ANTIGONE di Jean Anouilh @ Teatro Puccini: tragedia senza catarsi

In scena al Teatro Puccini, ANTIGONE di Anouhil, diretto e interpretato da Roberto Latini, premio UBU come miglior attore e performer nel 2014 e nel 2017. La rilettura novecentesca della tragedia sofoclea diviene occasione per riflettere sulla condizione dell’uomo contemporaneo e sul senso del rifiuto in un mondo in cui gli Assoluti ormai non esistono più: Antigone e Creonte non sono più incrollabili portavoce di istanze opposte, ma voci di quello che appare, nella sovrapposizione dei personaggi e delle modalità di recitazione, un soliloquio, il dialogo interiore in cui le ragioni si confondono. Come in Sei. E dunque, perché si fa meraviglia di noi? e Cantico dei cantici, Latini rilegge un classico attraverso le pagine di Anouhil, aprendo a nuove chiavi interpretative.

Riscrivere ANTIGONE nella Francia del 1944

Roberto Latini Interpreta Antigone - foto di Manuela Giusto
Roberto Latini Interpreta ANTIGONE- foto di Manuela Giusto

Roberto Latini sceglie di mettere in scena la rilettura di Antigone data dal drammaturgo francese Jean Marie Lucien Pierre Anouilh e rappresentata per la prima volta il 6 febbraio 1944 nella Parigi occupata dai nazisti. Si tratta di un’opera contraddittoria, controversa, che già dalla prima rappresentazione venne letta in modi antitetici, da alcuni come un invito alla Resistenza, da altri come un invito alla connivenza con gli occupanti. Sicuramente in essa risuona la tragedia della guerra e la sensibilità dell’autore, che appare incapace di prendere una posizione netta, durante come dopo il conflitto. La rilettura del drammaturgo francese è molto lontana dal modello sofocleo, in cui si fronteggiano la ragion di Stato e la sacralità dei valori familiari, senza possibilità alcuna di dialogo. Nella Francia del 1944 sembra impossibile essere così netti: si sceglie in modo assolutamente irrazionale la parte dalla quale stare, al di là delle evidenze, e si recita il proprio ruolo. Non ci sono Dei o Leggi contro cui ergersi, ma solo il male nella sua versione più prosaica e squallida. Prendere posizione sembra non avere senso, si muore comunque, che si tratti di una morte vera e propria o della rinuncia alla propria identità per asservirsi al dettato di un potere straniero e violento. 

ANTIGONE in un teatro di marionette

Sembra di essere nel teatro di marionette de “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello: quando lo strappo nel cielo di carta rivela ad Oreste di essere una marionetta, l’eroe greco, nel momento in cui percepisce la propria posizione nel mondo e prende coscienza della finzione in cui recita, si blocca e i suoi dubbi lo rendono Amleto. E allo stesso modo l’Antigone di Anouilh non riesce a fare una scelta netta, è priva di certezze, muore ma senza convinzione. L’uomo moderno non può incarnare valori assoluti come quello antico, la sua è la strada del dubbio, dell’incertezza. Nell’allestimento ideato da Latini, del teatro greco restano le maschere, ma sono qui bianche e nere, tutte uguali: non si tratta più infatti di elementi caratterizzanti capaci di rendere riconoscibili i personaggi, ma di schermi con cui nasconderli, renderli fantocci nelle mani di un destino di cui non si comprende il senso. Anche alcuni oggetti di scena, gli elmi di cartone delle guardie e il cavalluccio di legno di Emone, evidenziano questa dimensione da teatrino, così come i movimenti di alcuni personaggi, in particolare quelli di Ismene (Silvia Battaglio), meccanici come quelli di burattini mossi da invisibili fili.

ANTIGONE e Creonte in un gioco di specchi

Antigone in questa versione del mito perde la sua statura di eroina monolitica, portatrice dei valori familiari, anche se continua a ripetere di essere la figlia di Edipo, riferendosi a una sorta di mandato familiare che però sembra aver perso i suoi connotati sacrali: «Come mio padre, noi siamo di quelli che fanno le domande fino in fondo. Noi siamo di quelli che le saltano addosso quando la incontrano alla vostra cara speranza, alla vostra sporca speranza!». Ella appare come una bambina, che muore ma rimpiange la vita, che sceglie la morte ma ne ha paura. “Anche a lei sarebbe piaciuto vivere”, ma questo non basta a farla retrocedere da un proposito che sembra un capriccio. Ha la testardaggine di un’adolescente ribelle, che vuole dire no, anche al di là del suo significato, per “rifiutare e morire”. Se Antigone è una bambina, Creonte è uno zio spaventato, non un re che afferma il valore della legge. Tenta di salvare la nipote, proponendo di eliminare le guardie; cerca di dissuaderla dal suo intento mostrando le incoerenze dei fratelli, soprattutto di Polinice. È un re incerto che “si domanda se non sia vano guidare gli uomini”,  “un operaio” del potere, schiacciato lui stesso tra i suoi ingranaggi. È un uomo nostalgico, che ama la vita e non vuole che la nipote la perda come di fatto è successo a lui quando ha scelto di essere re rinunciando allo scorrere quieto dei giorni. Ad Antigone infatti dice:

«La vita non è quello che credi, è un’acqua che i giovani lasciano colare senza saperlo, tra le loro dita aperte. Chiudi le tue mani, chiudi le tue mani, fai presto. Trattienila. Vedrai, diventerà una piccola cosa dura e semplice che si sgranocchia, seduti al sole». 

Paradossalmente capiamo di più le ragioni del buon senso di Creonte rispetto a quelle apparentemente avventate di Antigone che non lo ascolta, rifiuta ogni sua parola, anche quando lui le offre la possibilità di tornare indietro.

“Antigone è fatta per essere morta.  Lei stessa forse non lo sapeva, ma Polinice non era che un pretesto”.

soliloquio a più voci 

Antigone e Creonte - foto di Manuela Giusto
Antigone e Creonte – foto di Manuela Giusto

E così gli opposti si accostano, si sovrappongono, si compenetrano l’uno nell’altro: non è più possibile distinguere bianco e nero, i colori sfumano nel grigio di un paesaggio urbano, ingombro di televisori accatastati, tra una fermata di autobus e una cabina telefonica. Non solo i personaggi perdono le loro certezze, si mostrano come esseri umani dalle caratteristiche contraddittorie, pieni di dubbi, anche il pubblico è incapace di prendere posizione, anzi di distinguere le posizioni. In questo totale relativismo, in questa mancanza di certezze e di valori, assistiamo a un rovesciamento nell’attribuzione dei ruoli: a interpretare Antigone, descritta nel prologo come “ragazza magra di carnagione scura, chiusa”, è Roberto Latini, dall’imponente presenza scenica, mentre dà corpo a Creonte un’intensa Francesca Mazza (anche lei premio UBU nel 2024), minuta e piccola. E quello tra loro non è un dialogo ma, nelle parole di Latini stesso, un soliloquio a più voci. La regia sottolinea questa prospettiva moltiplicando i piani e i modi della recitazione. All’inizio Antigone è soltanto la sua voce: in scena c’è la nutrice, mentre l’attore che interpreta la protagonista si muove tra il pubblico parlando, al buio, con un effetto straniante e spiazzante. Lui-lei, solo voce, senza corpo. Lei-lui, una bambina che vaga di notte e ama il grigio del cielo prima che nascano i colori da cartolina dell’alba. E anche altri personaggi a tratti sono solo voce che riecheggia nelle telefonate dalla cabina telefonica in scena, come se perdessero corpo e sostanza nel procedere del dramma, come se fossero solo parole nella testa della protagonista. Quando finalmente Antigone prende corpo, diventa persona e sale sulla scena per confrontarsi con gli altri personaggi della tragedia, la sua interpretazione slitta da un attore all’altro, in un gioco di specchi per cui la vittima si fonde non solo con chi la ama, la nutrice, ma anche con i suoi carnefici, le guardie che la arrestano. Latini recita portando in mano quello che sembra un fantoccio composto con maschera e, quando poi la tensione raggiunge il suo culmine e Antigone assume il suo ruolo di eroina, si riveste di quella marionetta, indossa la maschera, un abito nero, sale su un pulpito fatto di televisioni e si erge “sola in faccia al mondo”. Finalmente è giunto il momento anticipato nel prologo e ormai “bisogna che reciti la sua parte sino in fondo”. 

ANTIGONE di Jean Anouilh: un meccanismo ben oliato

Roberto Latini Interpreta Antigone - foto di Manuela Giusto
Roberto Latini interpreta ANTIGONE- foto di Manuela Giusto

Il Coro, che nel teatro greco commentava la vicenda e mostrava la propria partecipazione emotiva, in questa rilettura svela i meccanismi della tragedia, minuziosi, ben oliati: essa è una molla carica che poi non deve far altro che scaricarsi, senza che nessuno possa intervenire. Nell’era della tecnica, anche il teatro diviene macchina e all’uomo “non resta che gridare, non gemere, no, non lamentarsi, urlare a piena voce quel che si aveva da dire, che non si era mai detto e che forse non si sapeva ancora, (…) per dirlo a se stessi, per impararlo da sé”. E così alla fine appaiono su schermi televisivi che si accendono ad uno ad uno, gli ingranaggi del meccanismo: le scelte che (NON) hai fatto ti hanno portato adesso qui, alla catastrofe, alla morte.

ANTIGONE SENZA TRAGEDIA

Non c’è posto per il dolore, o, se questo trova uno spazio, è quasi caricaturale, come nella scena in cui Antigone scrive l’ultima lettere a Emone e i toni della recitazione si fanno volutamente eccessivi, come a sottolineare la sua natura innaturale. Non si piange alla fine di Antigone, non c’è posto per la compassione, perché la scelta della protagonista appare insensata. Nemmeno quando il messaggero narra la morte della ragazza, di Emone e della madre di lui c’è spazio per la partecipazione. Non c’è catarsi in questa tragedia senza eroi: non c’è purificazione attraverso il dolore perché non c’è realmente tragedia ma solo un meccanismo ben congegnato che trita i suoi protagonisti senza pietà, nell’insensatezza dell’esperienza umana.

Visto al Teatro Puccini il 6 febbraio 2026

ANTIGONE: credits

di Jean Anouilh
adattamento di Roberto Latini
con (in o.a.)  Silvia Battaglio, Ilaria Drago, Manuela Kustermann, Roberto Latini, Francesca Mazza 
musica e suono Gianluca Misiti
luci e direzione tecnica Max Mugnai
regia Roberto Latini
La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello – Teatro di Roma teatro Nazionale 

Presentazione di ANTIGONE (regia di Roberto Latini)
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