All’interno della stagione teatrale del Teatro Piccolo Melato va in scena ANTIGONE di Jean Anouilh con la regia di Roberto Latini (Premio Ubu 2014 e 2017). Lo avevamo già visto al Teatro Puccini di Firenze.
Ispirato all’omonima tragedia di Sofocle,il mito ripreso da Anouilh, viene rielaborato e riadattato in dialogo con il contesto storico dell’epoca. Parigi era occupata dai nazisti durante la seconda guerra mondiale quando questo dramma andò in scena al Théâtre de l’Atelier il 6 Febbraio del ‘44.
L’opera inaspettatamente non inneggiava all’insorgere contro gli occupanti ma metteva in dialogo la voce della Resistenza con quella del collaborazionismo.
Contenuti
ANTIGONE: mito senza tempo
Molteplici sono le Antigoni: quelle di filosofi quali Hegel e Heidegger, a quella del poeta Friedrich Hölderlin o del teologo Rudolf Bultmann. Sempre diverse sono le fattezze di questa eroina che torna ossessivamente nella storia letteraria, filosofica e artistica dell’Occidente: dalla brutta e ribelle ragazza con cui Jean Anouilh desacralizza il testo sofocleo trasformandolo in un dramma borghese, all’Antigone di Brecht nascosta assieme alla sorella in un rifugio antiaereo in una Berlino ancora sottoposta al dominio hitleriano.
Mi viene in mente un parallelismo che mi suscita la storia di questa eroina.
Leibniz scriveva nella sua teoria dei mondi possibili:
“Se Adamo ha peccato bisogna che peccato sia contenuto o incluso nella nozione individuale d’Adamo”.
E ancora:
“Cesare attraversa il Rubicone, bisogna che attraversare il Rubicone sia incluso nella nozione individuale di Cesare.”

Antigone, Creone e la legge del più forte
Il predicato è compreso nel soggetto, ciò vuol dire che, alla fine di un insieme di operazioni, io posso dimostrare l’identità dell’uno con l’altro. Io posso dimostrare che Antigone esiste perché esiste Creonte. Che uno è lo specchio dell’altro. O meglio posso dimostrare che l’idea di Antigone esiste perché Creonte vi si oppone. E’ proprio quello che succede in questa tragedia filosofica. Per diventare delitto sacro, il seppellimento di Polinice, deve essere giudicato crimine (umano?) dalla politica interna di Creonte.
Ciò vuol dire che nel “migliore dei mondi possibili” di cui parla Leibnitz, non si può contemplare un esito diverso: se Creonte scrive una legge, Antigone deve morire. La legge del più forte rompe la sacra legge di natura. Inutile fare rimandi palesi al mondo in cui viviamo oggi. Dunque Leibnitz scrive che: nell’intelligenza di Dio, che si colloca alla punta della piramide degli infiniti mondi possibili che replicano infinite possibilità, ciò che è avvenuto non può essere altro che la migliore scelta delle infinite possibilità di esistenza.

Roberto Latini: tutte le scelte che (non) hai fatto ti hanno portato adesso qui
E la “scelta” dove si colloca in questo panorama leibniziano?
Diventa pilastro della ricerca di Roberto Latini. La pone lì, citata su uno schermo. Non entra in merito all’argomento. Lo illustra. Lo pone fuori di sé. Schermi televisivi affiancati andranno a comporre la scritta “ Tutte le scelte che (non) hai fatto ti hanno portato adesso qui”.
Insieme al minimalismo della scelta registica, anche il personaggio di Antigone cita i temi della tragedia: la punizione, la colpa, il destino che incombe inesorabilmente sull’eroe tragico.
Rimanendo sulla soglia del dramma. Saranno le due istanze dei personaggi ad essere contrapposte: Delitto sacro e crimine umano. Entrambe contengono legittimità e illegittimità. Antigone parla e rappresenta la coscienza naturale legata al genos (è un legame che porta addirittura nel nome). Ciò che la spinge ad agire contro il nomos di Creonte sono le leggi non scritte degli dei inferi, che le impongono di sotterrare il fratello ucciso affinché lasci la vita e possa entrare in pace nel regno dei morti. Creonte si appella alla necessità di mantenere l’ordine in città e alle leggi codificate nel tempo e a esso sottoposte. Supplica la ragazza di cambiare idea, riconosce la forza di Antigone e la sua ragionevolezza ma sceglie di non farsi toccare. Sono altre le povere ragioni di uomo di potere che vinceranno. E’ un uomo stanco, che agisce al di fuori di qualunque coscienza, è un automa che per ordine e orgoglio personale, mette in atto, la legge.
Interpretato sapientemente e con grande cura da Francesca Mazza, capace di lasciare il segno. Il suo è un corpo che comunica, mentre esce di scena stordito nella sua umanità e vincente (uomo) politico. La dimensione narrativa rimane nel perimetro del dramma, non sconfina nella tragedia, quel luogo dove nessuno è più colpevole, tutti sono assolti per l’essenza stessa del tragico.
ANTIGONE: la tragedia è finita
Lo spettacolo di Roberto Latini non si concentra su un esito catartico. Non c’è spazio per l’emozione. Non si crea empatia diretta con i personaggi. La rappresentazione del dolore è caricaturale.
I toni di Roberto Latini dalla voce grave, piena e vibrante sono spesso eccessivi, grotteschi. All’inizio è solo voce e non personaggio. Entra in scena come un attore che presta la sua voce. In questo contesto è infatti calato in maniera puntuale l’uso della maschera e gli attori e le attrici sono impeccabili nell’espressione dei loro corpi. Questo aiuta anche di più il pubblico aseguire l’incedere di emozioni grottesche e si avverte il desiderio che tutti la indossino sempre.

ANTIGONE di Jean Anouilh
traduzione Andrea Rodighiero
con Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza
scene Gregorio Zurla
costumi Gianluca Sbicca
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
in collaborazione con Bàste Sartoria
regia Roberto Latini
produzione La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello, Teatro di Roma – Teatro Nazionale
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