ANIME MEDITERRANEE, DUE DONNE IN MUSICA @ Teatro Ghione: la forza fragile delle donne 

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Il Ghione è uno di quei Teatri che sa di spettacolo e meraviglia. Se ne sa sta serafico in una zona di Roma che di giorno è tormentata da una fiumana di turisti in batteria dietro ombrellini di guide turistiche che recitano senza crederci la presentazione della città eterna. Litanie stanche di città. La sera si quieta tutto in un riposo abitudinario e resistono solo alcuni ristoranti e caffè. In quel momento, quando il giorno depone le armi e la luce, il Ghione si risveglia dal suo letargo breve e giornaliero e invade di meraviglia quel peduncolo di via delle Fornaci. In quel tratto la strada sta per finire e perdersi come un fiume a Porta Cavalleggeri. Il 20 maggio è andato in scena lo spettacolo ideato da Francesca Alotta “Anime Mediterranee, due donne in Musica”. Sul palco anche Sylvia Pagni e Valentina Tarsitano. 

Parterre d’eccezione  

Il foyer del Ghione è ricco di attori. Incontro Sebastiano Somma e Morgana Forcella. Somma al Ghione ha portato in scena il suo spettacolo di grande successo “Lucio incontra Lucio”. Mi parla di Francesca Alotta e della bella persona che è, impegnata nel sociale. I due artisti si sono conosciuti in occasione del progetto “Mille voci per l’Africa” dove cantano il brano Fragile insieme a Rino Martinez e molti altri come Fiorella Mannoia. 

La forza fragile della donna 

Lo spettacolo è l’epifania della donna e dunque della vita dato che è lei che la fabbrica. Il testo è la considerazione anzi la riconsiderazione della donna che esiste (c’è), ha una forza prorompente e fragile. È la vita stessa e i suoi attori che minano questa consapevolezza sino, in certi casi, a opacizzarla e persino annientarla. Cancellarla come gesso sulla lavagna.

Francesca Alotta usa il suo potente strumento artistico fatto di voce, scrittura e strumenti, per scrivere e raccontare la sua storia personale e quella di migliaia di donne che affrontano le tante insidie e i manipolatori di professione. Uomini che dissugano con l’alibi dell’amore e dei cuoricini e fiori ormai digitali su wa.

Francesca passa per un brutto male che ha sconfitto, poi parla dell’amore del padre al quale dedica una parte importante dello spettacolo. È da lui che eredita questo grande amore per l’arte e il canto: il padre (e dicendolo gli occhi le diventano lucidi) era un grande tenore e meritava il massimo, forse di più, ma questo non lo dice. Ha partecipato comunque a grandi progetti. E poi parla di quella madre in una lontana e torrida Palermo all’ombra di Monte Pellegrino e del sole di provincia. La madre le ricordava con indiscreta puntualità e insistenza che era “Vastasa”. Che è nata fimmina e non poteva fare quello che era riservato solo ai masculi. Francesca ha sempre avuto un grande temperamento e il pomeriggio o la sera, dopo il duro studio al Conservatorio, amava divertirsi e prendersi la vita. Dopo tanti anni, adesso che la madre non c’è più, dopo i tanti momenti di fragilità e ribellione, le dedica una poesia e insieme una dichiarazione d’amore (Vastasa). Vediamo il video in anteprima, ancora da finalizzare, e ci sembra di scorgere la Sicilia che le batte sul viso. Forse qualcosa che assomiglia all’isola triscele e che ha lo stesso sapore. Almeno in video. Ha quel gusto mediterraneo. Ha l’eco lontana di quella terra che sta al Centro del vecchio mondo e ancora di quello nuovo (Medi-terraneo). 

Coppia d’eccezione 

Francesca quando scrive “Anime Mediterranee” aveva già in mente Sylvia Pagni. Solo dopo, l’amicizia e l’intesa artistica fa crescere e maturare lo spettacolo. Dopo qualche tempo, aggiunge “Due donne in musica…”. Non sappiamo come sia andata davvero: ho romanzato e immaginato, ma spesso accade. C’è un’idea embrionale che cresce, prende forma e suggerisce il titolo o lo cambia. Pagni è poli-strumentista: passa con naturale disinvoltura dal pianoforte alla fisarmonica. Anche lei cresce a latte e musica: il padre suonava per lo scià di Persia. Ma per dirne solo una che rimbalza magnificamente sino alla platea e più di altre nella nostra immaginazione. Sylvia ci regala arrangiamenti originali di classici del Regno delle due Sicilie e non solo: Reginella, ‘O sole mio, Era de maggio, Vitti ‘na Crozza, Cu ti lu dissi. Naturalmente i brani sono meravigliosi in bocca a Francesca. Dal connubio artistico, viene al pubblico tutto il sapore del mediterraneo, del sud verace che insiste sulla storia millenaria, sulle radici influenzate dalle tredici dominazioni. 

Quelle tremende e famose fosse: le foibe 

Ci sono fatti che rendono famose certe località e altro. Le foibe sono delle meravigliose cavità carsiche che tali sarebbero rimaste nell’aggettivo se le forze Jugoslave tra il ‘43 e il ‘45 non vi avessero buttato dentro come oggetti inutili migliaia di Italiani. Adesso alle foibe si affianca il sostantivo “Massacro”. L’unica colpa di queste persone (anzi Esseri umani) fu quella d’essere Italiani. Le vittime venivano gettati dentro morti o vivi. La guerra sa essere oltre che ingiusta, anche atroce e misera. E la miseria alberga nella piccolezza degli aguzzini che combattono per valori che hanno già dimenticato rispetto a quando hanno indossato la divisa per la prima volta. C’è una bestialità che supera persino le bestie stesse (chiedo scusa alle bestie).

Francesca nello scrivere il testo dello spettacolo vuole parlare di ogni forma di oppressione, violenza, prevaricazione, privazione della vita, della dignità, della libertà. Quindi «per non dimenticare» ci dice la cantante Palermitana «perché solo così certe cose atroci non si ripeteranno!». Ma la storia purtroppo non dà ragione all’artista. Lo spettacolo atroce della guerra si replica come una brutta pièce in Ucraina, a Gaza e in tutte le altre parti del mondo dove la forza-debole si sostituisce alla pace, al dialogo. Si vedono sul fondo, immagini di Italiani emigrati in Brasile, Argentina, America e trattati come animali, disinfettati come pulci e costretti su ferrose panchine per venti giorni o più. Francesca invita la platea a riflettere, riconsiderare come trattiamo chi oggi viene in Italia a cercare la speranza. A come trattiamo chi sbarca ed è costretto in centri di accoglienza… 

 

Totò criticato e amato

Lo spettacolo esordisce con la Livella del principe De Curtis, che è già l’incipit dello spettacolo. Forse troppo lungo il video per uno spettacolo teatrale. Ma la Livella non si taglia. È già l’invito e monito a deporre le armi e ricordare che siamo tutti uguali. Poiché l’uomo non ci crede, c’è la morte a fare giustizia e livellare. Alotta ci dice come il grande Totò fosse osteggiato dalla critica e amato dal pubblico e solo la sua forza gli ha permesso di non “mollare”.

La critica (e mi sento responsabilizzato) a volte fa l’errore di snobbare certi film o commedie leggere, ma sono proprio queste che suscitano ilarità. Sorrisi. Totò è stata la grande maschera italiana e immenso artista. C’è una immensa bravura e professionalità nell’attore napoletano e questo va riconosciuto nella commedia come nel dramma. 

Alla fine dello spettacolo, dopo tanta bellezza e bravura, mi viene in mente che Alotta meriterebbe molto di più. Torno critico insolente e dico che nell’Italietta dei nuovi cantanti con i nomi delle macchine e delle navi affondate, con i tatuaggi sino al collo che sembrano carta da parati, con l’auto tune che trasforma tutti in fenomeni canori: Francesca dovrebbe stare sul podio. Ha studiato. Ha una voce potente che gestisce con maestria. Anche Sylvia Pagni meriterebbe una grande popolarità.  

La generosità di Francesca Alotta 

Alotta è artista generosa e si capisce da come si dà al pubblico e da come non dorme per colpa o merito del debutto. La vera artista è quella che si emoziona ogni volta che sale sul palcoscenico. E la cosa che mi ha sorpreso (rara in un ambiente di uomini e donne che vogliono apparire per primi) è stato ricordare tutti dal fonico alla voce fuori campo di Fioretta Mari, alle intense coreografie di Valentina Tarsitano. E non dimentica le Donne, ce le ricordano per tutto il tempo due enormi reti da pescatore alle quali sono impigliate le classiche scarpette rosse: simbolo iconico contro la violenza di genere. Alotta è ambasciatrice e portatrice sana del 1522 (il numero da comporre per le emergenze in caso di violenza). C’è un segnale noto a tutte le polizie del mondo che chiunque può fare se vittima: si apre il palmo, poi si chiude il pollice e poi il palmo a coprire. Ma sono sicuro che internet è pieno di tutorial e video più chiari della mia disperata descrizione.  

Info 

“ANIME MEDITERRANEE, DUE DONNE IN MUSICA” 

 Regia, testi, idea scenografica di Francesca Alotta 

Con Francesca Alotta e Sylvia Pagni 

Voce narrante Fioretta Mari 

Coreografie Valentina Tarsitano 

MARTEDI’ 20 MAGGIO ORE 20:30 

TEATRO GHIONE Via delle Fornaci,37 -ROMA 

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Salvo Miraglia

Scrittore e drammaturgo. Autore televisivo. Regista, attore, doppiatore e Speaker pubblicitario di spot nazionali.