ANTIGONE IN AMAZZONIA @ Teatro Metastasio: Antigone tra polis e antropologia

La conclusione della stagione 24/25 del Metastasio di Prato è stata affidata, in analogia con il suo avvio ad ottobre, alla drammaturgia internazionale, stavolta a firma Milo Rau (che aveva aperto la stagione 22/23 recensita da Gufetto). ANTIGONE IN AMAZZONIA porta sulle assi del teatro pratese la storia del Movimento brasiliano dei Lavoratori Rurali Senza Terra con cui gli attori professionisti in scena, di varia nazionalità ed ognuno con la propria lingua opportunamente sovratitolata, hanno collaborato per la messa in opera della tragedia greca. E’ il 17 aprile 1996: una sanguinosa repressione della polizia durante una manifestazione di protesta del Movimento a difesa dei diritti fondamentali degli indigeni negati dal governo brasiliano, provoca la morte di 19 attivisti tra cui Oziel Alves Pereira. Come un moderno Polinice, il suo corpo giace a terra immobile mentre lo spirito combattivo contro l’arroganza del potere ingiusto, inumano, del Movimento sembra incarnare il senso della battaglia che Antigone ancora si trova costretta a combattere contro Creonte nelle pagine di Sofocle. Con un abile gioco di video e messa in scena – tutti i frammenti con gli attivisti sono stati registrati e riproposti su schermo a fondo palco – Milo Rau ha rappresentato l’aspetto più politico della tragedia con scelte registiche ed attoriali che non lasciano indifferenti e che nascondono una profonda analisi del testo originale.
A conclusione di una stagione che Gufetto ha seguito con attenzione, una breve riflessione sulla drammaturgia internazionale proposta quest’anno del MET di Prato chiude infine il pezzo a cura di Susanna Pietrosanti e Leonardo Favilli.

ANTIGONE e l’odio dell’uomo per l’uomo

Scena di ANTIGONE IN AMAZZONIA (foto di kurt van der elst)
Scena di ANTIGONE IN AMAZZONIA (foto di kurt van der elst)

Dal tempo del libro capolavoro di Steiner, Le Antigoni, tutti sanno che numerose maschere dell’eroina sofoclea percorrono l’universo. Tratto comune delle mille riedizioni della tragedia è e rimane l’accezione politica, la leggibilità di Antigone come l’eroina che sa dire no alla tirannide, alla violenza, alla prepotenza, alle ragioni gelide dello Stato e sì, profondamente sì, all’umanità, alla purezza, all’idealismo.  Nella memoria di chiunque fruisca teatro rimane il capolavoro del Living Theatre, che, incontrata la versione di Brecht di Antigone come maschera indimenticata della disobbedienza civile, si accinge a rimetterla in vita nelle proprie corde. Drammaturga atipica, Judith Malina riscrive la tragedia, e si fa carico della necessità di rendere fruibile Antigone ai suoi contemporanei in quanto exemplum che attraverso la chiave espressiva adatta al proprio teatro politico può nei fatti imporsi come riflessione “sul tema del mostruoso insito nell’uomo”. Attraverso questo nocciolo tematico, il problema della riscrittura travalica la necessità filologica di non contraddire la poetica brechtiana, quella dell’interpretazione del mito nella Storia e ancora la poetica sofoclea. La chiave è il mostruoso, sia esso rintracciato nella Grecia antica, nel nazismo tedesco o nell’imperialismo americano. L’obiettivo è chiaro: trovare un mezzo che possa esprimere l’orrore di un mondo retto dall’odio dell’uomo contro l’altro uomo. Su questa base il problema per il Living non è di carattere interpretativo ma di matrice pratica: come veicolare questo orrore oggi? Come raggiungere oggi la coscienza collettiva?

Trailer di ANTIGONE IN AMAZZONIA

L’ANTIGONE politica di Milo Rau

L’Antigone di Milo Rau, non casualmente, inizia proprio con l’aggettivo ‘mostruoso’, uno dei sensi del greco deinos – gli altri vengono poi elencati, certo, da intelligente a straordinario – ma l’accezione prescelta è un gancio all’indietro verso la pietra miliare del Living e certo verso anche i suoi scopi profondi, diventati comuni. Come veicolare la mostruosità, oggi, quella di un paese che uccide non solo esseri umani che manifestano pacificamente, ma la sua foresta stessa, il suo habitat, la sua speranza di vita?  L’aspetto politico di Antigone troneggia nella drammaturgia dello spettacolo, che si apre verso una realtà altra, le condizioni dello Stato del Parà, la sua lotta lunga e disperata contro la dittatura e l’assenza di senso, e anche verso una cultura altra, nei confronti della quale siamo e rimaniamo diversi, e ci poniamo, sempre, da colonizzatori, da estranei (“guarda che non ti capiscono”, questa la frase che spezza il monologo di Emone, letterariamente seducente ma incomprensibile, inservibile alle orecchie non europee che lo ascoltano). Però, questa, così efficace, così intensa, così dichiarata, è forse la sovrastruttura più evidente e quindi meno misteriosa e addirittura, come alcuni critici tedeschi hanno fatto rilevare dopo la visione dello spettacolo a Vienna (ad esempio Uwe Mattheis, menzionata su Visioni del tragico del 23 giugno 2023 da Sotera Fornaro), contagiata da un sospetto di eccessivo romanticismo verso le popolazioni in favore delle quali combatte, da un’estetica quasi pasoliniana. Senza arrivare a queste posizioni, è vero che il meccanismo politico, che funziona magnificamente, unito com’è allo spettacolo in scena da un uso geniale, magistrale, dei video, è forse sovrastato in misteriosa efficacia dal lavoro sottostante di Rau sulla tragedia sofoclea.

ANTIGONE: le scelte attoriali di Milo Rau

Scena di ANTGONE IN AMAZZONIA (foto di kurt van der elst)
Scena di ANTGONE IN AMAZZONIA (foto di kurt van der elst)

Quattro attori per quattro ruoli, palco spoglio, musica eseguita dal vivo da uno dei quattro performer (Pablo Casella). L’attribuzione dei ruoli sembra essere stata disinvolta, se non quasi casuale: poiché Kay Sara, splendida Antigone nel cast al lavoro in Brasile, potrà essere presente solo in video, avendo scelto di dedicare la sua arte solo al suo popolo, sarà Polinice, (Frederico Araujo) a dire le sue battute. Però la scelta di ibridare Antigone e Polinice non è priva di conseguenze. Molte voci della critica sul dramma classico hanno insistito sull’intimità persino eccessiva di Antigone e del fratello, vertice della quale si mostra proprio il celebre verso “non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore” in cui il verbo è synfilein, ovvero l’amore per chi mi è prossimo, per chi mi è vicino e quasi confonde i suoi confini con i miei. Altrettanto efficace affidare la parte di Creonte a un’attrice (Sara De Bosschere), e non solo perché l’età dell’interprete non è più quella di Antigone, ma già quella di Creonte: già dal saggio di Steiner si insisteva sulla possibilità di non considerare Creonte un leader fanatico e inflessibile ma di vederlo invece come un politico teso a gestire la coordinazione, a creare reti, a evitare solo l’anarchia. Nell’intervista del 3 ottobre 2023 a Sabrina Minardi su L’Espresso, Milo Rau ha dichiarato che questi sono i giorni in cui si cresce secondo “una legge femminile… una donna come leader morale e come figura dissidente e carismatica denuncia che è necessario un altro futuro e un’altra civiltà”.  Non a caso, nell’altro mondo, il Parà in video, vengono messe in risalto figure eroiche, forti, resistenti, di attiviste e di sopravvissute, e il nostro Creonte nella pelle di una donna, di qua, ha un senso segreto di allusione a un tentativo che purtroppo va in rovina, ma che aveva prodromi almeno parzialmente accettabili.

Milo Rau e la sua ANTIGONE: sofocleo ed oltre

Dietro le quinte di ANTIGONE IN AMAZZONIA (foto di Armin Smailovic)
Dietro le quinte di ANTIGONE IN AMAZZONIA (foto di Armin Smailovic)

La tunica rosa di Emone (Arne De Tremerie), la delicatezza del suo fisico adolescenziale, è un tassello perfetto nelle molte accezioni che vedono Antigone un gioco delle parti, in cui l’eroina è insieme virgo mater (ed Emone, allora, suo figlio) e principio maschile, eroico, coraggioso, sovrastante – ed Emone, allora, femminile, come Macbeth di fronte alla moglie o Agamennone che percorre la strada di sangue in scena esattamente come la giovane sposa va alla porta della casa del marito – la morte, in questo caso. Il lavoro sulla tragedia si presenta molto più profondo, molto più radicale di quanto a prima vista possa sembrare. E anche l’alternarsi dei piani, l’inserzione dei video, è insieme una parte dell’alto stile di Milo Rau e una caratteristica infinitamente sofoclea. La presenza, l’incombenza dello spazio extrascenico è assoluta in Sofocle. Qui i video, che spesso mettono in vista, in uno spazio altro, quello che in scena accade, con uno scarto di pochi secondi, senza un’assoluta coincidenza, risultano magistrali. Rifuggono da qualsiasi sospetto esplicativo e didascalico. Abitano un’altra dimensione, forse quella del ricordo, o di uno spazio parallelo, o della previsione, o del futuro. Parlano di una realtà che è stata eternata in video e che ora viene rappresentata e dà luogo a un’altra realtà diversamente reale. È un approccio incredibile per suggestione e pregnanza. E anche la parte finale, l’epilogo, il sesto atto insomma, lo scioglimento del dolore, la resurrezione, il rimedio – anche questo è un espediente infinitamente sofocleo. Lo è almeno secondo la tesi della Roberts, che sostiene che i versi finali dei drammi sofoclei costituiscono una sorta di confine, che separa differenti realtà: il mondo del dramma e quello degli spettatori, la storia andata in scena e quella che realisticamente continuerà. È un tratto infinitamente ottimistico: almeno questa volta, la storia di Antigone, al di là dell’edizione del Living, e di quella successiva dei Motus, di cui il fuoco in scena, a custodire l’epilogo drammatico, è un ricordo vivissimo – ecco, qui non sarà davvero “too late”. 

Scena di ANTGONE IN AMAZZONIA (foto di kurt van der elst)
Scena di ANTGONE IN AMAZZONIA (foto di kurt van der elst)

La “Libera” selezione internazionale del MET 24/25

Con l’Antigone di Rau il Teatro Metastasio ha confermato la sua attenzione al panorama internazionale e alla drammaturgia in grado di raccontare l’uomo moderno. Che sia nella distopia atemporale di Strangely Familiar, nel salotto borghese di Garden Party oppure nella nuda terra del polmone amazzonico, il peggio del genere umano si è palesato mostrando il suo lato più controverso e paradossale. Le leggi morali che esulando da qualsiasi credo religioso hanno posto i confini per definire l’umano sul pianeta, sembrano scontrarsi con l’egoismo del potere e di coloro che, ponendosi a garanti di quelle stesse leggi, ne diventano trasgressori. Il Creonte sofocleo non è peggiore dei ricchi folli di Pavlata, tutti in fondo nemici di loro stessi come il doppio antagonista nello spettacolo diretto da Ahlbom. Le scelte internazionali del MET di Prato ci hanno reso scomode le poltroncine della platea, ci hanno schiaffeggiato con le nostre stesse mani, piene di paura e di cattiveria. Non c’è un momento in cui ci siamo sentiti comodi, confortati o confortevolmente accolti; i silenzi di Strangely Familiar non sono stati certamente meno inquietanti o fastidiosi delle grida degli attivisti brasiliani. Una selezione, infine, fatta di negazioni, di tanti “no”, siano essi quelli che ci dicevamo durante le rappresentazioni, increduli ed incapaci di riconoscerci in quelle surrealtà fin troppo reali, oppure quelli che ci allontanavano dalla nostra zona di comfort. Ma è anche – e soprattutto – coi no che si conquista la libertà, proprio come la stagione 24/25 era stata definita: Libera. E allora viva la libertà che il teatro del MET si è preso di risvegliare le coscienze, ancora una volta.

ANTIGONE IN AMAZZONIA

con Frederico Araujo, Pablo Casella, Sara De Bosschere, Arne De Tremerie
in video Kay Sara, Gracinha Donato, Célia Maracajà, Coro di militanti del Movimento dos Trabalhadores Rurais sem Terra (MST) e, nel ruolo di Tiresia, Ailton Krenak
testo Milo Rau & ensemble
ideazione e regia Milo Rau
drammaturgia Giacomo Bisordi
collaborazione alla drammaturgia Douglas Estevam, Martha Kiss Perrone
assistenti drammaturghi Kaatje De Geest, Carmen Hornbostel
composizione musicale Elia Rediger, Pablo Casella
scenografia Anton Lukas
costumi Gabriela Cherubini, Jo De Visscher, Anton Lukas
luci Dennis Diels
progettazione video Moritz von Dungern
realizzazione video Fernando Nogari
montaggio video Joris Vertenten
collaborazione all’ideazione, alla ricerca e alla drammaturgia Eva-Maria Bertschy
produzione NTGent
coproduzione Istituto Internazionale di Omicidio Politico (IIPM), Festival d’Avignon, Romaeuropa Festival, Factory International (Manchester), La Villette (Paris), Tandem – Scène nationale (Arras Douai), Künstlerhaus Mousonturm (Francoforte), Equinoxe Scène Nationale (Châteauroux), Wiener Festwochen
in collaborazione con Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST)
con il sostegno di Goethe Institut Saõ Paulo, Pro Helvetia programme Coincidencia – Kulturausch Schweiz – Südamerika, The Belgian Tax Shelter
grazie a Carolina Bufolin

con il contributo della Fondazione Cassa Risparmio di Prato
spettacolo internazionale in collaborazione con Gruppo Colle

Visto l’11 maggio 2025 al Teatro Metastasio

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Collettivo Redazione Firenze

Redazione di Gufetto a Firenze e in Toscana attiva dal 2017 con articoli di teatro, arte, danza e libri, Un gruppo di appassionati redattori e redattrici insieme per amore del teatro e dell'arte. Ne fanno parte: Alice Capozza, Michele D'Ambrosio, Leonardo Favilli, Sandra Balsimelli, Susanna Pietrosanti, Martina Corsi, Federica Murolo, Francesca Valente, Sofia D'Andrea, Serena Chiaramonte, Chiara Guarducci (arte), Michele Mariotti (libri)