ACCABADORA @ Teatro Puccini: riconciliazione con il passato

Al Teatro Pucciniva in scena ACCABADORA, adattamento del romanzo omonimo di Michela Murgia, vincitore del premio Campiello nel 2010. Veronica Cruciani dirige una magistrale Anna Della Rosa che interpreta il percorso di una donna che rivive le ferite del passato e le perdona. Un monologo potente che restituisce, reinterpretandolo, il significato profondo del romanzo della Murgia, presentato in una nuova versione rispetto a quella recensita da Gufetto qui.

Recensione a cura di Francesca Valente, Alessandra Panzini e Sofia D’Andrea

ACCABADORA: mettere in scena un romanzo

Anna Della Rosa in ACCABADORA - foto di Marina Alessi
Anna Della Rosa in ACCABADORA – foto di Marina Alessi

Veronica Cruciani mette in scena, senza tradirlo, il romanzo di Michela Murgia ACCABADORA, che narra la storia di una bambina accolta dalla zia come figlia d’anima a partire da una duplice ispirazione personale. “In Accabadora ho trasposto mia nonna in tzia Bonaria Urrai e me in Maria. Ho raccontato lo stesso rapporto che avevo con lei e lei con me. Vivono come madre e figlia, ma la loro intesa ha il valore speciale delle cose che si sono scelte”, dice Michela Murgia nella sua autobiografia postuma Ricordatemi come vi pare. In memoria di me (Mondadori, 2024). D’altra parte l’autrice stessa ha vissuto l’esperienza di Maria, seppure in un contesto storico, sociale e personale molto diverso: è stata lei stessa figlia d’anima di sua zia Annetta, che l’ha accolta a diciott’anni quando si è rifiutata di vivere con il padre violento, e ha a sua volta eletto diversi figli d’anima di cui prendersi cura in età adulta. Su richiesta della regista, la curatrice della drammaturgia Carlotta Corradi ha scelto di trasformare il romanzo in un monologo dal punto di vista di Maria, la figlia d’anima di Bonaria Urrai. Tale scelta in realtà va a riconnettersi alle origini stesse del romanzo, come racconta Michela Murgia nella sua autobiografia già citata: nel 2007 la scrittrice aveva partecipato a Es-ordire, una manifestazione che l’editor Marco Peano di Einaudi aveva organizzato con Giorgio Vasta per la Scuola Holden a Bardonecchia e, durante il viaggio in treno, aveva scritto “le prime cinque pagine del primo capitolo in prima persona”.

REGIA E DRAMMATURGIA

Veronica Cruciani dunque riprende questa prima idea generatrice del romanzo e la combina con un’altra idea che troviamo nell’autobiografia della Murgia: “come i romanzi, le vite si leggono dalla fine”. E dunque lo spettacolo si apre con l’ultima parte del romanzo, per poi risalire, seguendo il flusso dei ricordi, alle origini della storia. Attraverso la scelta dei momenti salienti della narrazione, il monologo ricostruisce il senso profondo della storia di Accabadora, le emozioni della protagonista e il suo cambiamento nel corso degli ultimi giorni accanto alla zia, in un flusso di parole senza risposta che appare come “un dialogo tra sé e una parte di sé, tra una figlia e il suo genitore interiore”, come indicato da Veronica Cruciani nelle note di regia.

teaser teatrale di ACCABADORA

ACCABADORA: interpretare un ritorno

A Soreni, cuore sardo della sua prima vita, costruiscono prima le case, confini retti dall’astio dietro i quali difendersi come si può, e poi le strade. A Torino, da dove Maria riparte per tornare a Soreni, costruiscono prima le strade e poi le case. Prima i percorsi, i collegamenti, le reti e poi i luoghi, i muri, le radici, prima l’esterno e poi l’interno, come un’allegoria del viaggio di Maria, il cui racconto prende le mosse dai quadri di vita che l’hanno circondata e plasmata per arrivare ai silenzi interiori in cui quelle esperienze si sono depositate, diventando identità e dimora del suo essere. La rappresentazione teatrale del romanzo dà voce a quei silenzi attraverso il viaggio di ritorno di Maria dentro sé stessa mentre ripercorre il suo rapporto con Tzia Bonaria, che l’ha scelta, accolta ed amata sottraendola al destino di bambina insignificante e dimenticata da una madre che l’ha abortita in una frase: “non l’avessi mai avuta”. 

Bonaria è l’ACCABADORA, quella che porta una morte pietosa a chi ha negli occhi “l’immobilità senza ritorno delle cose rotte”. È il fulcro nel centro del cuore di Maria ed è l’estremità da cui si allontana, quando scopre che Bonaria aiuta a morire chi non ce la fa più a restare vivo, e a cui ritorna, quando le dicono che è la zia che sta morendo. È lo specchio che la guarda e in cui Maria si guarda, straziata ma sconfinata, quando scopre che ogni “mai” viene da un giudizio che si scioglie solo quando si comprende il “perché”, apprendendo che l’amore si esprime e si esercita mettendosi nei panni dell’altro, senza preconcetti e senza moralismi. E così una realtà da cui Maria è fuggita diventa l’abbraccio in cui si ricompone, fenice risorta dalle ceneri, portatrice di liberazione, resiliente, intera.

lA COSTRUZIONE SCENICA

In una scena scabra ed essenziale,  che da camera da letto della moribonda diviene luogo di proiezione delle ossessioni della mente di Maria, Anna Della Rosa è quasi eterea per la sua fisicità ma potente per il modo con cui la usa, mettendola a servizio del viaggio interiore della protagonista, tra mandorle, amore, dolore, rabbia e accettazione. La scena è sua, le luci cangianti, a tratti chiare, a tratti sanguigne, violente o scure sono sue, i mobili su una gabbia che fa da palco e da mente sono suoi. Sono diramazioni della sua espressione attoriale, come la panca rovesciata in un’istantanea che fotografa il tonfo del suo cuore. La modulazione della voce rende visibili gli abitanti di Soreni, anche nelle loro inflessioni dialettali, attraverso un uso sapiente dell’intonazione sarda.

ACCABADORA: ogni cosa è illuminata

Anna Della Rosa in ACCABADORA - foto di Marina Alessi
Anna Della Rosa in ACCABADORA – foto di Marina Alessi

Maria riesce così a dare la voce al silenzio attraverso il suo racconto: inizialmente sulla scena compare il punto di vista di una ragazza che ha preferito fuggire davanti ad una realtà che non riusciva a capire e ad accettare, rappresentato attraverso un vestitino azzurro, i tacchi, la voce squillante, i capelli sciolti, i gesti leggeri. Il monologo ripercorre così l’infanzia, i momenti cruciali nel costruire un rapporto e nel sentirsi accettata: la protagonista acquista consapevolezza, lsi sfila le scarpe, si spoglia, inizia a indossare abiti scuri. Mentre rievoca i personaggi di Soreni e la loro storia, progressivamente i gesti diventano più controllati, la voce dura, accorata. Il passato rivive nel presente attraverso la parola, attraverso una ricomposizione che porta all’immedesimazione e alla comprensione profonda: Maria diviene Bonaria, nell’ossessivo ritorno di frammenti di memoria, ne prende le vesti, ne assume il ruolo. Ieratica, ferma, mentre un volto di donna impassibile compare sullo schermo retrostante, proiezione di sé che si trasforma nella zia, finalmente capisce e accetta: pietà e perdono guidano la scelta di porre fine alle sofferenze della donna che ha sempre considerato come una madre. 

LA RICONCILIAZIONE FINALE

Perdonare ciò che pensava di non poter accettare è il momento catartico della crescita e della riconciliazione: la linea temporale del monologo si ricongiunge a quella del romanzo, si completa la sovrapposizione tra Bonaria e Maria. Maria, vestita di nero, nasconde i capelli sotto un velo, diventa lei stessa ACCABADORA e racconta, in questa compiuta metamorfosi, le vicende dal punto di vista di Bonaria, la sofferenza, le scelte compiute. Ora ogni cosa è illuminata dal loro primo incontro, dalle ciliegie che si rompono nella tasca di Maria e rilasciano il loro succo rosso sul suo vestito bianco. É il percorso del bambino che diventa adulto e capisce le scelte dei genitori, perdonandoli finalmente e chiudendo il cerchio.

Visto il 9 gennaio 2026 al Teatro Puccini di Firenze

ACCABADORA

dal romanzo di Michela Murgia
edito da Giulio Einaudi Editore
drammaturgia Carlotta Corradi
con Anna Della Rosa
regia Veronica Cruciani
Savà Produzioni Creative ed Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale

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