Il 6 maggio, al Teatro Duse è andato in scena 4 5 6 testo scritto da Mattia Torre e diretto dallo stesso. Un testo che si colloca in un’Italia arcaica e sepolta nel tempo. 4 5 6 interroga il rapporto familiare ma anche l’assurdo modo che abbiamo di confrontarci con la società che ci circonda e con il futuro.
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4 5 6: Un codice cancellato ma ancora visibile
Al Teatro Duse, in sola unica replica: 4 5 6, ed il teatro è gremito di gente.
Il titolo è un codice, come quello delle famiglie nei dossier dei servizi sociali, o un numero civico cancellato dalle mappe. È un segreto, qualcosa che è lì, che ci fa riflettere ma non si svela fino alla fine dello spettacolo, qualcosa che anela su di noi.

Sul palco, tre personaggi – Padre (Massimo De Lorenzo), Madre (Cristina Pellegrino), Figlio (Carlo De Ruggieri) – costruiscono una drammaturgia domestica con un ritmo rituale ossessivo. Sono un nucleo familiare, piccolo ed avvelenato, sono isolati, si temono, si osservano, si sospettano.
A sconvolgere questo equilibrio malato è l’arrivo imminente del “quarto uomo”, un estraneo atteso come redentore o carnefice, non sappiamo bene di chi si tratta ma sicuramente un uomo importante, dato che spinge i tre a fare delle prove per quando arriverà; il padre pare diventato un regista teatrale che dirige mamma e figlio e dice come comportarsi e cosa dire. Massimo De Lorenzo è straordinario nel dare corpo a un padre – padrone dalla mascolinità tossica e goffa, capace di incutere timore e suscitare pietà con uno sguardo.
Al Duse: Torre e le superstizione
Torre, riesce a modulare il registro comico all’interno di un impianto profondamente tragico, scrive una partitura di dialoghi incalzanti, stranianti e surreali, capaci di vedere le crepe profonde di una società che ha smarrito la sua umanità e la sua etica e l’ha venduta alle apparenze. La sua regia gioca su movimenti minimali, sul tempo sospeso tra un gesto e l’altro, e su una scenografia essenziale: una cucina scrostata, un tavolo, pentole sempre sul fuoco: il ragù perpeuto di Nonna Merda, che rappresenta il tenere in vita delle tradizioni ormai passate che non interessano più a nessuno ma che teniamo in vita per abitudine o superstizione.
L’Italia minore, l’Italia periferica: 4 5 6

La lingua è un intrecciarsi di tradizioni e dialetti, fusi con un latino arcaico: sembra dialetto ma non lo è, sembra del sud ma non lo è, sembra complesso ma arriva alla pancia, ed è gestito dagli attori magistralmente.
Cristina Pellegrino ha toni bassi, ma anche acuti graffianti, scolpisce una madre che è vittima e complice, icona dolente di un femminile represso e alienato. Carlo De Ruggieri regala una prova nervosa ed intensa, in cui la rabbia trattenuta implode nei silenzi più che nelle parole. È un triangolo claustrofobico dove tutti stanno stretti e nessuno sa e può fare nulla
456 è, in fondo, un’indagine sulla paura. Paura dell’altro, del cambiamento, del giudizio. È il ritratto di un’Italia minore, periferica, che non compare nei manifesti istituzionali ma che abita ancora molti interni familiari. Il sugo che “deve bollire sempre” diventa il simbolo di un pretesto per non cambiare mai.
Dati artistici
MARCHE TEATRO, Nutrimenti Terrestri, Walsh
Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Carlo De Ruggieri
di Mattia Torre
e con Totò Onnis
scene Francesco Ghisu
disegno luci Luca Barbati
costumi Mimma Montorselli
assistente ai movimenti scenici Alberto Bellandi


