Intervista non è una parola italiana o neolatina, è un calco dall’inglese interview che a sua volta ricalca il francese entrevue, da s’entrevoir, che significa «vedersi o incontrarsi brevemente». In italiano il confronto più diretto è con il verbo intravedersi. E questo ultimo confronto mi piace di più della sterile definizione che traduce questo atto filologicamente intimo, sincero, aperto con un colloquio tra un giornalista e un ospite motivato da una casuale assegnazione redazionale. Dov’è lì l’urgenza dell’incontro, dove va a finire il disinteresse di una conversazione gentile e che confini disumani si impongono alle confidenze che possono fiorire davanti a un caffè caldo? La maggior parte delle interviste ormai si conducono davanti a una webcam o condividendo le domande per posta elettronica.
Credo sia d’accordo con me anche Elena Arvigo, che dal 4 al 6 aprile ha presentato al Teatro Argot Studio APPUNTI PER IL FUTURO un lavoro che indaga l’urgenza di questo contatto, proponendo diversi colloqui registrati da Svetlana Aleksijevič e raccolti in diverse opere come Una Battaglia persa, Preghiera per Chernobyl, La guerra non ha volto di donna, Solo l’amore salva dall’ira. In questa occasione più che mai l’Argot è stato “casa” di una emozione condivisa e testimone di un prezioso smantellamento di quel muro che oggi sembra invalicabile tra palco e platea, artista e pubblico.
- Di seguito troverete la recensione di Appunti per il futuro ed un’intervista con Elena Arvigo per riflettere sui contenuti di questo importante studio.
Contenuti
APPUNTI PER IL FUTURO: uno studio in anteprima

Assistere all’anteprima di un allestimento appena nato scenicamente è sempre emozionante, perché il lavoro è ancora vivissimo nella progettualità dell’artista, un minimo incerto nell’esecuzione ma carico di quell’emozione vaga e indefinita e suscettibile al massimo di qualsiasi modifica futura. Un momento unico di condivisione. Se poi si percepisce l’urgenza sincera dell’artista nella trasmissione di un messaggio carico di senso, potrebbero mancare le parole adeguate al recensore fin troppo ben capitato. Questo è il caso di Appunti per il futuro.
In una scenografia elegantissima e curata al minimo dettaglio, in un rapporto intimo e personale con oggetti mai casuali, Elena Arvigo è padrona di una casa non davvero sua ma intimamente personale, abitante di storie di cui si fa voce, senza mai avere la presunzione di interpretare dei personaggi, nella neutralità del suo nero teatrale. Storie di donne sovietiche, protagoniste immeritatamente silenziose di guerre atroci, inenarrabili. Riproponendo storie accuratamente selezionate, l’artista prosegue e amplia uno studio condotto in diversi anni di attività artistica, tra il mito e la storia contemporanea, di cui questo ultimo frutto rappresenta il capitolo metodologico.

Ed ecco che il salotto riproduce l’ambiente di incontro tra la Aleksijevič (Premio Nobel per la letteratura nel 2015) e le sue ospiti, donne sopravvissute alla Seconda Guerra Mondiale e ai terribili danni della Guerra Fredda, che tra caffè e singhiozzi emozionati raccontano esperienze personali autentiche, fuori dal coro da cui le vorrebbero costrette le testimonianze eroiche tramandate dalla propaganda di governi pavidi e disumani e da manuali di storia privi del concetto di “contesto”. Donne che nella guerra hanno trovato l’amore, donne che hanno trovato attimi di felicità e bellezza nell’orrore di Chernobyl, persone sconvolte dalla scoperta della propria umanità, al punto da non trovare mai le parole, come dovessero ricomporre tra le lacrime un mistero difficile.
Appunti per il futuro vede sul palco una Elena Arvigo vestita di una femminilità archetipica, raffinata, l’interprete generosa e di rara intensità di sempre. Con la disinvoltura di chi ha studiato col cuore la materia umana trattata e la preparazione dell’accanita lettrice (così lei stessa si definisce), propone in scena dialoghi, incontri casalinghi, interviste che davvero “intravedono” tra foto e cimeli e propaganda degli spiragli sinceri di autentica dolceamara sofferenza.
INTERVISTA CON ELENA ARVIGO
- Un “intravedersi” con Elena Arvigo per prendere APPUNTI PER IL FUTURO

Uscita dallo spettacolo, cui sono accreditata per una recensione, penso che il modo migliore per rendergli omaggio è un dialogo con l’artista, un’intervista intima che Elena Arvigo (incontrata di persona per la prima volta all’Argot in occasione di questo allestimento) mi concede in una mattina con la dolce trasparenza di una cara amica. Un incontro che spiega i motivi e gli obiettivi di questo lavoro, un “intravedersi” complici nella condivisione di uno stato d’animo, di un’opinione artistica, o nella semplice conferma di intuizioni che avevo presagito a teatro.
Eccola a voi!
S. Sono molto interessata al processo creativo di questo progetto, cosa ti ha portata a tornare su alcuni testi su cui avevi già lavorato?

E. Bella domanda! Il processo creativo prima di essere artistico è umano e ha a che fare con una mia necessità, tra letture e curiosità, per poi concludersi tutto in quell’ora e mezza di spettacolo, e ogni volta è come se tu volessi mettere una cornice a una cosa molto più grande, una cornice che delimita un perimetro di arrivo e in quel perimetro c’è lo spettacolo. Quello della guerra è un argomento che mi interessa, certo, ma forse più che di argomento parlerei di autori, autrici. Anche perché prima di essere un’attrice o una regista, fin da piccola sono sempre stata una mangiatrice di libri, che sicuramente è anche il motivo per cui io non scrivo, facendo mie le parole di grandi autori. Svetlana Aleksijevič per me non solo è un’autrice, è una persona straordinaria che è riuscita in un’operazione impossibile, quella di rendere appunto, come dico anche nello spettacolo, letteratura i ricordi delle persone da lei intervistate, su cui lei fa un lavoro autoriale ed editoriale notevole.
Questo è uno spettacolo che è completamente lontano dai canoni produttivi di oggi, l’ho costruito in poco tempo, ma sono argomenti che mastico dentro il cuore e l’anima da tanti anni, per cui considero questo studio molto maturo. Per me il processo creativo non è qualcosa che alimenti nel momento delle prove, ma fa parte della tua giornata e della tua vita, sempre. Io per esempio ho un rapporto molto forte con gli oggetti, che hanno un effetto “apriti sesamo”, gli oggetti nel momento in cui li tocco o li guardo o li ho con me, aprono dei cassetti, dei microcosmi. Per questo vado per mercati, mercatini, mi perdo nella loro ricerca, come nella ricerca musicale. Molti oggetti non li utilizzo in scena, ma sono dentro al baule e per me è importante averli lì perché mi ricordano, appunto, tutto il percorso creativo.
S. Oltre alla ricerca degli oggetti hai operato un’attenta selezione dei testi, qual è il fil rouge che li lega, oltre al tema bellico?

E. La selezione dei testi è stata ardua, ma alla fine ho optato per l’unità di luogo, concentrandomi sull’Unione Sovietica. Rispetto al fil rouge ti rispondo con l’incipit de Una battaglia persa che è un libricino piccolissimo della Aleksijevič: “Non sono sola, su questo palco… Ho intorno le voci, le centinaia di voci che sono sempre con me”. Per me lo spettacolo è una sorta di taccuino emotivo di testimonianze, concentrando il filo rosso non tanto sulle “piaghe”, come le chiama l’autrice, che i popoli devono subire da parte dei governi, perché non è utile fare la lista delle atrocità come fanno i manuali di storia, bensì ricordare come i sentimenti e anche l’amore possano resistere, di come in quelle circostanze ci si riscopra umani e lo si consideri un mistero inafferrabile persino in una confidenza casalinga fatta davanti a un caffè. Ho sentito l’esigenza personale di ribattere le parole di Aleksijevič, di mettere in scena il suo pensiero. Spesso dimentichiamo che l’opera degli autori è molto legata al loro essere presenti nella Storia. In genere si mette in scena l’opera e basta. Invece, in questa circostanza ho voluto mettere in scena anche lei, infatti il primo monologo dello spettacolo per me è veramente importante perché si capisce da dove nascono queste necessità, la mia di intraprendere la performance e quella dell’autrice. Per lei non era una operazione, era un’urgenza, ha girato per anni l’Unione Sovietica a raccogliere testimonianze di persone sopravvissute alla guerra e alla Storia, perché nella sua testa risuonava una sola domanda: “dov’è finita quella gente, che mondo c’è là sotto?”, rendendo evidente l’inutilità e la demenza dell’evento bellico e di come ogni individuo abbia vissuto in maniera assolutamente personale quell’insensatezza, arrivando spesso anche a dichiarazioni tanto sincere quanto fuori dal coro univoco della propaganda scolastica, che ragiona in termini di dati (parziali) e di governi e popoli vincitori o vinti (spesso confondendo le parole “governo” e “popolo”, che indicano due cose molto diverse e tendiamo a dimenticarlo o a non saperlo).
S. Credo che il pubblico abbia colto perfettamente questa maturità di ricerca e la tua urgenza, seguendo la performance con attenzione e interagendo con te anche in foyer. Qual è stato il feedback del pubblico e quale valore ha per te?

E. Sono molto contenta di questi tre giorni all’Argot, mi hanno restituito moltissimo a livello personale e sono stata felice di vedere il pubblico mai appesantito, ma sempre sorridente. Pur essendo uno spettacolo che tratta argomenti tristi con dati sorprendenti, è però in levare, che è fondamentale perché per me il teatro non può andare a chiudere la speranza. Ho ringraziato il pubblico a fine spettacolo tutte le sere, alla prima replica era naturale e poi ho continuato a ringraziarlo perché ogni sera ho “rinnovato” lo sguardo sullo spettacolo anche insieme al pubblico. Sono stata ispirata recentemente dalla visione di un Gabbiano a Londra con la regia di Ostermeier, che ad un certo punto scardina il testo di Cechov per parlare direttamente al pubblico. Credo (ma è una mia interpretazione) lo abbia fatto perché non si può più perdere l’occasione di parlare direttamente con il pubblico e ho fatto mio questo pensiero. Sono convinta sia importante parlare con le persone che vengono a vederti, non più solo attraverso testi interpretati, perché se io mi dimentico che il teatro si fa in due, e si entra in dinamiche alienanti, io non capisco più di che cosa sto parlando, perdo di vista la mia arte e potrebbe essere allora che la mia arte diventi un semplice spettacolo, non più teatro.
S. Questo progetto si intitola Appunti per il futuro. Abbiamo chiarito il concetto di “appunti”, parlando di questo “taccuino emotivo”, come lo hai descritto tu stessa, che raccoglie esperienze sotto un’egida autoriale da te scrupolosamente curata. Vorrei approfondire il complemento di fine nel titolo, “per il futuro”, qual è la reazione che intendi scaturire nel pubblico, alla luce di questo dialogo intenso che costruisci con esso in scena e in foyer?
E. In un’epoca in cui la provocazione sembra bandita, in cui molto teatro è ammiccante e conciliante con il pubblico, secondo me un artista deve continuare a fare riflettere, a spostare determinate convenzioni e baricentri di pensiero. Con questo lavoro il mio obiettivo è proprio questo, offrire un altro punto di vista su temi triti e ritriti, come quando crescendo capisci che tua madre è anche una donna, lei resta sè stessa, ma la prospettiva è diversa, perché questa consapevolezza rinnova il tuo modo di vederla.

Al termine di una delle repliche un ragazzo mi ha scritto sui social che aveva passato metà dello spettacolo a resistere dal controllare il suo telefono perché non riusciva a credere a quello che aveva sentito, pensava di aver capito male quando ha sentito dei 26 milioni di sovietici deceduti in guerra che menziono all’inizio dello spettacolo, perché è un numero che lui non riteneva possibile, nella sua testa ci sono altri milioni di morti, e sono riuscita a spostare la sua prospettiva dalle vittime preferite dai libri di scuola ad “altre” vittime del medesimo periodo storico. Vorrei alimentare un desiderio di conoscenza, di una informazione precisa e meno generica sulle cose che ci circondano, meno morbosa e affrettata sui giudizi qualunquisti e meno generalista. Mi piacerebbe che una persona che crede di saperne si sposti un po’ dal seminato della sua preparazione, che uscisse mossa emotivamente, sfruttando quell’apertura emotiva per rendersi conto della sua ignoranza, per iniziare a guardare la nostra realtà da una diversa angolazione, più ampia, più complessa e meno propensa ad accettare l’approssimazione mediatica.
APPUNTI PER IL FUTURO – cast e dati artistici e altre recensioni
Di e con Elena Arvigo
Scene: Elena Arvigo in collaborazione con Maria Alessandra Giuri
Luci: Pablo Canella
Elena Arvigo – tutte le recensioni di Gufetto
Dell’artista Gufetto ha recensito:


