ANDROGYNOUS @ Teatro Fabbricone: viaggio nel tempo e nei corpi

Con il sottotitolo “Portrait of a naked dancer” ANDROGYNOUS al Fabbricone chiude la stagione 25/26 del Metastasio di Prato con una prima nazionale di respiro internazionale, così come lo era stata l’apertura a ottobre con PRENDRE SOIN (recensita da Gufetto). Per la regia di Lola Arias, anche ideatrice del progetto insieme a River Roux, nome d’arte dell’artista in scena insieme a Bishop Black e Dieter Rita Scholl, ANDROGYNOUS ripercorre la storia di Anita Berber, ballerina tedesca che nella Berlino di un secolo fa dava scandalo con la sua nudità e la sua avvenenza nei locali di una Germania assai più liberale nei costumi di quanto possiamo immaginare. Una nudità che torna sul palco con tre artisti che cercano di sovvertire il principio della binarietà con la dissociazione tra natura genetica e natura psicologica. Un’operazione drammaturgica non priva di zone d’ombra che ha il merito di raccontare una storia di emancipazione e realizzazione, insieme a e attraverso quelle dei personaggi in scena.

ANDROGYNOUS: una storia narrata dalle assenze

River Roux in scena per ANDROGYNOUS
River Roux sulla scena di ANDROGYNOUS (foto di Ute Langkafel)

Per una volta parto dalla fine. Non appena uscito dalla inconfondibile platea gradinata del Fabbricone, ancora si mescolano nella mente i quadri di quasi due ore di spettacolo, per la maggior parte fatti di contributi audio/video, di monologhi rivolti al pubblico, di coreografie e performance. Tutto trasposto da corpi che sono offerti, a tratti visibili nelle trasparenze, a tratti sfacciatamente esibiti. Ancora le immagini si sovrappongono finché prendono forma tutte le assenze: nessuna malizia nell’esibizione, nessuna sensualità nella corporeità, nessuna provocazione nella nudità. Mi accorgo che quello che davvero resta impresso è ciò che è mancato al fine di lasciare spazio ad una narrazione; quella di vite che, ieri come oggi, combattono nella naturale propensione ad affermarsi per ciò che sono. Quello cui ho assistito si trasforma in definitiva in teatro di narrazione in assenza.

ANDROGYNOUS e Anita Berber: oltre il mero ricordo

Protagonista della narrazione è Anita Berber, ballerina e attrice tedesca bisessuale che negli anni Venti del secolo scorso ha dato sfogo alla sua naturale inclinazione di esibire il proprio corpo nei club berlinesi, prestandosi anche al cinema muto in cui non ha mancato di sfoggiare la sua nudità. Dipendente da alcol e cocaina, ha purtroppo concluso giovane la sua carriera e la vita stessa, ormai in quasi povertà e ostracizzata dall’establishment dell’imminente regime nazionalsocialista. Il pericolo è proprio giunto, quindi, quando il silenzio dell’oblio e della repressione ha rimpiazzato gli schiamazzi e i clamori della liberalità della Repubblica di Weimar. Pertanto è bene che si torni e si continui a fare rumore, a raccontare, a scommettere (“Sappiamo com’era Berlino quando era silenziosa”).

Scena di danza di Anita Berber tratta da Unheimliche Geschichten (Eerie Tales), 1919 Regista: Richard Oswald

I corpi dei protagonisti narrano storie

Il compito di farlo è stato affidato a tre performer dalle storie diverse, uniche, esclusive ma accomunate dall’unico desiderio di esprimere la loro natura. Tre generazioni a confronto, come un ponte di collegamento tra la Berber e i giorni nostri. La prima a comparire è River Roux – nome di battesimo Nora, come la “bambola” di Ibsen – la più giovane, tedesca come Anita e dal corpo androgino, privo di ogni carattere tipizzante di genere; a seguire Bishop Black, londinese di origine caraibica, corpo atleticamente maschile ma corporeità fluida e non binaria; infine Dieter Rita Scholl, tedesco, ormai settantenne, proveniente dal movimento hippie e poi protagonista del panorama queer di Berlino ed Amburgo, fondatore del primo locale gay della città anseatica e nel frattempo anche attore di cinema e tv del suo paese. Col suo corpo longilineo e naturalmente invecchiato, nasconde il maschile dietro movenze sinuose e abbigliamento femminile.

La macchina scenica e musicale di ANDROGYNOUS

Bishop Black in scena per ANDROGYNOUS
Bishop Black in scena per ANDROGYNOUS (foto di Ute Langkafel)

Così come i tre artisti in scena non nascondono nulla della loro natura – River Roux non esita a raccontare i segreti della sua carriera di prostituta da bordello, mentre Bishop Black non teme di scandalizzare applicandosi palloncini neri sulla pelle con una sparapunti tanto da provocarsi ferite visibilmente sanguinanti dalle prime file – anche la scenografia non cela nulla del meccanismo di funzionamento: tende a frange che traslano e che fungono da schermi di proiezione, celando postazioni trucco sullo sfondo, un palo di pole dance che viene montato e smontato all’occorrenza dagli stessi performer, tutto amplificato da una piattaforma esagonale a specchio. Una scenografia franca, che non cela neanche la batteria perennemente presente, invadendo già lo spazio della platea, e protagonista di molti passaggi musicali, arricchiti dai contributi elettronici. Una macchina complessivamente semplice ma in continuo movimento in cui gli artisti si muovono, entrano ed escono, si vestono e si spogliano, financo ad improvvisare balletti e a doppiare tranche cinematografiche della stessa Berber.

L’ineluttabilità della forma narrativa

L’intreccio dello spettacolo è arricchito costantemente dai racconti, le narrazioni di vita dei personaggi in scena. Con la sua voce calda, suadente, dall’accento inglese molto pulito – tutti i testi in inglese o tedesco sono stati opportunamente tradotti nei sovratitoli – River Roux ha ripercorso le sue vicende personali ed artistiche oltre a quelle della donna che riusciva ad affascinare la capitale tedesca nonostante non rispondesse ai canoni tradizionali della bellezza femminile. Proprio nel racconto, laddove si delega alla parola la responsabilità della drammaturgia, torna la mancanza, stavolta quella del significante. “Androgino è la parola giusta? Esista la parola giusta?”: la natura del corpo, con le sue innumerevoli sfumature, sfugge alle definizioni categorizzanti che il linguaggio verbale ci offre in un superamento del significato sul significante, della sostanza rispetto alla forma.

La forma alla prova del tempo

Performer in scena per ANDROGYNOUS
River Roux e Bishop Black in ANDROGYNOUS (foto di Ute Langkafel)

River Roux ripropone infine quella Danza di Salomè che la Berber aveva interpretato un secolo fa, lasciandosi umiliare da secchiate di sangue che ancora oggi i due interpreti maschili non hanno risparmiato di lanciare al centro della scena. Un martirio laico in cui il corpo merita di essere ripulito con cura, come quello di una santa da venerare. Senza ritualità però, tutto torna alla normalità mentre, ancora una volta, della fenomenologia drammaturgica resta solamente una distesa di sangue su un tappeto impermeabile, capace di togliere ogni eco emotiva o poetica alla scena. Di nuovo ha vinto la sostanza sulla forma. E mentre il pubblico tributa l’applauso finale agli artisti con moderato entusiasmo – me compreso – sono certo che molti, come me, siano sovrastati dal flusso di immagini che si sovrappongono ancora disordinatamente nella mente. Ma di questo ho già parlato.

ANDROGYNOUS – Credits

testo e regia Lola Arias
concept Lola Arias, River Roux
interpretato da River Roux, Bishop Black, Dieter Rita Scholl
musica dal vivo Katharina Ernst
drammaturgia Bibiana Mendes
ricerca River Roux, Bibiana Mendes
scene Irene Ip
macchinista Andrés Dwyer
video Stefan Korsinsky | Expander Films
costumi Tutia Schaad
coreografia Colette Sadler
luci Arndt Sellentin, Irene Ip, Catalina Fernandez
composizione musicale Katharina Ernst, Damián Noguera
tecnico del suono Ignacio Villa
direzione tecnica Catalina Fernandez
produzione, tournée e distribuzione | Lola Arias Company Laura Nicolas
prodotto da Maxim-Gorki Theater
coprodotto da Lola Arias Company
PRIMA NAZIONALE

Visto il 9 aprile 2026 al Teatro Fabbricone, Prato

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Leonardo Favilli

Più che un critico, un appassionato di teatro che ha iniziato a raccontarlo dopo una pluridecennale esperienza da spettatore attento. Lo faccio dalle pagine della redazione fiorentina di Gufetto sempre alla ricerca di luoghi ed esperienze che vadano anche oltre la platea.