Persiana di origine ma naturalizzata francese, YASMINA REZA è autrice pluripremiata di testi drammaturgici tra i più rappresentati degli anni a cavallo degli ultimi secoli. Recentemente sono sbarcati in Toscana due dei testi più iconici e premiati della sua produzione: al Politeama Pratese abbiamo assistito alla replica di ART, pièce del 1994 per la regia di Michele Riondino, anche sul palco insieme a Daniele Parisi e Michele Sinisi (prossimamente a Roma e a Pisa) mentre al Nuovo Rifredi di Firenze è tornato in scena LE DIEU DU CARNAGE (già recensito in un testo da qui tratto) per la regia di Antonio Zavatteri (fino al 20 febbraio a L’Aquila), pezzo reso celebre anche dalla trasposizione cinematografica di Roman Polanski. Un’occasione di confronto e di riflessione di cui non potevamo non approfittare, per un’autrice i cui testi sono stati diretti ed interpretati da grandi del teatro e del cinema, da Ralph Fiennes a Isabelle Huppert.
Contenuti
L’eterna lotta tra natura sociale ed istinto nei testi di YASMINA REZA

“Perché non si può vivere con leggerezza?”. E’ proprio nel testo di Carnage che sembra racchiudersi l’essenza di una domanda senza risposta. In un universo sociale nel quale l’essere umano è inserito per sua natura in quanto animale sociale, le dinamiche relazionali costituiscono il fulcro della convivenza, il marchio in grado di determinare la nostra capacità di impostare la vita nel senso dell’autenticità, privandosi di infingimenti ed ipocrisie. Che siano gli amici di una vita in ART oppure le coppie di genitori sempre in scena per CARNAGE, i benpensanti costrutti interpersonali fatti di cortesie e di etichetta sono destinati a cedere al peso di quegli istinti che riportano sempre la natura ad esprimersi con prepotenza, laddove non conduce su un percorso patologico. Ma è proprio nella prorompenza della natura che si possono ricostruire solide basi di convivenza e di costruttività per aprirci alla speranza di un universo sociale più giusto, più equo e più umano.
All’essenza dell’uomo, animale sociale senza artifici
In entrambi i testi firmati da Yasmina Reza ed in entrambi gli allestimenti, la struttura drammaturgica si ripete sempre la stessa: il pretesto destinato a rompere gli equilibri si fa spazio immediatamente, vero protagonista che, con la sua subdola ma costante presenza, non lascia spazio ad alcuna presentazione del contesto di partenza. In fondo non serve dire quanto siano amici i protagonisti di ART oppure quanto siano gentili i genitori di Ferdinand, decisi a scusarsi con i genitori di Bruno che è stato bastonato fuori da scuola proprio da Ferdinand. Il plot deve spingersi da subito sotto la scorza artificiosa delle buone maniere, seppur sempre mai giudicate o messe alla gogna. Non tanto la volontà di infrangerle, quindi, ma l’istinto costruisce la cesura dalla quale scaturiscono poi gli eventi: è l’incredulità irriverente di Mark, incapace di pensare che l’amico Serge abbia pagato 200 milioni per una tela bianca, oppure l’incapacità dei genitori dei due ragazzi di comprendere le ragioni dell’altro, perché in fondo troppo concentrati sui problemi dentro loro stessi. Il contesto si costruisce passo dopo passo ed è completamente immaginato, un castello in aria come lo sono le relazioni tra i personaggi, mai davvero consolidate o consolidabili.
Dal salotto borghese la distruzione delle relazioni

Non c’è infatti nessun cambio scena negli allestimenti cui abbiamo assistito: in entrambi è un anonimo salotto borghese – non a caso – l’unico spazio in cui le relazioni vengono minate, decomposte e semmai ridefinite, e dove l’arte a suo modo è comunque protagonista: sia per la tela bianca sia per il Bacon appeso alla parete o per il raro catalogo di Kokoschka sul tavolino. La luce bianca, fissa, a tratti modulata, seppur immutabilmente, mette i personaggi sotto i riflettori, sotto una lente d’ingrandimento che ci permette di entrare nello spazio scenografico, non coincidente con quello scenico. Una cesura anche stilistica che accentua l’innaturalezza iniziale, senza però mutare seguendo il corso degli eventi che, pur evolvendosi, non lasciano scampo alle dinamiche tra i personaggi e, per trasposizione, tra noi animali sociali. Una matrioska scenica che nel caso di ART è stata accentuata dalla stanza dove la costosa tela bianca è conservata e protetta, dai furti come dai giudizi sarcastici degli amici.
Pieni e vuoti: analogie e differenze dei due testi
In un bilanciamento quasi speculare, i due testi hanno un rapporto antitetico tra silenzi e parole. Mentre ART offre risate e silenzi ricchi di irriverente ma anche autentica eloquenza, i genitori di CARNAGE inondano il pubblico e loro stessi con dialoghi serrati, pressoché ininterrotti dove le parole inizialmente ponderate usciranno ben presto senza freni inibitori dalle bocche di ciascuno, fino ai silenzi che solo sul finale si affacciano, quando ognuno sembra essere rimasto solo con sé stesso. Per la ricomposizione, laddove ci sarà – tra i due testi che distano 10 anni l’uno dall’altro, l’amicizia in fondo sincera di ART regala una speranza che in CARNAGE, più recente, si perde – serve rompere, allontanarsi, ritrovarsi per poi, semmai ricostruire. Tra le coppie le dinamiche porteranno sempre i personaggi ad allearsi e a lasciarsi, seguendo l’onda emotiva e dialettica ma nessun legame sopravvivrà alla mareggiata.
siamo tutti seguaci del Dio del massacro

“Questa merda rispetto a cosa?”. Chi può dire cosa o chi è migliore o peggiore? L’avvocato padre di Bruno, nonostante difenda una casa farmaceutica accusata di produrre un farmaco dagli effetti collaterali gravi, non è magari peggiore della madre di Ferdinand, attivista di cittadinanza planetaria, intellettuale studiosa del Darfur che però antepone egoisticamente le sue ossessioni al malessere di chi le sta accanto, incapace di un cambio di prospettiva. Allo stesso modo Mark non riesce a vestire i panni dell’amico che può aver visto su una tela incontaminata quelle sfumature di senso che gli occhi da soli non consentono di vedere. Non si salva nessuno dei personaggi di Yasmina Reza, pertanto non c’è immedesimazione, non c’è empatia con nessuno di loro, lasciando che il pubblico “vesta” i panni dell’uno o dell’altro seguendo l’ininterrotta onda emotiva che è peculiarità dei due testi. E a tal proposito lasciano un po’ d’amaro gli applausi a scena aperta che al Nuovo Rifredi hanno accompagnato i frangenti più “rabbiosi” come ad accomunare i più, in un unico afflato liberatorio e violento. Ma in fondo tutti crediamo un po’ nel Dio del massacro le cui leggi di natura ci governano, volente o nolente.
ART – CREDITS
di Yasmina Reza
diretto e interpretato da Michele Riondino
e con Daniele Parisi e Michele Sinisi
produzione Argot Produzioni, in collaborazione con Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per Infinito in coproduzione con Teatro Stabile d’Abruzzo e Fondazione Sipario Toscana onlus
Visto al Teatro Politeama Pratese il 7 febbraio 2026
LE DIEU DU CARNAGE – CREDITS
produzione Teatro Nazionale di Genova
traduzione Laura Frausin Guarino e Ena Marchi
regia Antonio Zavatteri
con Francesca Agostini, Andrea Di Casa, Alessia Giuliani, Antonio Zavatteri
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Anna Missaglia
produzione Teatro Nazionale di Genova
foto Federico Pitto
Visto al Nuovo Rifredi Scena Aperta (Firenze) il 12 febbraio 2026


