La stagione del Metastasio di Prato ha aperto il nuovo anno con ANTONIO E CLEOPATRA, un classico firmato dal celebre Bardo che ha preso forma sulle tavole del teatro pratese con la regia e l’adattamento di Valter Malosti, anche sul palco nel ruolo di Antonio. Insieme a lui anche Anna Della Rosa nei panni della regina suicida mentre intorno si snodano le vicende storico-politiche di una fase chiave della storia antica con la nascita dell’Impero Romano. Molteplici le chiavi di lettura presentate al pubblico, dalla relazione amorosa tra l’eroe e la regina fino alle controversie tra Antonio e i coprotagonisti della storia, passando per una messa in scena che non ha lasciato indifferenti per regia e prestazioni attoriali (recensito su Gufetto anche all’Arena del Sole di Bologna). Un “inganno dell’arte” che a tratti suona come un’occasione non completamente colta. Ecco come è stata percepita dalle nostre redattrici in campo Serena Chiaramonte e Susanna Pietrosanti che confrontano su Gufetto le proprie visioni.
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ANTONIO E CLEOPATRA: il dualismo dell’umano

Serena Chiaramonte (SC): Valter Malosti nel mettere in scena ANTONIO E CLEOPATRA sembra voler portare alle estreme conseguenze la natura bifronte di figure umane e divine che i protagonisti del dramma shakespeariano condividono con i manichini dei quadri di de Chirico. Ce lo suggeriscono non appena si apre il sipario la scenografia di Margherita Palli e il gioco di forti contrasti fra luci ed ombre realizzato da Cesare Accetta, che richiamano alla mente le piazze metafisiche del pittore. L’ambiguità, il dualismo dominano in quest’opera e così Antonio (Valter Malosti) e Cleopatra (Anna Della Rosa) appaiono sul palco su un talamo che è insieme luogo di piacere e monito – si tratta di due sepolcri affiancati – del destino rovinoso che attende i due celebri amanti. Malosti ci suggerisce, inoltre, con forza come in quest’opera la solennità si mescoli al comico e persino al grottesco: Antonio e Cleopatra si presentano a noi quasi come statue viventi, consegnati alla storia ancor prima che questa si compia, eppure Antonio-Malosti fa il suo primo ingresso in scena in vesti di sfarzoso e luccicante giullare. Molti elementi di questa rappresentazione sono nettamente improntati all’eccesso, a partire dalla recitazione dei due amanti fortemente sopra le righe, quasi caricaturale dell’inizio e messa in risalto da applausi e risate registrati in stile sitcom e riprodotti a seguito delle loro battute.
ANTONIO E CLEOPATRA: l’inganno nel mito

Susanna Pietrosanti (SP): Alcuni spunti di ANTONIO E CLEOPATRA di Malosti, ad esempio le risate da sitcom e gli applausi registrati che aprono il dramma, finiscono subito di essere utilizzati, rimanendo suggestivi, ma solo sospesi, non portati a nessuna conseguenza interpretativa. La recitazione, tesa, addirittura scandita, serve in generale a ironizzare col mito, quello classico e quello shakespeariano, separandosene con distacco e sotterranea critica, e anche a tendere una rete di sottile metateatro: gli attori rappresentano politici attori, o innamorati attori, capaci di vedersi recitare e di farci vedere la nudità della tecnica e addirittura, come scrisse altrove Shakespeare, “l’inganno dell’arte”. Un’arte che si autodivora, che si autocita, evocando un Ronconi ormai tradizionale con le pedane che trasportano in scena – di lato, dal fondo – tombe, statue, un magico cavallo di pietra sul quale Cleopatra dà aria e armonia ai suoi pezzi di bravura. E del resto non fosse che per il suo segno fisico, il suo corpo di scena così particolare e magico, Anna della Rosa risulta comunque, sebbene sopra le righe, una Cleopatra splendente; come Danilo Nigrelli che dà corpo a un Enobarbo ironico e disinvolto, unico a non lasciarsi chiudere nella scansione rigida imposta dal regista.
I contrasti di ANTONIO E CLEOPATRA
SC: Malosti nel portare in scena ANTONIO E CLEOPATRA decide di esaltarne proprio tutti i possibili contrasti, le fragilità e le incongruenze ai limiti della volubilità dei personaggi, che come le architetture e gli oggetto dei quadri di de Chirico proiettano ombre inspiegabili e disturbanti, eppure piene di fascino eterno. Tale operazione manca forse di una completa organicità, servendosi di molte soluzioni singolarmente suggestive, ma che non sempre si amalgamano tra loro, come nel caso dei costumi – a cura di Carlo Poggioli – frutto di mescolanza di elementi di varie epoche, per poi divenire solo nella scena finale smaccatamente moderni.
SP: Un’edizione, questa del dramma di Shakespeare, che certo ha una propria forma di coraggio: come suggerisce Jean Vilar: la memoria in sé è una forma di coraggio. E con coraggio si riconduce in scena un testo raro alle edizioni, e questo, ovviamente, non può che essere un merito. Ma per evocare il passato in modo emozionante, in modo funzionale, forse sarebbe stato necessaria più di coerenza, una maggiore importanza offerta alla coesione e all’armonia. Questa rinuncia a far ‘tenere’ il tutto, a dare struttura ed equilibrio ha come risultato un mosaico variegato di suggerimenti talvolta in opposizione, e talvolta addirittura banali: come lo è la mescolanza delle epoche nei costumi, le mise in insistito, svolazzante plissé di Cleopatra seduttrice così evidentemente Marilyn sovrastate dalla parrucca settecentesca, gli abiti candidi da moglie ebrea à la Brecht di Ottavia, migrante con valigia, e lo spolverino di pelle rossa di Antonio così in contrasto con le tuniche e i calzari di una Roma consueta degli altri interpreti.
ANTONIO E CLEOPATRA: l’amore fatale

SC: La compresenza di tragico e comico, di solennità e grottesco è certamente propria dell’opera stessa di Shakespeare e dunque accompagna tutta la messa in scena, ma la stravaganza e la voluta assenza di compostezza nella recitazione è mantenuta in modo costante nel corso dello spettacolo solo da Cleopatra. Anna Della Rosa dà infatti ottima prova di attrice, ma, secondo me, l’eccentricità della sua interpretazione, per quanto efficace, così come il suo apparire ripetutamente in sella ad un cavallo di marmo, finisce per non amalgamarsi del tutto con le altre e portando il personaggio al limite del macchiettistico, le fa perdere un po’ dell’intensità, che pure convive nella regina shakespeariana con impulsi e volubilità segno di un animo umano estremamente vitale.
Con questo adattamento a cura – come la traduzione – di Nadia Fusini e dello stesso Malosti, che riduce fortemente il numero dei personaggi e la componente relativa alle vicende politiche, il registra decide di concentrarsi maggiormente sull’amore travolgente tra Antonio e Cleopatra. Il soldato e amico del triumviro dal significativo nome di Eros assume infatti in questa versione del dramma le sembianze di un vero e proprio Cupido dalle angosciose ali nere, interpretato da Dario Guidi, di cui è notevole la performance canora e musicale con l’arpa celtica. Anche il rapporto di Antonio con il futuro primo imperatore di Roma, Ottaviano, mantiene però una posizione di rilievo. Così come della tempestosa passione che lega il triumviro romano e la sovrana d’Egitto sono mostrate luci ed ombre, anche del legame tra i due avversari politici sono messe in risalto le molteplici sfumature. I due rivali nutrono infatti ammirazione e reciproca stima e il dolore della consapevolezza delle proprie “inconciliabili stelle”. Perché uno possa sorgere in tutto il suo splendore, l’altro deve tramontare. L’espediente di tenere insieme sul palco più personaggi tenendo in penombra quelli che si trovano altrove non solo rende possibile servirsi di un’unica scenografia, ma risulta efficace nel sottolineare la consapevolezza profonda e sofferta dello stretto legame che unisce la propria vita a quella degli altri personaggi. Soprattutto l’Ottaviano di Dario Battaglia appare tormentato nell’attuare un progetto politico sentito come giusto e inevitabile, ma non privo di conseguenze vissute con dolore.
ANTONIO E CLEOPATRA: la memoria impossibile
SP: Le sollecitazioni ci sono, come spesseggiano i segni: ma spesso involuti, o appena accennati, o in collisione tra loro. La chiave grottesca, col suo risultato di allontanamento, non permette allo spettacolo di esplodere davvero: peccato. La scena più iconica, forse, è quella finale, con una Cleopatra allo specchio, pistola in mano, pronta a recitare un suicidio fortemente variato da quello celebre per morso di aspide. Il bianco profilo dell’attrice si riflette nella lastra, costituendo una perla inquietante nel buio: di nuovo un salto metateatrale, una suicida che si guarda, con un pubblico che viene insieme guardato e compie il rito dello sguardo classico del teatro. E guarda una variante della memoria classica, una morte diversa, la pistola appunto, che contiene, capovolta, quella mitica che tutti conosciamo. Il teatro ci guarda, per essere sicuro che notiamo, chissà – le differenze, le varianti, le attualizzazioni, la ricerca della memoria rimessa in vita e insieme rinunciata, ma l’incantesimo insieme riesce e riesce solo in parte. In fondo la memoria, in questa performance, ha il sapore dell’impossibile.
Visto al Teatro Metastasio (Prato) il 18 gennaio 2025
ANTONIO E CLEOPATRA
di William Shakespeare
uno spettacolo di Valter Malosti
traduzione e adattamento Nadia Fusini e Valter Malosti
con Anna Della Rosa, Valter Malosti, Danilo Nigrelli, Dario Battaglia, Massimo Verdastro, Paolo Giangrasso, Noemi Grasso, Ivan Graziano, Dario Guidi, Flavio Pieralice, Gabriele Rametta, Carla Vukmirovic
scene: Margherita Palli
costumi: Carlo Poggioli
disegno luci: Cesare Accetta
progetto sonoro: GUP Alcaro
cura del movimento: Marco Angelilli
maestro collaboratore Andrea Cauduro
assistenti alla regia: Virginia Landi, Jacopo Squizzato
assistenti alle scene: Marco Cristini, Matilde Casadei
assistenti ai costumi: Simona Falanga, Riccardo Filograna
chitarra elettrica live: Andrea Cauduro
arpa celtica live: Dario Guidi
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano, LAC Lugano Arte e Cultura
foto di scena Tommaso Le Pera


