportunità. Ho anche apprezzato molto lo scambio diretto con il pubblico, il feedback immediato e la possibilità di parlare subito dell’opera in corso. Uno scambio del genere di solito non avviene mai, se non durante l’inaugurazione di una mostra, perché dopo l’opera rimane sola nello spazio museale e a quel punto è raro ricevere dei feedback.

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Paola Brigaglia: Your art has a powerful political meaning and wants to share a deep message. Do you think there is a difference between art that contains a strong point of view about something and art that expresses less defined concepts? Could the first one be more likely to leave the observer less space for personal imagination and elaboration?

Sasha Huber: The viewer is surely taking away different impressions. Political works, I believe, invite people to
think, and may leave them disturbed and surprised. For me to create political art has always been a way to
make sense of the world we live in, to understand it. The other approach leaves space for one's own
interpretation and will be read differently depending on one's own experiences made earlier in
life. Anyhow every person is different and looks at art in their own way. Once the work is out there
in the world, one has to let it go and let the work have a life of its own.

PB: Do you feel your art is perceived in a different way in the different continents and parts of the world you have travelled to?

SH: The themes I’m engaging in are quite universal and can be presented anywhere as most of the countries have been involved in colonialism, for instance, which is a history I am challenging and disrupting regularly. That said, I have the impression that there is a strong interest wherever my work is shown, which has increased over time since I first started to work on these themes of uncomfortable history in the early 2000s.

PB: Many of your works are made with staples. They are stunning and make a mighty impression when looking at them. How did you develop the idea of using a staple gun?

SH: I had the idea to work with the staple gun as a serious medium during my master studies in Helsinki in early 2000. At the start, I just tried it out and made some tests to see if it could work at all. Immediately I realized that it is a weapon. The sounds of the staple shots, the weight of the gun, the ear and eye protection I had to wear made it clear that I could not just visualize whatever in this way. The works had to relate to this symbolism of trauma and violence.

PB: What was it like to work at MACRO Museum in Rome? What was the best part of this experience?

SH: It was the first time I created a stapled artwork in the public space. It was, for this reason, an interesting experience as it brought something new to my practice. The work I usually do in solitude in my studio, without the audience, is like a durational life performance. I took this setup within MACRO as an occasion to document the making of this new artwork in stop-motion with the help of my artist husband Petri Saarikko, who accompanied me for some days. I have been keen to do such video work for a long time and this seemed a great opportunity. What I appreciated also very much was the first-hand exchange with the audience and to get instant feedback, which gave the possibility to speak about the work. Such an exchange never happens, except perhaps at the exhibition opening, because after that the work is, so to say, alone in the museum space and at that point it is rare for me to receive feedback.

🇫🇮

Paola Brigaglia: Taiteellasi on voimakas poliittinen merkitys ja se haluaa välittää syvällisen viestin. Uskotko, että on eroa taiteella, jossa on vahva näkemys jostakin, ja taiteella, joka ilmaisee määrittelemättömämpiä konsepteja? Jättääkö ensimmäinen vähemmän tilaa katsojan mielikuvitukselle ja henkilökohtaiselle tulkinnalle?

Sasha Huber: Katsoja saa varmasti erilaisia vaikutelmia. Uskon, että poliittiset työt antavat aihetta pohdintaan, ehkä vaivaten ja yllättäen ihmisiä. Minulle poliittinen taide on aina ollut tapa jäsentää maailmaa jossa elämme ja auttaa ymmärtämään sitä. Toinen lähestymistapa jättää tilaa katsojan omalle tulkinnalle ja teosta luetaan eri tavalla jokaisen omiin kokemuksiin pohjautuen. Joka tapauksessa, jokainen meistä on erilainen ja näkee taiteen tavallaan. Kun teos on esillä, tulee se vapauttaa ja antaa elää elämäänsä.

PB: Tuntuuko sinusta, että taiteesi käsitetään eri tavalla niissä maailmankolkissa, joissa olet matkustanut?

SH: Käyttämäni teemat ovat aika universaaleja ja niitä voidaan esittää missä tahansa, esimerkiksi suurimmalla osalla maista on yhteys kolonialismiin. Kyseenalaistan ja pilkon historiaa jatkuvasti. Tämän sanottuani, minusta vaikuttaa, että työni kiinnostaa missä tahansa sitä näytetäänkin. Kiinnostus on myös lisääntynyt ajan kanssa siitä kun aloin käsitellä näitä häiritseviä historian teemoja 2000-luvun alussa.

PB: Monet teoksistasi on tehty niiteillä. Ne ovat tyrmääjiä ja vaikuttavia katsoa. Miten päädyit käyttämään niittipyssyä?

SH: Sain idean käyttää niittipyssyä vakavasti työvälineenä tehdessäni maisterin tutkintoa Helsingissä 2000-luvun alussa. Aluksi vain leikin sillä ja tein kokeita käsittääkseni voisiko sitä ollenkaan käyttää. Ymmärsin välittömästi, että se on ase. Niittien ampumisääni, pyssyn paino, kuulo- ja näkösuojaimet, joita minun oli käytettävä, tarkoittivat, etten voinut toteuttaa mitä tahansa tällä tavoin. Töiden oli oltava yhteydessä trauman ja väkivallan symbolismiin.

PB: Millaista oli työskennellä Macro Museumissa Roomassa? Mikä oli tämän kokemuksen paras osa?

SH: Se oli ensimmäinen kerta, kun loin niittiteoksen niin sanotussa julkisessa tilassa. Tästä syystä se oli mielenkiintoinen kokemus, koska se toi jotakin uutta toimintatapaani. Työ, jota yleensä teen yksin studiossani ilman yleisöä, oli kuin performanssitaidetta. Otin tämän Macron tehtävän tilaisuutena dokumentoida tämän uuden taideteoksen stop-motion -tekniikalla aviomieheni taiteilija Petri Saarikon avustuksella. Minua on kiinnostanut vastaava videotyö jo pidemmän aikaa ja tämä oli mahtava tilaisuus. Arvostin erityisesti ensikäden kosketusta yleisön kanssa ja välitöntä palautetta, joka antoi mahdollisuuden puhua teoksesta. Tällaista vaihtoa ei yleensä tapahdu, jollei näyttelyn avajaisissa, koska avajaisten jälkeen työ on niin sanotusti yksin museotilassa ja siitä saa harvemmin suoraa palautetta.

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