Performance art: intervista a Paola Fatelli

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Intervista a Paola Fatelli
Daniela Beltrani
14 giugno 2021

Introduzione

La performance art è un’arte ancora poco conosciuta ed apprezzata a Roma, nonostante abbia una storia alquanto lunga e che – secondo la storica dell’arte RoseLee Goldberg direttore e fondatore di Performa a New York City – affonda le radici nel Futurismo e Dadaismo.

La performance art elude una definizione che possa includere tutte le manifestazioni e pratiche artistiche individuali, al punto che viene semplicemente descritta come “live art by artists” (RoseLee Goldberg, Performance: Live Art from 1909 to the Present, 1979), cioè arte dal vivo, di artisti.

In uno spazio ed un tempo definiti e condivisi tra artista e pubblico, l’azione diventa arte che si esaurisce con la fine della performance. In ciò è simile alla nostra vita: non può essere “catturata” come non possono essere catturati gli attimi che la compongono. Una volta vissuti, ne può rimanere un ricordo nella nostra memoria che con il tempo si sbiadisce; un oggetto (relic) che evoca; una fotografia, forse anche un video, che testimoniano: ma né ricordo né oggetto né fotografia né video “sono” la performance (Peggy Phelan, Unmarked: The Politics of Performance, 1993).

La maniera migliore per avere un’idea di come la performance art viene praticata è quella di assistere ad uno dei festival che in tutto il mondo gli stessi artisti organizzano. Dal 2011 ho iniziato a studiare e praticare performance art con artisti quali Andrea Pagnes e Verena Stenke, Arahmaiani, Marilyn Arsem, Melati Suryodarmo, Sinead O’Donnell, a Singapore e nel sudest asiatico. Prima dell’arrivo della pandemia COVID-19, ho viaggiato per il mondo presentando le mie performances in contesti disparati in Iran, Filippine, Finlandia, India, Birmania, Indonesia, Cina, Messico, Turchia, etc… confrontandomi con altri artisti, altre pratiche, altri spettatori, altre culture

Nel saggio Art into Action: Performance Art Festivals in Asia (2010), il curatore e storico dell’arte Thomas Berghuis presenta una serie di festival di performance art significativi nella storia dell’arte dell’Asia. La varietà di artisti, contesti, pubblico, materiali e modalità offre un’ampio spettro attraverso il quale conoscere ed apprezzare la performance art.

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Daniela Beltrani. Ciao Paola e piacere di incontrarti di persona. Sono stata molto contenta di ricevere il tuo messaggio sulla pagina Instagram di Performance Art Rome, la piattaforma che ho fondato per la promozione, ricerca e pratica di performance art per Roma. Cosa ti ha spinto a scrivermi?

Paola Fatelli. Ciao Daniela, anche per me è un piacere incontrarti. Vedere una piattaforma che si occupa di performance art a Roma mi ha colpita.

Daniela Beltrani. Cosa pensi della scena artistica di Roma? Cosa manca a Roma nel contesto artistico in generale, ed in particolare in quello della pratica di performance art?

Paola Fatelli. Penso che la performance art a Roma non sia molto diffusa. Vi sono delle eccezioni, mi è capitato di assistere a performance in musei, ma sempre all’interno di eventi che comprendevano altre forme artistiche. Credo che si possa fare molto. Nella mia vita ho sempre pensato che le persone abbiano solo bisogno di venire a conoscenza di tutto quello che c’è oltre a quello a cui assistiamo sempre, come le mostre di arte visuale, concerti, spettacoli, ecc… Credo che Roma abbia bisogno di un festival di performance art, itinerante, gratuito, dove chiunque possa avvicinarsi per sperimentare e assistere e diventare magari co-creatore.

Daniela Beltrani. Qual’è la tua formazione artistica? Quali sono i suoi lati positivi che hai portato con te nel tuo percorso e nella tua attuale pratica, e quelli “negativi” che invece hai abbandonato? 

Paola Fatelli. Ho una formazione classica, pianoforte e canto lirico al Conservatorio. Contemporaneamente la mia curiosità mi ha portata a studiare il canto sotto vari aspetti di sperimentazione, ad ascoltare vari generi di musica. Ho fatto parte di band e cori polifonici; ho avuto la fortuna di cantare dalla musica sacra a quella contemporanea. Mi sono avvicinata al jazz che mi ha fatto scoprire l’improvvisazione. Contemporaneamente componevo musica e realizzavo installazioni. Pian piano ho elaborato il concetto di musica, ed ho capito che per me la musica era un “mezzo” e non un fine. La musica, cioè l’insieme di suoni, crea strutture tridimensionali, è un mezzo di rappresentazione del tempo. Le mie PAP, Performance Ambientali Partecipative, rappresentano tutto questo, l’ambiente nel momento della performance art nel quale è racchiuso l’istante che comprende situazioni, persone, cose.

La mia formazione classica è stata fondamentale per andare in profondità, capire meglio la musica, ma poi ho dovuto separarmi dalla visione accademica, perché sentivo l’esigenza di scoprire altro e farlo nella mia modalità. Il rigore e la disciplina necessari per arrivare a livelli alti di esecuzione musicale, li ho abbandonati un po’ alla volta.

Daniela Beltrani. Ci descrivi la tua performance migliore, quella di maggior successo, attraverso la quale vorrei veder emergere il parametro secondo il quale giudichi le tue performance? Cosa è importante per Paola nella presentazione delle sue performances?

Paola Fatelli. La performance più importante è sicuramente quella realizzata al MacroAsilo, “La performance dei modi sottili“ insieme al mio compagno, artista anche lui, Massimo Sammarco. Questa performance è stata uno “Stargate”, un insieme di arti che hanno creato azioni di grande impatto, che rimandano al mondo del conscio e del subconscio, studiate per compenetrare il messaggio verbale e il messaggio subliminale. Il tutto con l’aiuto del messaggio del corpo che si compenetra con la musica. Ha richiesto una grande preparazione, e ci ha donato una grande emozione, la stessa che abbiamo avvertito nel publico presente. È sicuramente la performance che fino ad ora ci ha entusiasmati per il luogo che ci ha ospitati, per le emozioni che sono emerse fra noi ed il pubblico-performer. Fondamentale per me è emozionare le persone, condividere e rendere compartecipi.

Daniela Beltrani. Ci descrivi anche la tua performance “peggiore”? Se dovessi rifarla, cambieresti qualcosa, e – in caso positivo – cosa?

Paola Fatelli. Non c’è stata una performance peggiore ma neanche una migliore, per me è importante creare un “Ambiente” dove si possa sperimentare, riflettere, e ci si possa emozionare, ogni azione è a sé, scaturisce dal momento e rappresenta la sua unicità. Questo mio pensiero riguarda le performance in generale.

Daniela Beltrani. Quali sono i canali, i contesti attraverso i quali presenti le tue performances?

Paola Fatelli. Prediligo gli ambienti esterni reali, dove si possono incontrare le persone. Prima dell’insorgere della pandemia, i luoghi. Successivamente, mi sono interrogata, come tutti, sulle modalità per realizzare le performance ed ho scelto la rete: io e il mio compagno abbiamo realizzato dirette sui social attraverso le quali il pubblico potesse interagire.

Daniela Beltrani. Dove potremo trovare Paola Fatelli in modalità performance? Stai lavorando a qualche progetto? O parteciperai a qualche programma nell’immediato futuro?

Paola Fatelli. Prima della pandemia, i miei luoghi erano frequentemente le gallerie. Nel corso della pandemia, ho realizzato delle performance in diretta su Facebook con il contributo delle persone che seguivano: è stato un esperimento molto interessante. Ora sto lavorando alla realizzazione di una performance che vorrei fosse itinerante, nella mia città, Roma.

 

INFO

PAOLA FATELLI www.sonoratmosfere.it

PERFORMANCE ART ROME www.performanceartrome.art

DANIELA BELTRANI www.danielabeltrani.art

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